lunedì 7 dicembre 2015

Il cigno rosso





di David Stockman


Ora gli ambulanti della Florida possono farsi da parte. Non possono reggere il confronto con i suzerain rossi di Pechino.

Questi ultimi avevano tracciato una linea nella sabbia prevedendo una crescita del PIL al 7.0%. Il "consenso" dei cosiddetti economisti era d'accordo su un 6.8% per il terzo trimestre, dando così alle autorità due punti decimali di margine.

Perbacco ce l'hanno fatta!

Anche così, il Ministero della Verità cinese ha dovuto armeggiare col deflatore del PIL (per la seconda volta quest'anno) al fine di spaccare il millesimo, pardon, il decimale. E questo è esattamente il punto.

Nessuna economia al mondo afflitta da tutte le turbolenze nei dati commerciali come quella della Cina, o dalla volatilità nel suo settore immobiliare, o dalle sue industrie vacillanti, potrebbe sfoggiare cifre del PIL assolutamente stabili trimestre dopo trimestre.

Infatti le probabilità che tali cifre rappresentino nient'altro che propaganda sono decisamente alte, e ciò solleva un'ulteriore domanda: perché Wall Street e la sua stampa finanziaria non se la ridono alla grande quando vengono rilasciati questi numeri?

E invece no, il Wall Street Journal ha preso tutto molto sul serio:

Il risultato è migliore di quello previsto — un sondaggio del Wall Street Journal prevedeva un aumento mediano del 6.8% — ed è probabile che rinnoverà il dibattito sulla precisione delle statistiche di crescita della Cina [...]. Parlando ad un evento per promuovere l'imprenditorialità a Pechino, il premier Li Keqiang ha detto: "Anche se del 6.9%, si tratta lo stesso di un tasso di crescita di circa il 7%."

Proprio così. Il capo comunista in seconda della Cina sta promuovendo lo "spirito imprenditoriale" mentre scandisce la propaganda della pianificazione centrale al punto decimale.

Potreste trovare questa storia alquanto divertente, ma c'è un messaggio più grande. Vale a dire, la vera dimensione dell'economia cinese è inconoscibile. Ma questo non impedisce a Wall Street di prendere sul serio ogni parola proferita dagli statalisti incapaci della Cina, a cui piace spaccare al punto decimale i tassi della crescita.

In realtà, Wall Street è diventato così intellettualmente confuso a causa della sua dipendenza dal gioco d'azzardo permesso dalla banca centrale, che non ha più idea di quale sia la realtà. È per questo che la prossima crisi arriverà come una sorpresa rispetto alla crisi Lehman, e sarà molto più brutale e incontenibile.

Eppure l'evidenza di un crash cinese è proprio in bella vista. E ciò che viene allegramente ignorato non è solo la palese incongruenza nei suoi numeri economici — come ad esempio il fatto che il consumo d'elettricità sia cresciuto ad un tasso dell'1.3% rispetto allo scorso anno — o che il suo commercio con il mondo esterno si sia drasticamente ridotto, con le importazioni in calo del 23% e le esportazioni scese del 3-6% negli ultimi mesi.

Invece la prova che la Cina sia un incidente annunciato visto al rallentatore, si trova proprio nei numeri truccati di Pechino. A quanto pare nessuno ha detto ai suoi governanti che emettere credito al doppio del tasso di crescita del reddito nominale finirà per creare la madre di tutti i crolli deflazionistici.

Detto in altro modo, se il modello di debito/PIL indicato di seguito viene perseguito abbastanza a lungo, il cantiere a cielo aperto più grande del mondo cadrà in silenzio. Tutto ciò che potrà essere costruito, sarà costruito; qualsiasi flusso di cassa che potrà essere ingolfato con più debito, sarà ingolfato; ogni pretesa che le istituzioni finanziarie siano solvibili, vedrà un'impennata dei default; e l'illusione di Wall Street, secondo cui i pianificatori centrali del capitalismo rosso hanno una presa salda sull'espansione galoppante della Cina, si sfalderà in una nuvola di fumo.

Di conseguenza, l'unica cosa che conta davvero è che il credito sta crescendo a quasi il 12%, il doppio rispetto al PIL nominale. E, com'è anche evidente dal grafico, l'accumulo di questo debito enorme e aberrante sta andando avanti già da un bel po'.

Infatti risale all'epoca di Deng, quando egli scoprì la stampante monetaria nel seminterrato della PBOC e concluse che il potere del partito comunista poteva essere meglio preservato sfruttando quell'aggeggio infernale piuttosto che la massima fallimentare di Mao secondo cui il potere fuoriusciva dalla canna di un fucile.

In ogni caso, perché qualcuno sano di mente dovrebbe pensare che le linee lungo l'ascissa possano ancora continuare ad libitum? Se supponiamo altri 10 anni con una crescita del credito al 12%, per esempio, la Cina arriverà a $90,000 miliardi di debito totale, o il 50% in più rispetto all'ammontare già sconcertante che grava sull'economia statunitense.

Nonostante la crescita del PIL nominale della Cina stia scendendo, supponiamo lo stesso che il reddito nominale segua il trend roseo proiettato dai suzerain rossi. Vale a dire, che in qualche modo la Cina riesca a raggiungere un 6% di crescita nominale ogni trimestre per i prossimi dieci anni. Il risultato sarà $17,000 miliardi di PIL.

Malgrado ciò, un rapporto totale di leva del 5X è una ricetta sicura per una deflazione schiacciante. In realtà, non è mai accaduto prima d'ora, tranne che per il Giappone dopo il 1990; e il Giappone, oltre ad uno stato di diritto commerciale, contrattuale e fallimentare, aveva anche una parvenza di mercati funzionanti separati dallo stato.

Al contrario, quando la Cina si immergerà completamente nella sua inesorabile spirale deflazionistica, i governanti del capitalismo rosso non avranno altra scelta che ricorrere agli strumenti preferiti da Mao — furgoni della polizia e mitragliatrici — per sedare una cittadinanza indignata. Dopo tutto, è stato Deng a dire ai capitalisti cinesi di questa generazione quanto fosse glorioso essere ricchi, ma non ha spiegato che la pseudo-prosperità della stampante monetaria finisce in ultima analisi con un crack-up boom.

Detto in altro modo, la recente salita della borsa cinese durata 18 mesi e il successivo collasso, il quale ha mandato in fumo $5,000 miliardi di falsa capitalizzazione di mercato, hanno dato luogo ad un panico e ad una risposta senza cervello da parte di Pechino, tra cui un piano per salvare i miliardari. I governanti rossi temevano che i 90 milioni di speculatori arrabbiati sarebbero stati leggermente superiori alla loro combriccola di partito formata da 70 milioni di persone — soprattutto perché la maggior parte di questi ultimi fa parte dei primi.

Ma cosa accadrà quando i prezzi orrendamente gonfiati di terreni e immobili soccomberanno alla deflazione? E "orrendamente" non è una parola troppo forte: in molte aree urbane i prezzi delle case hanno raggiunto il 15-30X del reddito mediano.

Beh, in Cina ci sono 65 milioni d'appartamenti vuoti troppo cari, perché i governanti rossi hanno raccontato agli speculatori e alla classe media emergente che i prezzi delle case non sarebbero mai e poi mai calati — che erano addirittura migliori di un salvadanaio. Di conseguenza, l'ultima fase del folle boom edilizio della Cina sarà la probabile costruzione maniacale di prigioni per accogliere i milioni di cittadini arrabbiati, destinati a sperimentare la versione cinese (sotto steroidi) della depressione del 1929.




L'altro numero che è stato drasticamente mal interpretato riguarda la crescita degli asset a reddito fisso. Inutile dire che sebbene sia stata definita "deludente", in realtà è un sintomo della deformità dell'economia cinese. Se Pechino avesse una qualche speranza d'evitare un atterraggio di fortuna, gli investimenti fissi nelle sue strutture pubbliche sovradimensionate e nella capacità industriale in eccesso risulterebbero fortemente negativi, e non in crescita al 10.6%.

A causa dei paraocchi keynesiani di Wall Street, viene allegramente soprasseduta la dipendenza fatale della Cina da progetti faraonici pubblici come gli aeroporti inutilizzati, le stazioni ferroviarie, le autostrade e i ponti. Questo perché si presume che in un modo o nell'altro la Cina sposterà la sua economia verso i servizi e i consumi, proprio come hanno fatto gli Stati Uniti.

Vediamo un po'. Quando la Cina arresterà la sua baldoria di prestiti, questi consumatori dovranno finanziare i loro acquisti tramite i redditi effettivi. Ma in Cina la quota preponderante del reddito familiare non viene guadagnata dagli asset a reddito fisso, dagli immobili e dall'esportazione di beni economici verso i mercati sviluppati già saturi e infatuati dal debito?

Basta considerare che in tre anni la Cina ha prodotto più cemento di quanto abbiano prodotto gli USA durante tutto il XX secolo. Quando infine la smetterà di costruire strade, appartamenti e fabbriche, non saranno solo i forni per cemento a fermarsi, ma anche i trasportatori di ghiaia, gli impianti chimici, le flotte di camion pieni di cemento, i fornitori di macchine per le costruzioni, i fornitori di servizi nei cantieri e molti altri ancora.

Allo stesso modo, quando collasserà la domanda d'acciaio per le costruzioni e il resto del mondo erigerà barriere nei confronti delle esportazioni d'acciaio della Cina, come sicuramente accadrà e sta già accadendo, gli effetti di rimbalzo sulla Cina saranno inimmaginabili. I redditi dei baroni del carbone e dei lavoratori negli altiforni hanno già preso una bella batosta, e la spirale discendente è appena iniziata.

E aspettate che i rivenditori d'auto cinesi vengano ingolfati con una marea d'auto invendute. Poi la sua industria automobilistica da 25 milioni d'unità cadrà in una depressione simile a quella 1929, quando la produzione di Detroit scese da 6 milioni di vetture/anno a meno di 2 milioni.

In breve, l'economia keynesiana ha gravato il mondo moderno con molti mali, ma l'abrogazione della legge di Say non era tra questi. Si può avere una baldoria di credito facile una tantum, ma una volta che finisce la spesa al consumo torna ad essere finanziata con le entrate effettive. Il consumo è la conseguenza della produzione e del reddito, non la sua causa.

Alla fine il crack-up boom distrugge i redditi insostenibili emersi durante la fase di boom nei settori delle materie prime, dei beni strumentali e dei beni di consumo durevoli. Una volta che scompariranno questi redditi fantasma, in Cina scenderanno anche il consumo e la spesa.

Detto in altro modo, il capitalismo rosso della Cina è il nuovo cigno nero. Non c'è nulla di razionale, stabile o durevole nella patria del capitalismo rosso. Inoltre le conseguenze del suo crollo saranno letteralmente sconvolgenti.

Questo perché negli ultimi anni ha rappresentato molto di più di un terzo della crescita del PIL mondiale.

Dalle viscere delle miniere di ferro in Australia fino alla cima delle inutili torri di Dubai, l'economia globale è stata distorta dalla stampa monetaria ventennale delle banche centrali. Ovunque le economie hanno ceduto ad un eccesso di costruzioni, consumi, finanziarizzazione e speculazione instabile e pericolosa.

Quindi dimeticatevi del meme di Wall Street secondo cui l'economia statunitense è la camicia meno sporca nella cesta dei panni sporchi del mondo. Questa è una fesseria, e il mercato azionario e gli asset di rischio si stanno dirigendo verso uno strapiombo.

Poi Wall Street scoprirà che l'economia mondiale verrà inaspettatamente scombussolata quando i suzerain di Pechino non saranno più in grado di perpetuare lo Schema Rosso di Ponzi.

Ma proprio come l'ultima volta, sarà qualcosa che esploderà loro in faccia senza che se ne accorgano prima. È questa la fine che hanno fatto gli immobili usati come bancomat dagli americani, attività alimentata dal boom di Greenspan e che ha dato forza a quell'illusione secondo cui la spesa al consumo rappresenva la forza motrice della vita economica.

Da un picco del 9% in rapporto al reddito individuale disponibile, o quasi $1,000 miliardi prima della crisi, i MEW (mortgage equity withdrawal) sono scesi in territorio negativo sin da allora. Cioè, hanno soppresso i consumi, non li hanno stimolati. Non uno dei cento economisti di Wall Street avrebbe potuto proiettare correttamente questo grafico nel 2007, quando stavano sbavando all'idea di un'economia stabilizzata dal potere pianificatore centrale.




Inutile dire che quando si tratta di elefanti nella stanza — il castello di carte dello Schema Rosso di Ponzi — sbavano sempre e spengono il cervello.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 4 dicembre 2015

La grande deformazione economica dell'Italia





di Francesco Simoncelli


Sono fermamente convinto che sia possibile riassumere l'immobilismo italiano e la relativa mancanza di volontà nel cambiare le cose, ricordando ai lettori le dimissioni del quarto commissario addetto al taglio delle spese statali. In questa notizia è racchiusa l'essenza della legge di Parkinson in relazione all'espansione dell'apparato statale nell'economia più ampia. All'aumentare dei fondi disponibili, aumentano influenza e burocrazia dello stato; tornare indietro sarebbe politicamente suicida, mentre se non si torna indietro la situazione diventerà finanziariamente suicida. Ma l'apparato statale non se ne cura. Pensa d'avere accesso ad un bancomat pressoché infinito: i contribuenti. Sebbene all'apparenza possa essere così, in realtà le cose stanno diversamente perché gli individui possono creare ricchezza reale finché hanno pieno accesso alle risorse scarse presenti nell'ambiente economico. Minore sarà tale accesso, minora sarà la creazione di ricchezza reale, minore sarà la capacità degli individui di sborsare denaro. Non sorprende, quindi, se l'Italia detiene il primato per quanto riguarda i fallimenti delle imprese. Dal Fatto Quotidiano:

Un aumento costante che non ha uguali negli altri Paesi Ocse. In Italia, durante la crisi, i fallimenti sono aumentati del 66,3%, passando dai 9.383 del 2009 ai 15.605 del 2014. Nessun altro dei 34 Stati sviluppati che fanno parte dell’organizzazione ha registrato un incremento simile: anzi, in Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania lo scorso anno ha segnato una forte inversione di tendenza, con il numero di aziende fallite calato rispettivamente del 55,1, del 23,4 e del 20,5% rispetto a sei anni fa. E anche in Francia, pur ripartita più lentamente, si registra un calo dell’1,1%.

A mettere in fila i dati è il Centro studi ImpresaLavoro, che evidenzia come solo l’Italia sia ancora ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi. Solo quest’anno la tendenza sembra destinata a invertirsi: “La nostra stima è un calo di 1.300 fallimenti rispetto al 2014, con un livello complessivo che dovrebbe attestarsi sui valori del 2013″, spiega Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi. “Ma anche con questo miglioramento rimarremmo il Paese che da questo punto di vista ha reagito peggio alla crisi. Nei sei anni tra il 2009 e il 2014, infatti, sono fallite nel nostro Paese ben 75.175 aziende”.

Le risorse scarse sono sottoposte ad un costo d'opportunità, ovvero, se non vengono usate produttivamente allora verranno sprecate. Infatti la voracità dell'apparato statale sta costantemente sequestrando tali risorse per supportare un'entità in bancarotta palese sin dal 1995. Ebbene sì, il nostro paese sarebbe dovuto fallire già 20 anni fa quando i nodi dell'inflazionismo post-seconda guerra mondiale sono infine venuti al pettine. Il baratro fiscale ed economico sembrava davvero ad un passo, ma la fortuna dell'Italia è che nel 1999 adottò l'euro, usufruendo intrinsecamente della credibilità tedesca. Ovvero, la garanzia collaterale dietro agli sprechi dell'apparato statale è stata trasferita ai contribuenti tedeschi.

Di conseguenza l'Italia non s'è fatta remore a spendere e spandere sulla strada verso la presunta prosperità, il tutto col beneplacito degli enti a guardia del rigore europeo tra cui la BCE.

Quello che c'è da capire in tutta questa storia è che si tratta sempre di una questione tra libero mercato ed interventismo socialista/pianificatore. Sebbene possa sembrare strano vederlo affermato per il nostro paese, il libero mercato è qualcosa di presente in ogni economia del mondo. Non è mai stato abolito. Non è mai stato eliminato. Non è mai stato soverchiato dalla presunta onniscienza di politici e burocrati, né è mai stato abolito dal filo-comunismo radicato in Italia. Il libero mercato, così come in ogni altro paese del mondo, è stato represso a botte d'interventi centrali e distorsioni economiche partorite dalle succursali dello stato, le banche centrali, ma non è mai stato terminato o ucciso. Il libero mercato è sempre stato vivo perché l'hanno mantenuto vivo gli individui stessi ogni volta che hanno agito, agiscono e agiranno. E' qualcosa d'insito nelle nostre azioni e nella loro imprevedibilità. Tutti noi garantiamo per la sua sopravvivenza. Ciononostante può essere deformato e, a causa di ciò, veicolare segnali confusi.

In sostanza, è proprio questo che per sommi capi scatena un ciclo economico e le fasi di boom/bust. Però quando le banche centrali si intromettono in questo processo, e fanno di tutto affinché la fase di bust non termini la sua pulizia dei mercati dagli errori economici del passato, allora si gettano le basi per una correzione futura più dura preceduta da un breve rally. Questo è quello che ha cercato di fare Draghi sin dal luglio 2012. Dapprima ha scatenato un'offerta d'acquisto maniacale da parte degli hedge fund nei confronti del pattume obbligazionario sovrano europeo. Ciò ha trasformato i bond statali dell'Italia, ad esempio, in scarafaggi di un motel: sono entrati nei bilanci di questi pachidermi finanziari e non vi sono più usciti. Infatti, forti del QE2 della FED e di Basilea III, i bond sovrani sono stati praticamente usati come base per prolungare un boom del credito che avrebbe dovuto vedere il Valhalla a seguito del crack Lehman e il successivo crack greco. Invece le banche centrali sono entrate in scena e, tenendo fede al proprio mandato di proteggere quelle entità sotto lo scudo del loro cartello, hanno fatto in modo che stati falliti e banche commerciali fallite ottenessero un lasciapassare per schivare il proiettile della pulizia di mercato.






Come si può osservare da questo grafico, la presunta salute economica sfoggiata dall'Italia non è arrivata a seguito di una popolazione diventata improvvisamente frugale e decisa ad investire nel futuro del paese. Al contrario, il bluff di Draghi ha fornito al governo italiano un presunto pasto gratis attraverso il quale pavoneggiarsi davanti alla popolazione autoctona mentre continuava a depredarla della sua ricchezza reale. Infatti, non avendo offerto uno straccio di prova a sostegno di una volontà di cambiare il proprio corso, il governo italiano non ha fatto altro che spennare progressivamente il tessuto produttivo del paese a botte di un fisco predatorio, mentre ingigantiva la sua presenza sul territorio inglobando pezzi più consistenti del mercato. Questo processo non è niente di nuovo. E' esattamente quello che Mises descriveva nel suo piccolo capolavoro, Planned Chaos, dove avvertiva come l'espansione dello stato andasse ad indebolire costantemente il tessuto produttivo di una determinata società fino a prenderne completamente le redini. Inutile dire che questo significa un'economia di "comando e controllo". Nel lungo termine è qualcosa che non funziona e fallisce. Se non fosse così, il Venezuela sarebbe il paradiso in terra e nei fatti non lo è affatto.

Il problema con questo processo, purtroppo, è che annientando progressivamente i segnali che permettono agli attori di mercato di creare nuova ricchezza reale, la pianificazione centrale si trasforma in un cane idrofobo che azzanna tutto e tutti. Questo significa che i banchieri centrali ricorreranno a misure sempre più disperate man mano che la situazione diventerà più disperata. Infatti, sta diventando una cosa pericolosamente comune tra le banche centrali abbassare in territorio negativo il proprio tasso di riferimento. Prima la Svezia, ad esempio, poi la Danimarca e il Giappone. La Svizzera è lì per lì per implementarli. La BCE l'ha già fatto per i depositi presso la sua struttura e potrebbe tagliare il relativo tasso ulteriormente questo mese. Le banche centrali, quindi, hanno perso il controllo della loro gestione e si stanno dirigendo verso un abisso senza fondo.

Infatti, dopo aver incamerato anch'esse quantità esorbitanti di bond statali, hanno spinto le varie realtà sui mercati a trovare affari più attraenti per sfoggiare a fine anno un bilancio in crescita, se non in pareggio. Questo a sua volta ha scatenato le furie speculative nei casinò azionari fornendo loro la capacità di incassare guadagni inattesi attraverso i carry trade da favola abilitati dal taglio sequenziale dei tassi d'interesse. Inutile dire che questo enorme rastrellamento di asset che avessero la minima possibilità di salire di prezzo, ha creato una situazione in cui è stata accumulata capacità in eccesso di beni per cui in realtà non esisteva domanda genuina. Essendo le risorse scarse ed essendo state sprecate per sovvenzionare una produzione artificiale, la saturazione dell'ambiente industriale è una conseguenza inevitabile. Di conseguenza, man mano che falliscono le varie imprese schiacciate da profitti calanti, spese in conto capitale esorbitanti e inventari strabordanti, il mercato azionario ne risente aumentando la sua volatilità.




Nell'ultimo anno, ad esempio, il mercato azionario italiano è progredito come un marinaio ubriaco. Ma questo ambiente è semplicemente popolato da robo-trader che pendono dalle labbra dei banchieri centrali ed agiscono di conseguenza. Non ha niente a che fare col mondo reale. Quest'ultimo ci dice che gli investimenti improduttivi alimentati dalle stampanti monetarie delle varie banche centrali stanno giungendo al termine e ben presto l'intero mondo sarà inondato dalla capacità in eccesso prodotta da tali investimenti. L'Ilva, infatti, non sopravviverà allo tsunami d'acciaio a buon mercato proveniente dalla Cina e già si pensa a barriere commerciali per evitare un simile destino. Ovvero, altre distorsioni economiche che renderanno le "soluzioni" ben peggiori dei problemi stessi.

Non solo, ma tra le distorsioni più incendiarie c'è quella che prevede per il prossimo anno l'aumento del deficit di bilancio dello stato. In base a questo trucco finanziario l'attuale governo italiano si sta pavoneggiando di fronte alla popolazione italiana, affermando come la presunta crescita economica di cui siamo testimoni sarà ulteriormente rafforzata da un taglio delle tasse e da una diminuzione della spesa. Quest'ultimo punto è stato smentito dalla notizia con cui ho aperto questo pezzo. Oltre a ciò bisogna sottolineare che il presunto taglio delle tasse, in realtà, non è affatto un taglio, bensì uno spostamento nel tempo delle clausole di salvaguardia. Ovvero, l'attuale governo italiano sta calciando il barattolo forte del fatto che la stampante monetaria della BCE farà la magia e manterrà le cose come stanno per un periodo di tempo indeterminato. Ora, se tale fiducia si fonda su un misero blip del PIL italiano proiettato per l'anno prossimo, non si capisce come tutto ciò possa avere un qualche fondamento reale. Voglio dire, guardate il pattern del PIL italiano: nonostante tutte le misure messe in campo finora, il suo livello è colato a picco e non s'è più ripreso.




E' vero che il picco del 2008 era il figlio deforme del boom alimentato dall'espansione monetaria della BCE 2004-2007, però a quest'ora avremmo avuto dei risultati decisamente più incoraggianti se le stampanti monetarie fossero state messe a riposo e la Grecia fosse stata lasciata al suo destino. Il fallimento rappresenta la nascita di nuove opportunità, non la fine di un paese. Di conseguenza se il libero mercato fosse stato lasciato libero d'agire, a quest'ora avremmo avuto un ambiente economico in cui gli imprenditori si sarebbero sobbarcati l'onere di guidare la società verso un miglioramento delle condizioni economiche e sociali, soprattutto perché non solo avrebbero avuto accesso alle risorse scarse che finora sono state sprecate per sovvenzionare le attività in bolla, ma anche perché avrebbero lavorato in un ambiente in cui il price discovery sarebbe stato trasmesso loro in modo onesto e sano dalle azioni degli attori di mercato non ostacolate. Invece abbiamo assistito al fenomeno contrario, con la BCE che sin dal marzo scorso s'è imbarcata in un Q€ tutto suo per sostenere l'UE. Questo non ha fatto altro che tenere in vita attività economiche zombie che invece sarebbero dovute fallire. Soprattutto ha permesso loro d'entrare in possesso e sprecare risorse economiche scarse e preziose.

Non c'è da sorprendersi, quindi, se ogni giorno che passa è sempre più divertente notare quali vette possa raggiungere la propaganda statale. Quindi dopo l'aumento degli inattivi, e la relativa "magica" discesa del tasso di disoccupazione, adesso arriva la sbandierata a favore di un aumento degli occupati. Come possiamo notare dai grafici Istat, il tasso d'occupazione è ancora ben lungi dal recuperare la strada persa sin dall'inizio della Grande Recessione; ma oltre a ciò, notiamo come il part-time sia diventato la "spina dorsale" sulla quale si fonda l'attuale pseudo-ripresa dell'occupazione. Questi non sono affatto lavori da capofamiglia che permettono agli individui di pensare al futuro e progettare un nucleo familiare stabile, soprattutto perché non forniscono paghe adeguate per perseguire tali obiettivi. Quindi il mondo del lavoro è stato sminuzzato, tagliato a dadini e rimpacchettato in una forma precaria per cui è impossibile evolversi in qualcosa di migliore.






Quindi non solo l'ambiente imprenditoriale italiano stagnante non è in grado di sviluppare posti di lavoro migliori, ma quelli esistenti e presumibilmente stabili si fondano su altre distorsioni. Infatti, come si vede dal grafico qui sotto, un settore industriale che fa registrare miglioramenti è quello automobilistico. Perché? Due parole: 1) esportazioni all'estero e più precisamente negli USA (come si vede nel grafico FRED, in cui è rappresentata la bolla subprime dei mutui per automobili); 2) Piano Juncker e soldi a pioggia a determinate imprese europee. In sintesi, la fragilità dell'attuale pseudo-ripresa sta tutta in questi quattro grafici, la cui sostenibilità è garantita da quanto ancora il bacino dei risparmi reali riuscirà a sopravvivere alle depredazioni della stampante monetaria.





Ma la storia davvero interessante la otteniamo se guardiamo i dati demografici connessi all'occupazione. La maggior parte degli aumenti dei lavori riportati nelle varie statistiche dell'Istat, sono andati a persone con 55 anni e più; gli individui al di sotto o hanno perso il lavoro oppure non riescono a trovarlo. In altre parole, la pseudo-ripresa dell'occupazione ha a che fare con gente che ha i capelli bianchi e che non può più permettersi di vivere solo con la propria pensione. Questo tipo di persone deve "combattere" con uno standard di vita in costante aumento e, dato che l'ambiente attuale punisce il risparmio a causa della ZIRP delle banche centrali, non può far altro che rimboccarsi le maniche facendo affidamento ancora una volta sulle proprie forze lavorative. Il loro vantaggio è che possono vantare un'esperienza nettamente superiore a quella di un neo-laureato, e in tempi in cui tempo e denaro sono altamente importanti per le piccole e medie imprese, sono privilegiati in forza della loro praticità efficiente. Voglio dire, perché assumere un neo-laureato privo d'esperienza pratica quando si può trovare allo stesso prezzo un individuo con una mole superiore d'esperienza pratica?

Questo ambiente rappresenta un tappo per l'occupazione giovanile e di conseguenza impedisce l'emancipazione individuale dei giovani dalle rispettive famiglie. È per questo motivo che molti giovani sono ancora costretti a vivere con i propri genitori. È per questo motivo che molti giovani non possono permettersi una casa o costruire la propria famiglia. Il tipo di lavori a loro disposizione non è in grado di sostenere gli attuali standard di vita richiesti da una famiglia. E, soprattutto, non possono accendere un mutuo (malgrado le chiacchiere infondate dell'Abi).




Infatti, sin dall'inizio della Grande Recessione le famiglie hanno raggiunto uno stato di "picco del debito" e quindi sono altamente restie a contrarre nuove passività che possano ridurre ulteriormente il loro reddito. Sulla scia di questo fatto le famiglie sono tornate a spendere alla vecchia maniera, ovvero, in base a quanto incassano e non possono ricorrere più al credito facile per dare sfogo alle proprie manie di spesa. La bolla immobiliare italiana è scoppiata e s'è portata dietro tutta quella ricchezza fasulla che aveva generato nel decennio precedente allo scoppio del caos greco. Ma questa è solo la metà della storia, perché il sostegno artificiale di entità che sarebbero dovute fallire sulla scia della pulizia del mercato, hanno potuto invece sequestrare risorse scarse dall'economia più ampia con le quali supportare la loro esistenza. Ciò ha portato ad un'inesorabile e sequenziale contrazione della divisione del lavoro, la quale ha costretto gli attori di mercato a rimodellare i loro desideri da soddisfare. Detto in altre parole, sono scesi lungo la piramide di Maslow piuttosto che scalarla. È per questo che si sono sviluppati parecchi esercizi legati alla ristorazione e alla ricreazione, poiché gli attori di mercato, avendo dovuto rinunciare a determinati desideri, hanno tagliato le spese da loro ritenute superflue. Ma tali esercizi non creano posti di lavoro sostenibili e ad alti rendimenti, creano occupazione temporanea e a basso rendimento.

Di riflesso è inevitabile che sempre più persone si rivolgano al welfare state per cercare di sopravvivere e sbarcare il lunario. Ciò significa maggiore deviazione di risorse scarse a favore di un'istituzione incapace di generare profitti poiché impossibilitata ad effettuare un calcolo economico in sintonia con le forze di mercato. Ciò significa maggiore dolore economico da sopportare durante la prossima correzione di mercato. Ciò significa maggiori tasse e niente tagli di spesa.

Ciò che rimane è un ambiente di mercato che non solo deve sobbarcarsi il deleveraging dei propri errori economici, ma sopportare anche il peso di quelli commessi da suddette entità salvate dalle banche centrali. Il problema principale in tutta questa storia è che il più grande investimento improduttivo al giorno d'oggi è rappresentato dai bond statali dei vari stati europei: la madre di tutte le bolle economiche mai gonfiate. È per questo che Draghi ha proferito nel 2012 il proverbiale "whatever it takes" attraverso il quale ha promesso di fare tutto il possibile per tenere a galla la baracca europea. Ciò include anche mettere fine all'attuale tregua data alle famiglie dai prezzi bassi di materie prime ed energia, seguendo la presunta Taylor rule riguardo la stabilità dei prezzi. Niente di più assurdo. Infatti accantonando l'aggregato dei prezzi, notiamo che i prezzi relativi raccontano tutta un'altra storia con la sanità sempre più cara, l'inflazione dei prodotti alimentari in ascesa, la scuola sempre più cara, ecc.





Quelle finora descritte sono deformazioni economiche estremamente insostenibili. Sono un cartello di pericolo che mette in guardia tutti quegli individui che ritengono opportuno riporre fiducia nei pianificatori centrali e nella loro presunta lungimiranza. La correzione di questa mole gargantuesca di errori non sarà affatto piacevole. Malgrado ciò ci sono ancora investitori e risparmiatori là fuori che pensano di riuscire a staccare rendimenti decenti dal casinò rappresentato dal mercato azionario o obbligazionario. Gente, con i tassi negativi in lenta propagazione potete scordarvi rendimenti positivi decenti sui vostri investimenti. Non è più tempo per investire, è tempo di preservare il proprio capitale. Soprattutto, è tempo di non perdere denaro. Questo è un punto importante da capire quando abbiamo banche centrali e stati intenti a violare qualsiasi norma di rettitudine fiscale e monetaria.

Ciò implica fuggire a gambe levate dai mercati finanziari (es. debito, equity, commodity, derivati, ecc.), perché al momento della grande correzione subiranno un crollo tonante. Il consiglio è quello di considerare investimenti altamente liquidi di breve termine e contanti, sebbene i rendimenti siano microscopici. Infatti quando si materilizzerà la prossima crisi, poiché il boom ventennale delle banche centrali ha raggiunto il capolinea e l'ondata globale di deflazione rappresenta solamente la saturazione di un ambiente di mercato pingue d'investimenti improduttivi, il denaro contante sarà l'asset inizialmente più ricercato. È per questo che la propaganda statale sta martellando a favore di un limite, o addirittura una cancellazione, del denaro contante. Con esso le persone comprano libertà e privacy. Con esso gli attori di mercato fanno valere la loro preziosa imprevidibilità dinamica sopra la staticità obsoleta della pianificazione centrale.

Quindi vorrei suggerire due cose ai lettori di questo blog che spesso chiedono come doversi comportare in questo momento di grande incertezza. (Vorrei precisare, comunque, che questa non è una chiamata all'azione, è semplicemente un consiglio di un attento osservatore.) Per quanto riguarda la questione "accumulo di risorse monetarie", dovreste shortare quelle azioni che godono di un momentum decisamente sopravvalutato, come quelle nel settore biotecnologico o nel settore automobilistico (es. Tesla), utilizzando quella porzione di denaro con cui siete disposti a scommettere. Data la repressione dei prezzi a cui è stata sottoposta sino ad ora la maggior parte delle classi di asset, la volatilità sarà qualcosa di mai visto prima e soprattutto sarà estremamente selvaggia. Per quanto riguarda la questione "protezione dei risparmi", dovreste rivolgervi ad asset che sono avulsi dalla capacità distruttiva delle banche centrali, come ad esempio l'oro.


giovedì 3 dicembre 2015

Petrolio, bancarotte e comportamento umano

In questa nota introduttiva vorrei puntualizzare alcune cose che nell'articolo sono presentate in modo un po' confuso. Infatti l'articolo di oggi potrebbe veicolare l'affermazione secondo cui l'azione degli individui potrebbe essere dettata dalla presunta irrazionalità di alcuni membri della nostra specie. Secondo questo modo di pensare, quindi, l'azione umana dovrebbe seguire determinati canoni di normalità al di fuori dei quali dovrebbe essere considerata irrazionale. Questo modo di pensare è sbagliato. Il prasseologo sa che l'azione umana è un'azione propositiva e di conseguenza rappresenta la volontà dell'agente di modificare una determinata condizione al fine di condurla in uno stadio del tutto nuovo rispetto al precedente. In questo modo possiamo affermare che l'agente agisce perché desideroso di migliorare la propria condizione. Le conclusioni tratte dal prasseologo, quindi, devono limitarsi ai fatti osservati senza scadere nella previsione degli eventi. Se, ad esempio, osserviamo un individuo bere dell'acqua, possiamo concludere celermente che egli sta semplicemente placando la propria sete? No, dovremmo aspettare ulteriormente e vedere la catena di azioni seguenti per trarre questa conclusione. Infatti la sua potrebbe essere benissimo la preparazione di uno scherzo, o un dispetto, o qualsiasi altra cosa. Il comportamento umano non è "irrazionale", è invece "incomprensibile" agli altri poiché l'azione umana è imprevedibile e, dato che non possiamo asserire con certezza quale azione stia compiendo una determinata persona, dovremmo limitarci ad osservare e trarre le dovute conclusioni in base al comportamento osservato. L'osservatore non ha tutte le informazioni a sua disposizione poiché non ha la piena conoscenza dell'osservato. (Cfr. Kirzner, "Market Theory and the Price System".)
La falsa scientificità dei modelli matematici in economia, infatti, deriva proprio dalla loro esclusione del ragionamento umano nella determinazione della realtà osservata. La teoria Austriaca osserva un mondo in divenire e si astiene dal modificarlo in base a presupposti fondati su modelli matematici che lo privano della sua componente principe: l'azione umana.
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di James Rickards


L'economia è stata notevolmente arricchita dalla diffusione delle conoscenze comportamentali.

Fino agli anni '90 l'analisi economica è stata dominata da idee come quella sui "mercati efficienti" e sulle "aspettative razionali". Queste dottrine dicevano che le persone erano robot e agirebbero per massimizzare la ricchezza in tutti gli aspetti del loro comportamento.

Veniva ipotizzato che se i mercati erano in declino, gli investitori razionali sarebbero entrati nei mercati per fare buoni affari. Questo comportamento tenderebbe a stabilizzare i mercati e a ridurre la volatilità.

Si scopre, invece, che il comportamento umano è ben lungi dall'essere "razionale" (come lo definiscono gli economisti). Alcuni ingegnosi esperimenti di scienze sociali condotti da Daniel Kahneman e da altri negli anni '70 e '80, hanno dimostrato che le persone agiscono in conformità con tutti i tipi di pregiudizi e impulsi irrazionali.

Se i mercati crollano, la maggior parte degli investitori va nel panico e scarica le azioni piuttosto che guardarsi intorno per fare buoni affari. Più spesso, il comportamento umano tende ad amplificare i movimenti estremi piuttosto che a calmarli.

Questi pregiudizi si presentano in molte forme. C'è l'herding (la tendenza a seguire la folla), l'anchoring (la tendenza a dare troppo peso ad un particolare evento) e la confirmation (la tendenza ad abbracciare i dati con cui siamo d'accordo e ad ignorare i dati contrari).

Se la folla tende ad essere irrazionale, c'è un modo per rimanere concentrati e sfruttare l'irrazionalità a proprio vantaggio?

La risposta è sì, ma solo se è possibile superare le distorsioni della natura umana. Dovete tenere d'occhio i segnali (quelli che noi chiamiamo "indicazioni e avvertenze"), i quali mostrano ciò che sta accadendo realmente.

Non c'è miglior esempio del mercato petrolifero quando si vuole analizzare il braccio di ferro tra i pregiudizi umani e i fondamentali di mercato.

Ricordate il petrolio a $100 al barile? Non è stato molto tempo fa. Non più tardi del 25 luglio 2014, meno di 15 mesi fa, il petrolio era a $102.09 al barile.

Che tipo di comportamento ha prodotto questo prezzo elevato? Molti produttori di petrolio hanno presunto che $100 al barile fosse un plateau permanente. Questo è un buon esempio del pregiudizio legato all'anchoring. Dato che il petrolio era costoso, le persone hanno presunto che sarebbe rimasto costoso.

L'industria del fracking ha presunto che il petrolio sarebbe rimasto in un range tra $70-$130 al barile. Sono stati spesi più di $5,000 miliardi per l'esplorazione e lo sviluppo, in gran parte in Canada e negli Stati Uniti. Ciò ha prodotto una marea di petrolio, la quale ha ridotto la quota di mercato dei produttori dell'OPEC. L'Arabia Saudita stava perdendo terreno sia rispetto ai concorrenti dell'OPEC sia rispetto ai fracker.

A metà del 2014, l'Arabia Saudita ha sviluppato un piano per distruggere l'industria del fracking e riconquistare la sua quota di mercato perduta. I dettagli esatti del piano non sono mai stati divulgati pubblicamente, ma sono stati rivelati in privato al vostro scrittore da una fonte attendibile che opera al vertice del settore energetico mondiale.

Il piano saudita ha coinvolto un programma d'ottimizzazione lineare progettato per calcolare un prezzo al quale i fracker sarebbero stati distrutti senza danneggiare più del necessario la situazione di bilancio saudita.

A $30 al barile i fracker sarebbero stati sicuramente spazzati via, ma i sauditi avrebbero anche distrutto il loro bilancio. A $80 al barile il prezzo sarebbe stato comodo dal punto di vista economico saudita, ma avrebbe dato troppo spazio di manovra ai fracker. Qual è stato il prezzo ottimale per raggiungere entrambi gli obiettivi?

Tali programmi d'ottimizzazione coinvolgono molte supposizioni e non sono una scienza esatta. Eppure producono risposte utili a problemi complessi e sono molto più affidabili di una semplice congettura.

Si è scoperto che la soluzione ottimale per il problema saudita sarebbe stata $60 al barile. Un prezzo nel range dei $50-$60 al barile sarebbe andato bene per i sauditi. Questa era una fascia di prezzo che nel tempo avrebbe eliminato i fracker, ma non avrebbe gravato troppo sulle finanze saudite.

Ciò che rende unica l'Arabia Saudita tra i produttori d'energia, è che in un certo modo riesce a dettare il prezzo di mercato. L'Arabia Saudita ha le riserve di petrolio più grandi del mondo e i costi medi della produzione più bassi di tutto il mondo. L'Arabia Saudita può fare soldi sulla sua produzione di petrolio a partire da $10 al barile.

Questo non significa che i sauditi vogliono un prezzo di $10 al barile. Significa solo che hanno un'enorme flessibilità quando si tratta di definire il prezzo. Se i sauditi vogliono un prezzo più elevato, ne pompano di meno. Se vogliono un prezzo più basso, ne pompano altro. È così semplice. Nessun altro produttore può farlo senza impoverire le proprie riserve o andare in bancarotta.

Naturalmente ci sono molti altri fattori in gioco nel mercato del petrolio. Solo perché l'Arabia Saudita aveva un prezzo base di $50-$60 al barile, non significa che potesse ottenere questo prezzo esatto.

Tuttavia, conoscere l'obiettivo di prezzo è un enorme vantaggio per analizzare le dinamiche di mercato. In particolare, ci aiuta ad affrontare il problema in modo razionale e ad evitare i pregiudizi emotivi di cui cadono preda altri analisti ed investitori.

Ad esempio, il prezzo del petrolio ha raggiunto l'obiettivo di prezzo saudita di $60 al barile alla fine del 2014. Ma è continuato ad andare giù: il prezzo ha raggiunto i $45 al barile a gennaio 2015 e $40 al barile l'estate appena passata. Ciò a causa del normale overshooting del mercato e del momentum di trading. Oltre a ciò non dimentichiamoci che i fracker disperati hanno aumentato la produzione per soddisfare il pagamento degli interessi sui loro debiti, sebbene fossero in procinto d'andare in bancarotta.

I sauditi sapevano come tutto questo fosse solamente temporaneo. I fracker non avrebbero potuto ottenere nuovi finanziamenti per perforare nuovi pozzi. Inoltre l'eccessivo pompaggio dei pozzi esistenti li avrebbe fatti solo sparire più velocemente.

Non appena il prezzo del petrolio s'è schiantato, un altro pregiudizio umano ha cominciato ad insinuarsi nelle analisi di Wall Street. Le stesse voci di primo piano che in precedenza avevano detto che il prezzo del petrolio sarebbe rimasto alto, ora stavano dicendo che sarebbe sceso ancora di più!

Alcuni analisti noti hanno previsto un prezzo di $30 al barile; un analista ha addirittura fissato il suo obiettivo a $15 al barile. Queste cifre sono state tanto fuori luogo quanto le precedenti aspettative di $130 a barile. Infatti i sauditi hanno tenuto le cose abbastanza sotto controllo.

Utilizzando la nostra analisi di mercato, abbiamo visto che quando il petrolio ha raggiunto i $60 al barile (come accaduto ai primi di maggio), ben presto sarebbe sceso di nuovo. Quando il petrolio è sceso troppo in basso (come accaduto alla fine d'agosto al prezzo di $38 al barile), ben presto sarebbe risalito. Questo quadro d'analisi basato sulle nostre fonti ha dimostrato d'essere uno strumento predittivo a breve termine altamente preciso.

In assenza di uno shock geopolitico nel Golfo Persico, il petrolio non raggiungerà i $100 al barile e non raggiungerà i $30 al barile. Rimarrà tra i $50-$60 al barile (con occasionali superamenti per ragioni tecniche) fino al 2017. Ecco quanto tempo ci vorrà per distruggere i fracker.

Dopo di che i sauditi potranno aumentare gradualmente il prezzo senza doversi preoccupare della quota di mercato perduta.

Questa storia è stata una cattiva notizia per i fracker e una ben peggiore per i trader a leva sulle commodity (come Glencore). Ci sono dei vincitori? La risposta è sì, ma bisogna distaccarsi un po' dalla massa per vedere chi sono.

L'industria petrolifera è permeata dal pessimismo in questo momento, a causa di un eccesso dell'offerta e di una domanda debole. I piccoli produttori stanno andando fuori mercato e un'ondata di default dei titoli legati all'energia sommergerà i mercati del reddito fisso.

Chi vince in questo scenario? Vincono i maggiori produttori mondiali di petrolio. Hanno la diversificazione, la solidità finanziaria e la capacità di proteggersi dalla tempesta.

Le major possono aspettare il loro tempo e, una volta che i fracker andranno falliti, acquisire i loro asset a pochi spiccioli. Hanno anche rapporti stretti con i sauditi (attraverso la Saudi Aramco, la compagnia energetica statale dell'Arabia Saudita). Ciò significa che sono insider quando si tratta di strategie, come il piano per distruggere i fracker.

A causa dei pregiudizi umani e del comportamento della folla, i prezzi delle azioni delle grandi compagnie petrolifere sono stati abbattuti insieme al prezzo del petrolio e ai prezzi delle azioni dei player più piccoli.

Ma le major del petrolio sono in una lega tutta loro e stanno posizionandosi per beneficiare del rimbalzo dei prezzi verso la fine del 2016 e l'inizio del 2017.

Il tempo per giocare questo rimbalzo è ora, non quando la folla se ne accorge.

Vi auguro il meglio,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 2 dicembre 2015

Legati allo zero — La nave piena di sciocchi capitanata dalla FED





di David Stockman


Se non pensate che i mercati finanziari siano stati completamente distrutti dalle intrusioni delle banche centrali, allora come spiegate l'inversione di 460 punti del Dow di venerdì scorso? Era pura rabbia innescata dal'ennesimo atto di "lassismo" della politica della FED.

Sebbene i sondaggi del BLS non valgano la carta su cui sono scritti, hanno preso una drastica svolta per il peggio. In questo modo sta scemando anche la musica del coro keynesiano a Wall Street e alla FED di una ripresa economica.

Infatti i presunti 245,000 lavori creati dall'inizio dell'anno fino a luglio, sono l'unica pseudo-prova che i keynesiani sono stati in grado d'offrire per inneggiare alla "velocità di fuga" finalmente a portata di mano; e sul perché i consumi delle famiglie sarebbero presto accelerati, alimentando così una nuova gamba della ripresa.

Beh, questo meme è stato ucciso dalla relazione di settembre comprendente forti revisioni al ribasso dei mesi precedenti. L'aumento medio per agosto/settembre è stato 139,000. Cioè, non appena il BLS ha rivisto tutto, gli ultimi due mesi d'aumento dei posti di lavoro sono stati in media del 42% inferiori rispetto al trend precedente!

E il BLS ha già annunciato la sua aspettativa di revisione per febbraio: un aggiustamento inferiore di 200,000 unità rispetto ai livelli segnalati venerdì scorso.

Anche così, stiamo parlando principalmente di camerieri, baristi, addetti alle vendite, aiutanti domestici e lavoratori nelle agenzie interinali. Ma dal momento che questi risultati del BLS vengono utilizzati dal politburo monetario per governare, i fast money non si sono fatti sfuggire l'occasione e hanno schiacciato il pulsante "comprare, comprare, comprare" così velocemente che anche Cramer ne è stato orgoglioso.

Ecco perché il mercato azionario può essere descritto solo come un casinò pericoloso che è slegato dall'economia di Main Street. La relazione di venerdì scorso ha rappresentato un segnale d'allarme economico altrettanto chiaro. Il casinò stava comprando sulla convinzione che la nave di folli capitanata dalla FED avrebbe ritardato il "rialzo" ancora una volta.

Infatti il mercato monetario sta già escludendo ogni possibilità di un aumento dei tassi ad ottobre e dicembre, e non prevede un rialzo fino al marzo dell'anno prossimo.

Si farebbe prima a dire che non si farà mai e farla finita, ma anche questo rappresenta un'assurdità. Se la FED dovesse ritardare il rialzo fino a marzo, come sta prevedendo ora il mercato, vorrebbe dire che il tasso del mercato monetario rimarrà inchiodato a zero per molti altri mesi.

Vale a dire, queste teste di legno come fanno a pensare d'aver messo fuori gioco il ciclo economico quando finora hanno già prodotto due crolli finanziari devastanti?

Siamo già ben oltre i cicli del passato, e ciò non tiene nemmeno conto delle enormi turbolenze internazionali che stanno soffiando verso questi lidi a causa dell'attuale deflazione globale. Anzi, affermare implicitamente — come ha fatto il politburo monetario — che questa espansione possa sostanzialmente superare i 72 mesi rispetto alla bolla immobiliare, rappresenta solamente una presunzione dolosa. La normalizzazione sarebbe dovuta partire molto tempo fa.




Ma ora le politiche folli della FED stanno portando ad una tempesta perfetta di conflagrazione economica e finanziaria. Stiamo percorrendo un sentiero in discesa che tra 10-20 mesi condurrà ad una recessione. Nel contempo, però, la FED rimarrà ferma allo zero perché fino a quando il NBER non dichiarerà ufficialmente l'inizio di una recessione, ci saranno sempre "dati in entrata" (come la relazione di settembre sul lavoro) suggerenti che l'economia è troppo debole per un rialzo.

Ciò porterà, a sua volta, ulteriore indecisione e chiacchiere incoerenti da parte dell'Eccles Building sul perché tutte queste turbolenze sono temporanee o impreviste; e ad una ripetizione della nenia che l'economia statunitense tornerà presto a livelli mirati d'inflazione e crescita.

Ma la relazione di venerdì scorso ha smascherato l'ennesima menzogna dell'Eccles Building. Se i numeri dell'establishment non stanno rafforzando il meme della ripresa, allora cosa stanno dicendo?

Il fatto è che in un'economia gravata da $19,000 miliardi di debito pubblico, non vi è alcuna possibilità di una velocità di fuga senza una forte crescita delle vendite e un sano equilibrio nelle scorte. Il settore pubblico — e ciò comprende gran parte dell'assistenza medica statale — è fuori dal business dello stimolo. Gravati come sono dalla coorte demografica dei baby boomer avviati verso il pensionamento, gli Stati Uniti sono in bancarotta.

Ma i fatti gridano che il settore privato non si è mai veramente ripreso e ora è del tutto in stallo.

Vale a dire, negli ultimi tre anni la crescita delle vendite totali è rallentata ad appena lo 0.8% l'anno. E le vendite nell'ultimo anno, in realtà, sono diminuite del 2.7%.




Non a caso, il rapporto scorte/vendite si sta dirigendo verso la recessione. In realtà tale rapporto ha continuato a segnalare fin dall'inizio che la struttura interna di questa cosiddetta ripresa è pericolosamente debole.

Considerando che la crescita delle vendite delle imprese — manifattura, all'ingrosso e al dettaglio — ha marciato lungo binari pessimi rispetto a tutti i cicli precedenti, le aziende hanno continuato a rimpinguare le scorte ad un ritmo impressionante, cosa che riflette l'ottimismo rialzista dei piani alti aziendali generato dall'impennata dei prezzi delle azioni.

In particolare, considerando che la somma delle azioni aziendali statunitensi è scesa di $165 miliardi, o di circa l'11% dal novembre 2007 fino all'agosto del 2009, sin da allora sono rimbalzate di $500 miliardi, o di quasi il 40%.

Ciò equivale ad una crescita annua del 4.4% — di gran lunga superiore al tasso d'espansione delle vendite; significa che la drastica falsificazione dei prezzi finanziari da parte della FED non solo ha gonfiato il mercato azionario, ma ha anche indotto i piani alti aziendali a gonfiare gli inventari rispetto alle vendite come mai prima d'ora.




Né questa situazione può essere spiegata come un'aberrazione di breve termine. Il fatto è che il tasso delle vendite aziendali nominali durante tutta questa ripresa è stato decisamente blando rispetto a tutti i cicli precedenti.

Dopo tutto il suo vanto per la ripresa economica e la pontificazione interminabile circa l'imminente ritorno della piena occupazione, il politburo monetario avrebbe dovuto far notare che la crescita delle vendite nominali è stata, in media, solo dell'1.1% ogni anno negli ultimi 7 anni.

E questo in dollari nominali. Nessuno dei deflatori ufficiali implementati dai mulini statistici di Washington potrebbe trasformare questo fatto in un simulacro della ripresa.




Né la presunta mancanza d'inflazione ha nulla a che fare con la tendenza di questo ciclo. Durante il ciclo 1990-1999, ad esempio, il deflatore aziendale è aumentato ad un tasso annualizzato dell'1.8%, vale a dire, le vendite reali delle aziende si sono espanse al 3.7% annuo. Allo stesso modo, durante il boom immobiliare di Greenspan, il deflatore aziendale è salito del 2.0%, il che significa che le vendite reali sono aumentate del 2.6% l'anno.

Invece sin dal picco pre-crisi nel quarto trimestre del 2007, il deflatore aziendale è aumentato dell'1.4% l'anno — una cifra che è solo leggermente al di sotto di quella degli ultimi due decenni e difficilmente indicativa di una sorta d'Armageddon depressivo. Ma supera il tasso di crescita delle vendite nominali sin dal quarto trimestre del 2007, il che significa che negli ultimi otto anni le vendite aziendali sono diminuite in termini reali dello 0.3% annuo. Non vi è nulla nella storia recente che s'avvicina a questa triste tendenza.

Così, tra le sue certezze keynesiane, il politburo monetario analizza ogni tremolio e scossone nei sondaggi dell'establishment e nelle relazioni JOLTS; e queste relazioni sono delle proiezioni tendenziali aggiustate per raggiungere un obiettivo, non indagini oneste ed empiriche sullo stato reale del mercato del lavoro.

Tuttavia, sin da quando è iniziata la presunta ripresa, mai una volta s'è fatto menzione dei dati relativamente puliti sulle vendite totali degli imprenditori privati; vale a dire, le vendite aziendali reali sono stagnate e gli inventari sono aumentati ad un livello eccessivo, cosa che farà scattare una recessione al prossimo scossone negativo intaccante la fiducia ingiustificata dei piani alti aziendali nella FED e nella sua capacità d'espandere le bolle.

Allo stesso modo, questi meccanici keynesiani non si sono presi la briga di riflettere sulla qualità dei numeri nella relazione di venerdì scorso. In essa vengono riportati solo 36,000 posti di lavoro da capofamiglia — il che significa che il totale, 70.4 milioni, deficita ancora di 1.6 milioni di posti di lavoro, o 2.2% in meno, rispetto al dicembre 2007.

Proprio così. Quando parliamo dei posti di lavoro a tempo indeterminato nel settore minerario/energetico, manifatturiero, edile, commerciale e distributivo, nelle professioni dei colletti bianchi, nella gestione aziendale e dei servizi governativi di base, ecc. tutti i lavori segnalati sono "rinati" per l'ennesima volta. Questi sono lavori nati nel 1999-2000; poi sono stati liquidati durante la recessione del 2001; poi sono rinati durante la bolla immobiliare di Greenspan; poi sono stati liquidati di nuovo durante la Grande Recessione; e ancora non sono completamente rinati dopo 81 mesi di ZIRP e $3,5000 miliardi d'acquisti di asset da parte della FED.

E questa banda di folli pretende di sapere quello che sta facendo!




Infatti la massiccia stampa il denaro della FED e la ZIRP non hanno affatto reflazionato l'economia di Main Street. Quello che ha fatto è stato alimentare enormi bolle finanziarie, come questa nel settore biotecnologico che di recente ha iniziato a sgonfiarsi.




Allora cos'è successo? La terra delle biotecnologie ha visto la scoperta di sostanze rivoluzionarie, come la penicillina o il vaccino antipolio, che hanno improvvisamente stimolato tale settore industriale (il quale per anni è rimasto semplicemente a galla)?

No, niente del genere. Dopo i grandi progressi nella mappatura del genoma umano alla fine degli anni '90, il settore biotecnologico ha prosperato con le scoperte scientifiche, promettendo studi clinici e un numero crescente di nuovi trattamenti immunoterapici per alcuni tipi di cancro. Ma questo meraviglioso flusso di progresso è stato evolutivo e continuo; non vi è stato alcun passo da gigante.

Ma qualcosa di discontinuo è accaduto nel corso del 2012, anche se lontano dai laboratori di Celgene e Biogen. Vale a dire, le tre banche centrali più importanti del mondo hanno fatto capire che il diluvio di denaro emesso durante il post-crisi, non era una misura d'emergenza una tantum bensì una politica duratura.

In successione molto rapida, nel luglio 2012 il capo della BCE Mario Draghi ha lanciato il suo famoso "whatever it takes", ad agosto Ben Bernanke ha lanciato il QE3 a Jackson Hole, e a dicembre Shinzo Abe ha conseguito una vittoria schiacciante nelle elezioni nazionali promettendo che la stampante monetaria della BOJ sarebbe stata arroventata per stimolare l'inflazione interna e svalutare lo yen.

Questo scollamento s'è rivelato più estremo nel settore biotecnologico. Quando l'IBB ha raggiunto il suo picco di $400 il 20 luglio, le 150 società del NASDAQ biotech index avevano una capitalizzazione di mercato collettiva pari a $1,200 miliardi. Invece tutti gli utili finali che avevano da mostrare ammontavano solo a $21 miliardi, il che implica un multiplo PE del 57X.

Inoltre la sola Gilead aveva $15 miliardi di entrate nette annuali, o il 71% di tutti i profitti dell'intero paniere delle 150 società.

E ora arriviamo all'argomento decisivo. I farmaci contro l'epatite C di Gilead, Sovaldi e Harvoni, rappresentano la quasi totalità dei suoi profitti, e per ragioni che non sono difficili da capire. Questi farmaci sono veramente cure miracolose, ma spesso costano ai pazienti fino a $1,000 al giorno!

Quindi, senza troppa esagerazione, possiamo dire che gli utili aggregati rispetto alla torreggiante capitalizzazione di mercato da $1,200 miliardi del settore biotecnologico, dipendono da una terapia per una terribile malattia che affligge circa l'1% della popolazione.

Infatti, escludendo Gilead e altre 24 società dell'indice che hanno fatto registrare almeno un dollaro d'utile netto nell'arco di un anno, le restanti 125 aziende del NASDAQ biotech index, che valevano $350 miliardi al picco di luglio, hanno fatto registrare perdite aggregate di $11 miliardi nel periodo di riferimento annuale più recente.

La versione corta è semplice. Non solo vi è una bolla nelle valutazioni dell'indice azionario biotecnologico, ma sta anche generando una bolla secondaria nell'economia reale. Cioè, il tasso incandescente di venture capital a San Francisco, Boston, New York e altrove all'inseguimento delle IPO, sta facendo schizzare alle stelle gli affitti in questi distretti; sta creando posti di lavoro temporanei ad alta compensazione che scompariranno tanto velocemente quanto quelli in North Dakota quando è scoppiata la bolla dell'olio di scisto; e sta provocando un boom di nuovi uffici e costruzioni commerciali.

Eppure questi clown — caratterizzati dalle chiacchiere senza senso del vice-presidente Stanley Fischer — ancora non riescono a comprendere che continuare lungo la strada della ZIRP fino alla prossima recessione, non farà altro che gonfiare ulteriormente le bolle e contribuirà a rendere monumentali gli investimenti improduttivi e le successive perdite finanziarie.

Ma non ascoltate me. Ecco cosa ha detto Fischer:

Il vice-presidente della Federal Reserve, Stanley Fischer, ha detto che non vede rischi immediati di bolle finanziarie negli Stati Uniti, mentre ha esternato preoccupazioni riguardo la cassetta degli attrezzi della banca centrale.

"Le banche sono ben capitalizzate e hanno riserve di liquidità consistenti, il mercato immobiliare non è surriscaldato e l'indebitamento delle famiglie e delle imprese si è appena rialzato dopo anni di declino o di crescita molto lenta", ha detto il numero due della FED durante un discorso a Boston venerdì scorso.

In breve, siamo in una fase estremamente pericolosa del fine partita delle banche centrali. Continueranno a gettare benzina sul fuoco della speculazione finanziaria, facendo finta che tutto vada bene.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 1 dicembre 2015

L'oro — La moneta del passato, del presente e del futuro

È notizia della settimana scorsa che quattro delle più grandi banche commerciali greche sono state acquisite (o quasi) da fondi d'investimento esteri. A prezzo ribassato ovviamente, anche se la cifra finale rimane ancora troppo alta. Sebbene questa mossa possa fornire al paese in bancarotta un po' d'ossigeno, non ne allevia affatto le pene strutturali le quali sono ben radicate a causa di giganteschi prestiti non performanti all'interno del settore bancario commerciale. Tutti quei polli che continuano a detenere grandi depositi presso Alpha Bank, Piraeus Bank, National Bank of Greece ed Eurobank, ad esempio, faranno la fine di tutti coloro che sono stati immolati sull'altare del bail-in a Cipro. Oppure, se i depositi sono inferiori ai €100,000, basta semplicemente incanalare i depositanti verso le obbligazioni della banca per renderli a tutti gli effetti dei candidati ottimali per un bail-in. I correntisti di Banca Etruria ne sanno qualcosa. Ma per quanto possa sembrare "stabile" per ora la situazione europea, non durerà per sempre perchè ad un certo punto la grande mole di debiti impagabili alla base del progetto europeo finirà per far stramazzare anche quei paesi dichiarati "fiscalmente responsabili". Infatti, se solo 3 anni fa l'agenzia di rating Fitch considerava fiscalmetne solida la Finlandia, ora stiamo assistendo a tutta un'altra storia. È questa la meta finale del welfare state: bancarotta. Ma chi legge Freedonia era già pronto a questa eventualità, perché 5 anni fa su queste pagine veniva spiegato come e perché la Finlandia sarebbe finita sul lastrico. Alla fine gli individui non potranno far altro che staccare la spina. Se ci aggiungiamo anche la crisi dei rifugiati, l'Europa al giorno d'oggi non è altro che una pentola a pressione destinata ad esplodere.
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di James Rickards


L'oro ha raggiunto il fondo?

Nessuno lo sa per certo. Se la FED alzerà i tassi d'interesse il prossimo dicembre (cosa che secondo noi non accadrà), l'effetto sarà altamente deflattivo e i prezzi dell'oro potrebbero scendere, almeno temporaneamente.

Al contrario, se la FED non alzerà i tassi e offrirà un qualche motivo per credere che non li alzerà nel futuro prossimo (la cosiddetta "forward guidance"), allora i prezzi dell'oro potrebbero salire in previsione di un'inflazione.

E' un peccato che i mercati siano ormai ridotti a leggere la mente di Janet Yellen, ma è quello che succede dopo sette anni d'intervento nei mercati e di pianificazione centrale da parte della Federal Reserve.

Usando il mio sistema, che combina un'analisi complessa di sistemi dinamici e un accesso unico alle informazioni pertinenti, siamo in grado di trarre alcune conclusioni utili riguardo il percorso futuro dei prezzi dell'oro. La nostra stima è che l'oro abbia raggiunto un fondo e che sia pronto a muoversi costantemente verso l'alto rispetto ai livelli attuali.

Per coloro che sono completamente posizionati in oro fisico (raccomando circa un 10% degli asset investibili), non c'è più nulla da fare su questo fronte. Si può solo tenere duro e godersi il viaggio.

Per coloro che non sono in possesso della quantità d'oro fisico consigliata, questo è un punto d'ingresso attraente e la possibilità d'allocare la propria posizione ai prezzi migliori da sei anni a questa parte.

E' stata sicuramente una corsa lunga e volatile per gli investitori in oro. A partire da un minimo di circa $250 l'oncia a metà del 1999, l'oro ha messo in scena un rally spettacolare di oltre il 600%, a circa $1,900 l'oncia nell'agosto 2011. Purtroppo quel rally è diventato sempre più instabile verso la fine.

L'oro era a circa $1,400 l'oncia alla fine del gennaio 2011 e ha guadagnato quasi $500 l'oncia in soli sette mesi prima del picco. Questo tipo di crescita iperbolica è quasi sempre insostenibile.

L'oro è sceso bruscamente da quel picco, al di sotto dei $1,100 l'oncia lo scorso luglio. Il grafico a 15 anni indica ancora un guadagno di circa il 350%, ma il grafico a quattro anni evidenzia una perdita di oltre il 40%.

Coloro che hanno investito nel corso del rally del 2011 risultano sommersi, e molti hanno rinunciato all'oro. Per gli osservatori di lunga data dei mercati dell'oro, il sentiment è il peggiore che si sia mai visto.




Ciononostante cerchiamo d'andare oltre i grafici e il sentiment, provando a discernere le dinamiche sistemiche che guidano il prezzo. Una volta specificate queste dinamiche, la previsione diventa molto più affidabile.

Abbiamo identificato tre fattori che possono spiegare bene la dinamica dei prezzi dell'oro. Questi tre fattori rispondono al nome di tassi d'interesse reali, forza del dollaro e interventismo della banca centrale. Guardare al probabile percorso di questi fattori è la migliore guida per ipotizzare il prezzo futuro dell'oro.

I tassi d'interesse reali sono uno dei migliori predittori del prezzo nominale in dollari dell'oro. Quando i tassi d'interesse reali sono bassi (o negativi), l'oro riceve una bella spinta. Quando i tassi d'interesse reali sono elevati, l'oro rallenta.

La correlazione non è perfetta, ma è molto più forte di altre correlazioni nel mercato azionario o nella crescita economica. La ragione di questa correlazione è facile da comprendere. L'oro non ha rendimento. La valutazione dell'oro deve competere con altre classi di asset, quali azioni e obbligazioni che invece hanno rendimenti. Quando i rendimenti delle classi di asset concorrenti sono più alti, il prezzo dell'oro tende a soffrirne, e viceversa.

Ciò che conta non è il tasso d'interesse nominale, ma il tasso reale. I tassi d'interesse reali sono definiti come tassi d'interesse nominali meno l'inflazione. Ad esempio, se il tasso d'interesse nominale è del 5%, ma l'inflazione è al 3%, il tasso reale è solo il 2% (5% meno 3%). Ciò sembra abbastanza semplice, ma ci sono complicazioni.

Nel selezionare i tassi d'interesse nominali, è necessario specificare una scadenza. I tassi dei buoni del Tesoro a 2 anni sono molto più bassi rispetto ai tassi dei buoni del Tesoro a 10 anni. Nelle nostre analisi usiamo il tasso del decennale, perché è un buon indicatore per i tassi dei mutui e i tassi delle obbligazioni societarie, i quali rappresentano il costo di finanziamento degli investimenti a lungo termine in immobili e asset a reddito fisso da parte d'individui e aziende. Ha più senso pensare all'oro come ad un asset da possedere nel lungo termine piuttosto che uno strumento da tradare nel breve termine.

L'altra complicazione sorge quando il tasso d'inflazione è maggiore del tasso d'interesse nominale. In tal caso, il tasso reale è negativo. Questo può accadere quando il tasso del decennale è all'1% e l'inflazione è al 2%.

In tal caso il tasso reale è -1% (1% meno 2%). Questo è l'ambiente ideale per l'oro. Un rendimento nullo è maggiore di un rendimento reale negativo.

Gli analisti di Wall Street continuano a parlare di quanto siano bassi i tassi d'interesse. E' vero che i tassi nominali sono bassi, ma i tassi reali sono piuttosto alti per gli standard storici. Negli ultimi anni i tassi nominali del decennale sono stati per lo più del 2%, ma l'inflazione è stata di circa l'1%, e a volte più bassa.

Questo significa che il tasso reale del decennale è stato superiore all'1%. Confrontate tutto questo con la situazione nel 1980 (quando l'oro raggiunse un massimo di $800 l'oncia). Allora i buoni del Tesoro rendevano il 13%, ma l'inflazione era del 15%, per cui il tasso reale era -2%. Non lasciatevi ingannare dai tassi d'interesse nominali bassi. Concentratevi sui tassi reali, e avrete una comprensione migliore del prezzo futuro dell'oro.

Il secondo fattore è la forza del dollaro. Qui la correlazione è ancor più evidente. Se si considera l'oro come una forma di denaro, allora è facile capire come un dollaro forte segnali un prezzo debole dell'oro in dollari e come un dollaro debole segnali un prezzo forte dell'oro in dollari.

La misura migliore per determinare la forza del dollaro (oltre all'oro stesso) è il Price-Adjusted Broad Dollar Index gestito dal Federal Reserve Board.

Il livello più basso di questo indice è stato 80.501 nel luglio 2011, il periodo che corrisponde esattamente con il picco storico del prezzo in dollari dell'oro.

Al contrario, tale indice oggi riporta la cifra 95.595. Questa è la lettura più alta da sei anni a questa parte. Proprio come il dollaro è ad un picco di sei anni, l'oro è vicino ad un minimo di sei anni. Anche in questo caso la correlazione non è perfetta, ma è sorprendentemente robusta.

Gli analisti di Wall Street hanno la tendenza a selezionare gli indici sbagliati nelle loro analisi.

Gli indici di Wall Street sono pesantemente inclinati verso l'euro e lo yen, mentre l'indice della FED guarda anche ai mercati emergenti tra cui la Cina. Uno sguardo a pagina 253 del mio libro, The Death of Money, conferma che abbiamo sempre usato lo strumento giusto.

Il terzo fattore è l'interventismo della banca centrale. E' una semplice questione tra domanda e offerta. La produzione mineraria è risultata notevolmente costante negli ultimi decenni: circa 2,000 tonnellate l'anno.

L'oro ha pochi usi industriali. Considero i gioielli una "ricchezza indossabile," quindi non faccio distinzioni tra domanda di gioielli e domanda di lingotti — entrambe sono forme di tutela del patrimonio. Quindi, con una produzione costante e una domanda variabile per l'oro come riserva di ricchezza, è stato relativamente facile per le banche centrali manipolarne il prezzo scaricando riserve d'oro sul mercato fisico nei momenti critici.

Possiamo individuare tre grandi manipolazioni del mercato dell'oro fisico da parte delle banche centrali.

La prima è stata il London Gold Pool del 1960, il quale è crollato nel 1968.

La seconda ha rappresentato uno sforzo segreto degli Stati Uniti e del FMI di scaricare 1,700 tonnellate d'oro sui mercati nel 1975-79, in modo da mascherare il vero impatto dell'inflazione. Questo tentativo fallì nel 1980, quando l'inflazione e il prezzo dell'oro andarono fuori controllo.

La terza è arrivata col “Central Bank Gold Agreement” (CBGA), un cartello di venditori composto da 11 banche centrali (esclusi gli Stati Uniti).

Il CBGA è stato creato nel 1999 e rinnovato nel 2004 e nel 2009. La Svizzera è stata il più grande venditore. Questo accordo è ormai fallito, e sin dal 2010 non c'è stata più una vendita fatta registrare da nessuno dei relativi firmatari.

Sin da allora le banche centrali sono passate dall'essere venditrici all'essere compratrici. Con pochi venditori ufficiali e molti acquirenti ufficiali e non ufficiali, la domanda d'oro ora supera l'offerta delle miniere, mettendo sotto pressione i rottami d'oro e le mani deboli.

L'importanza di questa analisi è che non ci dice dove ci troviamo, ma dove stiamo andando. Le banche centrali non possono tollerare tassi d'interesse reali alti, perché rappresentano un fardello per il consumo e per gli investimenti.

La Federal Reserve non può tollerare un dollaro forte perché importa deflazione (sotto forma di prezzi all'importazione più bassi) da tutto il mondo. I mercati dell'oro fisico fanno registrare un eccesso di domanda perché Cina, Russia, Iran e altri paesi continuano a richiedere oro per diversificarsi dai dollari, mentre la produzione è piatta e sono cessate le vendite ufficiali da parte dell'occidente.

Tutti e tre i fattori — tassi reali, dollaro forte e vendite ufficiali — puntano verso un'inversione delle tendenze recenti e ad uno slancio verso condizioni che favoriranno prezzi più elevati dell'oro.

L'oro può muoversi in entrambe le direzioni, ma è molto più probabile che si muoverà in su piuttosto che in giù date le condizioni attuali.

Vi auguro il meglio,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/