venerdì 12 luglio 2024

La follia della guerra dei confini in Ucraina

 

 

di David Stockman

Qualcuno dovrebbe dire alle élite europee di darsi una calmata, le loro infinite lamentele sui russi e su Putin sono semplicemente patetiche perché:

• Non sono giustificate: la Russia non porta i tratti distintivi di una potenza imperiale espansionista;

• Il conflitto Russia-Ucraina non è affare dell’Europa occidentale, dal momento che è essenzialmente una guerra territoriale e civile entro i confini della Russia storica;

• Se i funzionari dell’UE sono davvero preoccupati per la presunta minaccia russa, perché spendono solo una miseria del loro PIL nella difesa?

Eppure abbiamo una Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ex-ministro della difesa tedesco e falco guerrafondaio, che dice solo assurdità:

Il presidente russo, Vladimir Putin, vuole vedere il ritorno di imperi e autocrazie in Europa, ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al Congresso economico europeo di Katowice.

Parlando al fianco del primo ministro polacco Donald Tusk, la von der Leyen ha insistito sul fatto di sostenere un’Unione Europea pronta a fare tutto il necessario per proteggere l’Europa, e in particolare l’Ucraina.

La guerra di Putin consiste nel ridisegnare la mappa dell'Europa, ma è anche una guerra contro la nostra Unione e contro l'intero sistema globale basato sulle regole”, ha affermato.

Beh, questa è solo spazzatura. L'unica volta in cui i confini dell'Ucraina sono stati ridisegnati con la canna di un fucile è stato quando lo fecero Lenin, Stalin e Krusciov tra il 1922 e il 1954. Esatto, questa idiota vuole coinvolgere il mondo nella Terza Guerra Mondiale per far rispettare i confini disegnati da un trio di tiranni tra i più assetati di sangue della storia.

Non è mai esistito un Paese che somigliasse anche lontanamente alla moderna Ucraina finché i comunisti sovietici non ne decretarono l’esistenza. Prima di ciò pezzi e parti della storia di suddetto Paese risalgono al 1650, quando uno dei sovrani più potenti e brutali dell'etmanato cosacco che occupava una piccola parte dell'odierna Ucraina centrale abbandonò la storica fedeltà della sua tribù ai re polacchi e si rivolse ai russi. Successivamente le “terre di confine” (cioè Ucraina in russo) furono tutte legate al vassallaggio nei confronti dell’impero russo e di quello sovietico che ne seguì.

Durante questo arco di 375 anni i confini si spostarono ovunque e viceversa, mentre gli imperi mongolo, turco e polacco-lituano si ritiravano e quelli russo e comunista si espandevano. Cosa c'è di così sacrosanto, quindi, nell'ultima versione delle mappe, quella che ha ospitato sia il regime omicida di Stalin che la Wehrmacht di Hitler?

Infatti l’Europa è piena di confini ridisegnati più e più volte. Mentre la von der Leyen era in Polonia a predicare le guerre di confine in Ucraina, ci si potrebbe chiedere quali sacrosanti confini polacchi aveva in mente?

Per 700 anni la “Polonia” ha saltellato lungo i fiumi, le pianure e le foreste dell’Europa centrale come uno spettacolo di menestrelli itineranti. Ciò include la sua scomparsa per mano di Prussiani, Russi, Asburgo e altre potenze minori scomparse da tempo durante gli ultimi anni del XVIII secolo e l’intero XIX secolo. Fu resuscitata solo nel 1919, in parte nelle terre tedesche a Versailles, perché Woodrow Wilson si rese conto che c’erano voti da ottenere tra quei polacchi che erano emigrati a Chicago e nel Midwest industriale.

Poi Hitler e Stalin ridisegnarono nuovamente i confini della Polonia sotto il famigerato patto Molotov-Ribbentrop del 1938, annullando il lavoro di Wilson e restituendo il corridoio tedesco di Danzica al suo precedente proprietario. E poi, sette anni dopo, un diverso gruppo di vincitori lo ridisegnò nuovamente, fissando i confini per la “Polonia” che soddisfacevano l’obiettivo di Stalin di recuperare le terre orientali perse dai sovietici nella guerra civile post-1918.

La foto qui sotto ricorda non solo come sono stati tracciati gli ultimi confini della “Polonia”, ma come nel corso degli ultimi secoli di storia si sono formati la maggior parte degli attuali confini dell'Europa. Non sono stati tracciati dai delegati di Dio sulla Terra e nemmeno dagli statisti del momento, ma dai vincitori delle guerre più recenti.

Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Joseph Stalin all'inizio della Conferenza delle potenze alleate a Yalta, Crimea, 4 febbraio 1945

Inoltre anche uno sguardo alla mappa odierna ricorda che il lavoro di tracciamento dei confini di generali e politici, e occasionalmente di statisti, è sempre stato soggetto a revisione senza necessariamente fare una guerra al riguardo.

A Versailles nel 1919 si decretò l'esistenza della Cecoslovacchia come un pot-pourri di nazioni comprendenti molti slovacchi, cechi, ungheresi, rom, slesiani, ruteni, ucraini, polacchi, ebrei e soprattutto milioni di tedeschi. Fu successivamente smembrata da Hitler per riportare a casa i tedeschi dei Sudeti, poi venne riassemblata dai vincitori di Yalta e infine divisa pacificamente tra Slovacchia e Repubblica Ceca nel 1993.

Oppure prendiamo il caso dei confini tortuosi delle sei repubbliche autonome dello scomparso Stato della Jugoslavia e in particolare della Serbia. Wikipedia ci spiega il processo di creazione di quei confini:

(La Serbia) ottenne l'indipendenza de facto nel 1867 e ottenne il pieno riconoscimento da parte delle Grandi Potenze al Congresso di Berlino del 1878. Come vincitrice nelle guerre balcaniche del 1912-1913, la Serbia riconquistò la Macedonia di Vardar, il Kosovo, Metochia e Raška (Antica Serbia). Alla fine del 1918, con la sconfitta dell'impero austro-ungarico, la Serbia si espanse fino a includere le regioni dell'ex-Vojvodina serba. La Serbia fu unita con altre province austro-ungariche in uno Stato panslavo di sloveni, croati e serbi; il Regno di Serbia aderì all'unione il 1° dicembre 1918 e il Paese prese il nome di Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

La Serbia raggiunse i suoi confini attuali alla fine della seconda guerra mondiale, quando divenne un'unità federale all'interno della Repubblica popolare federale di Jugoslavia (proclamata nel novembre 1945). Dopo la dissoluzione della Jugoslavia in una serie di guerre negli anni '90, la Serbia è diventata nuovamente uno stato indipendente il 5 giugno 2006, in seguito alla rottura di un'unione di breve durata con il Montenegro.

Va però menzionata anche l'ex-provincia serba del Kosovo. Washington e i suoi servitori della NATO ne hanno decretato l’indipendenza dopo 75 giorni di persuasione con i serbi. I messaggi erano scritti sulle bombe sganciate da una serie di aerei della NATO che includevano quasi tutto ciò che poteva volare:

Una parte importante dell'operazione è stata costituita dalle forze aeree della NATO, le quali facevano affidamento sull'aeronautica e sulla marina statunitense utilizzando F-16, F-15, F-117, F-14, F/A-18, EA-6B, B-52, KC-135, KC-10, AWACS e JSTARS dalle basi in tutta Europa e dalle portaerei nella regione.

La Marina e l'Aeronautica francese avevano il Super Etendard e il Mirage 2000. L'Aeronautica militare italiana operò con 34 Tornado, 12 F-104, 12 AMX, 2 B-707; la Marina militare operò con gli Harrier II. La Royal Air Force del Regno Unito utilizzava i jet da attacco al suolo Harrier GR7 e Tornado, nonché una serie di aerei di supporto. L'Aeronautica militare belga, danese, olandese, norvegese, portoghese e turca utilizzavano gli F-16. L'Aeronautica militare spagnola schierò EF-18 e KC-130. L'Aeronautica canadese schierò un totale di 18 CF-18, responsabili del 10% di tutte le bombe sganciate nell'operazione.

I combattenti erano armati con munizioni sia guidate che non guidate, inclusa la serie Paveway di bombe a guida laser. La campagna di bombardamenti segnò la prima volta che l’Aeronautica tedesca attaccò attivamente obiettivi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il bombardiere stealth statunitense B-2 Spirit vide il suo primo ruolo di combattimento nell'Operazione Allied Force, colpendo dalla sua base negli Stati Uniti.

Alla fine i confini serbi furono ridisegnati!

Nel processo il suo presidente fu catturato come criminale di guerra. Quando morì prima del processo in una prigione della NATO per “cause naturali”, senza dubbio non considerò questo particolare incidente di tracciamento dei confini come un esercizio di stato di diritto.

In ogni caso, nonostante la storica fluidità dei confini, non si può dire che l'invasione della Russia sia stata immotivata e non collegata alle provocazioni della NATO nella regione. I dettagli sono elencati di seguito, ma è necessario affrontare prima il problema più grande: c’è qualche motivo per credere che la Russia sia una potenza espansionista che cerca di fagocitare i vicini che non sono stati parte integrante della sua stessa evoluzione storica, come nel caso dell’Ucraina?

La risposta è NO e si basa su quella che dovrebbe essere chiamata la regola della doppia cifra. I veri Paesi egemoni espansionistici della storia moderna hanno speso enormi parti del loro PIL nella difesa, perché è ciò che serve per sostenere le infrastrutture militari e la logistica necessarie per l’invasione e l’occupazione di terre straniere.

Ad esempio, ecco le cifre relative alla spesa militare della Germania nazista dal 1935 al 1944 espresse in percentuale del PIL. Questo è l’aspetto di un egemone aggressivo nella fase iniziale di una guerra e nella conduzione effettiva di una campagna militare di invasione e occupazione.

Non sorprende che lo stesso tipo di rivendicazione sulle risorse si sia verificata quando gli Stati Uniti si sono presi la responsabilità di contrastare l’aggressione di Germania e Giappone su base globale. Nel 1944 la spesa per la difesa era pari al 40% del PIL americano e sarebbe ammontata a più di $2.000 miliardi in dollari attuali di potere d'acquisto.

Spesa militare in percentuale del PIL nella Germania nazista

• 1935: 8%

• 1936: 13%

• 1937: 13%

• 1938: 17%

• 1939: 23%

• 1940: 38%

• 1941: 47%

• 1942: 55%

• 1943: 61%

• 1944: 75%

Al contrario, durante l’ultimo anno prima dello scoppio della guerra per procura in Ucraina nel 2021, il budget militare russo era di $65 miliardi, pari ad appena il 3,5% del suo PIL. Inoltre gli anni precedenti non hanno mostrato alcun tipo di accumulo del tipo che ha sempre accompagnato le azioni degli aggressori. Per il periodo dal 1992 al 2022, ad esempio, la spesa militare media della Russia è stata pari al 3,8% del PIL, con un minimo del 2,7% nel 1998 e un massimo del 5,4% nel 2016.

Spesa militare russa in percentuale del PIL

Inutile dire che non si invadono i Paesi Baltici o la Polonia – per non parlare di Germania, Francia, Benelux e dell’attraversamento della Manica – con il 3,5% del PIL. Dallo scoppio della guerra su vasta scala nel 2022, la spesa militare russa è aumentata in modo significativo fino al 6% del PIL, ma anche ai livelli attuali non è stata in grado di sottomettere i propri confini storici.

Quindi, se la Russia non ha la capacità economica e militare per conquistare i suoi vicini non ucraini, per non parlare dell’Europa vera e propria, a cosa serve veramente la guerra?

In breve, affonda le sue radici nelle controversie territoriali e nei conflitti civili in terre che sono state vassalle o parti integranti della Grande Russia per diversi secoli. Ucraina in realtà significa “terra di confine” in lingua russa. Come abbiamo visto, ora comprende uno Stato che non esisteva nemmeno finché Lenin, Stalin e Krusciov non lo costruirono con la forza delle armi dopo il 1920.

Infatti, prima della presa del potere da parte dei comunisti in Russia, non era mai esistito nessun Paese che assomigliasse anche solo lontanamente agli odierni confini ucraini. Ciò a cui equivale in realtà la guerra per procura della NATO è un orribile tentativo di far credere che esista una presunta e neonata minaccia sovietica.

A scanso di equivoci, ecco le mappe che raccontano la storia e che fanno a polpette la sacralità dei confini della von der Leyen. La prima di queste è una mappa di 220 anni fa, dove l’area gialla raffigura il territorio approssimativo delle quattro regioni separatiste – Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia più Crimea – che ora sono presumibilmente sotto “occupazione” russa, ma che di fatto hanno votato a stragrande maggioranza durante i referendum del 2023 e del 2014, rispettivamente, a favore della separazione dall’Ucraina e per un’affiliazione con la Russia.

Collettivamente le cinque regioni erano storicamente conosciute come Novorossiya, o “Nuova Russia”, ed erano state acquisite dai governanti russi, tra cui Caterina la Grande tra il 1734 e il 1791.

Come si evince dai segni rossi sulla cartina che indicano l'anno di acquisizione, l'Impero russo aveva progressivamente acquisito il controllo di questa vasta area, firmando trattati di pace con l'Etmanato cosacco (1734) e con l'Impero Ottomano al termine delle varie guerre Guerre russo-turche del XVIII secolo.

In seguito a questa spinta espansionistica – che comprendeva massicci investimenti russi e l’immigrazione di grandi popolazioni russe nella regione – la Russia istituì il governatorato di Novorossiysk nel 1764. Quest'ultima doveva originariamente prendere il nome dall'imperatrice Caterina, ma lei decretò che si chiamasse invece “Nuova Russia”.

Le province separatiste dell’Ucraina facevano parte della Russia prima ancora che la Costituzione degli Stati Uniti fosse scritta

Completando l'assemblaggio della Nuova Russia, Caterina liquidò con la forza il già citato alleato cosacco noto come Zaporizhian Sich (l'attuale Zaporizhzhia) nel 1775 e annesse il suo territorio alla Novorossiya, eliminando così il dominio indipendente dei cosacchi ucraini. Più tardi, nel 1783, acquistò la Crimea dai turchi, che fu annessa anche alla Novorossiya, come mostrato nell'area gialla della mappa sopra.

Durante questo periodo formativo, il famigerato sovrano ombra sotto Caterina, il principe Grigori Potemkin, diresse il vasto insediamento e la russificazione di quelle terre. Infatti Caterina gli aveva concesso i poteri di sovrano assoluto sulla zona dal 1774 in poi.

Lo spirito e l’importanza della “Nuova Russia” in quel momento sono giustamente catturati dallo storico Willard Sunderland:

L'antica steppa era asiatica e apolide, quella attuale è stato determinata e rivendicata per la civiltà europeo-russa. Il mondo di paragone era quello degli imperi occidentali. Di conseguenza era chiaro che l'impero russo meritava che la propria Nuova Russia andasse d'accordo con la Nuova Spagna, la Nuova Francia e la Nuova Inghilterra. L'adozione del nome di Nuova Russia fu infatti la dichiarazione più potente che si potesse immaginare nel raggiungimento della maggiore età della Russia.

Infatti il passare del tempo ha consolidato ancora più saldamente i confini della Novorossiya. Un secolo dopo l’area giallo chiaro nella mappa qui sotto, 1897, veicola un messaggio inequivocabile: nel tardo impero russo non c’erano dubbi sulla paternità delle terre adiacenti al Mar d’Azov e al Mar Nero, erano parte della “Nuova Russia” che esiste da 125 anni.

Dov'è l'Ucraina su questa mappa?

Dopo la rivoluzione russa i pezzi e le parti di questa regione del vecchio impero zarista furono raggruppati in un'entità amministrativa dai nuovi governanti rossi di Mosca, che la battezzarono “Repubblica socialista sovietica ucraina”. Allo stesso modo crearono entità amministrative simili in Bielorussia, Georgia, Moldavia, Turkmenistan ecc., creando alla fine 15 “repubbliche” di questo tipo.

Ecco come e quando questi brutali tiranni attaccarono ogni pezzo dell'odierna mappa ucraina ai territori acquisiti o conquistati dagli zar russi nel periodo 1654-1917 (area gialla):

• La vecchia Novorossiya del Donbass e del Mar Nero fu aggiunta da Lenin nel 1922 (area viola);

• Il territorio occidentale intorno a Leopoli (area blu), noto come Piccola Polonia o Galizia, fu conquistato da Stalin nel 1939 e successivamente quando lui e Hitler si spartirono la Polonia;

• Alla morte del sanguinario Stalin nel 1954, Krusciov fece un accordo con i suoi alleati del Presidium per trasferire la Crimea (zona rossa) dalla Repubblica socialista sovietica russa a quella ucraina in cambio del loro sostegno nella battaglia per la successione.

In una parola, l’Ucraina è nata nel sangue e nel ferro comunista. Eppure ora la NATO e gli eurofalchi come la von der Leyen vogliono spendere altri miliardi di dollari per garantire che l’opera degli zar e dei commissari autocratici rimanga intatta nel XXI secolo e presumibilmente oltre.

Ucraina moderna: nata nel sangue e nel ferro comunisti

Naturalmente se il suddetto trio comunista del XX secolo fosse stato un benefattore dell’umanità, forse il suo successivo lavoro di cartografia e riassegnazione della Novorossiya avrebbero potuto essere giustificati: avrebbero combinato popoli con una storia etnica, linguistica, religiosa e politico-culturale simile in un sistema politico e uno stato naturale coeso; una nazione che vale la pena perpetuare, difendere e forse anche per cui vale la pena di morire.

Ahimè, era vero proprio il contrario. Dal 1922 al 1991 l’Ucraina moderna è stata tenuta insieme dal monopolio della violenza dei suoi governanti brutalmente totalitari. E ciò divenne più che evidente quando il Cremlino perse temporaneamente il controllo dell’Ucraina durante le battaglie militari della Seconda Guerra Mondiale: durante quell’intervallo particolarmente sanguinoso, l’entità amministrativa comunista chiamata Ucraina andò in pezzi.

I nazionalisti ucraini si unirono alla Wehrmacht di Hitler nelle sue depredazioni contro ebrei, polacchi, rom e russi quando invase il Paese da ovest nel suo cammino verso Stalingrado; e poi, a loro volta, le popolazioni russe del Donbass e del sud fecero una campagna con l’Armata Rossa durante il suo ritorno vendicativo dall’est dopo aver vinto la sanguinosa battaglia che cambiò il corso della Seconda Guerra Mondiale.

Non sorprende, quindi, che dal momento in cui è uscita dal giogo comunista quando l’Unione Sovietica è stata spazzata nella pattumiera della storia nel 1991, l’Ucraina è stata inghiottita da una guerra civile. Le elezioni che si svolsero ebbero come risultato un 50/50 a livello nazionale, ma rispecchiarono duelli di voti 80/20 all'interno delle regioni: i candidati nazionalisti ucraini tendevano ad ottenere margini di voto di oltre l’80% nelle aree centro-occidentali, mentre i candidati simpatizzanti per la Russia ottennero una maggioranza simile nelle aree orientale/meridionale prevalentemente russofone.

Questo modello emerse perché una volta terminato il pugno di ferro del regime totalitario nel 1991, vennero alla luce il conflitto storicamente radicato tra il nazionalismo ucraino, la lingua e la politica delle regioni centrali e occidentali del Paese e la lingua russa e le affinità storiche religiose e politiche nel Donbass e nel Sud. La cosiddetta democrazia è sopravvissuta a malapena a queste sfide fino al febbraio 2014, quando una delle “rivoluzioni colorate” di Washington ebbe successo: il colpo di stato  guidato dai nazionalisti, fomentato e finanziato da Washington, pose fine al fragile equilibrio post-comunista.

Questo è il vero significato del colpo di stato di piazza Maidan: pose fine alla tenue coesione che mantenne intatto lo stato artificiale dell’Ucraina per appena due decenni dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Salvo l’intervento distruttivo di Washington, si sarebbe infine materializzata la spartizione di uno stato invaso dai comunisti che non era mai stato costruito per durare.

La prova che il colpo di stato di piazza Maidan fu il colpo di grazia per lo stato improvvisato ucraino è evidente nelle mappe sottostanti. Vi dicono tutto quello che dovete sapere sul perché questa è una guerra civile, non l’invasione di un vicino da parte di un altro.

La prima mappa è quella delle elezioni presidenziali del 2004, vinte dal candidato nazionalista ucraino Yushchenko. Quest’ultimo prevalse nelle zone arancioni della mappa sul filo-russo Yanukovich, che invece fece incetta di voti nelle regioni blu a Est e a Sud.

Risultati delle elezioni ucraine nel 2004: divorzio nazionale in divenire

La seconda mappa è quella delle elezioni del 2010, la quale mostra la stessa netta divisione regionale ma con una vittoria del candidato filo-russo Yanukovich.

Nella mappa qui sotto, le parti blu scuro nell'estremo oriente (Donbass) indicano un voto dell'80% o superiore per Viktor Yanukovich nelle elezioni del 2010. Al contrario, le aree rosso scuro a occidente votarono per l’80% o più per la nazionalista ucraina Yulie Tymoshenko. La separazione dell’elettorato ucraino fu così estrema da far sembrare l’attuale divisione tra stati americani rossi e blu difficilmente degna di nota al confronto.

Infatti la somma della divisione pro-Yanukovich a Est e a Sud (Donbass e Crimea) ammontava a 12,48 milioni di voti e al 48,95% del totale, mentre la somma delle divisioni al centro e a Ovest (terre dell'antica Galizia orientale e della Polonia) ammontavano a 11,59 milioni di voti e al 45,47% del totale.

Detto diversamente, è difficile immaginare un elettorato più nettamente diviso su base regionale/etnica/linguistica. Eppure si è trattato di qualcosa che ha comunque prodotto un margine di vittoria sufficiente (3,6 punti percentuali) per Yanukovich – tanto da essere accettato con riluttanza da tutti i partiti. Ciò divenne particolarmente chiaro quando Tymoshenko, che era il primo ministro in carica, ritirò la sua sfida elettorale poche settimane dopo il ballottaggio del febbraio 2010.

A quel punto la Russia non aveva alcun problema con il governo di Kiev, perché essenzialmente il “Partito delle Regioni” di Yanukovich era basato sulle parti filo-russe (aree blu) dell’elettorato ucraino. Ma quando Washington incaricò le regioni anti-russe di governare l’Ucraina orchestrando, finanziando e riconoscendo immediatamente il colpo di stato di piazza Maidan, tutto cambiò in un attimo. Ciò fu particolarmente vero quando il nuovo governo illegale sancì nella sua costituzione l’obbligo di aderire alla NATO il prima possibile.

Infatti il colpo di stato di Washington nel 2014 fu l’equivalente del posizionamento missilistico di Krusciov a Cuba nel 1962.

In poche parole, non c’è stata alcuna “invasione” immotivata da parte di Mosca dell’artefatto transitorio noto come Stato ucraino; quest’ultimo di fatto iniziò e finì con l’Unione Sovietica.

Inoltre rispetto alla reale ragione di fondo dell’intervento in Ucraina – la guerra per procura della NATO contro la Russia – ricorre una semplice domanda: oltre a rifornire gli arsenali NATO, qual è il motivo di questa guerra?

Ahimè, la domanda si risponde da sola: la capitale mondiale della guerra sulle rive del Potomac insiste su questo punto e i suoi vassalli in Europa, come Ursula von der Leyen, annuiscono con uno jawohl!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 11 luglio 2024

L'effetto Bitcoin: in avanti e all'insù dopo l'halving

 

 

di Mark Jeftovic

Sono passati poco più di due mesi dal quarto halving, con il prezzo di Bitcoin più o meno in flessione e il sentiment piuttosto sottotono nonostante il fatto che in termini di periodi immediatamente successivi all'halving siamo completamente in linea con i cicli precedenti.

Come osserva Ecoinometrics:

Bitcoin sta andando bene. Nessun calo pazzesco, nessun salto pazzesco; e ciò non sorprende. Solo in termini di modelli, la crescita reale di solito non inizia prima di sei mesi. Se la situazione macro lo consente e BTC segue una traiettoria all'interno del range storico, un bitcoin varrà sei cifre nel 2024. Vediamo come andrà a finire.

Confrontando i movimenti precedenti post-halving con il punto in cui ci troviamo ora, siamo ancora sulla buona strada per un tipico rialzo che durerà 12-24 mesi.

Quanto in alto?

È sempre inutile anche solo fare ipotesi quando si tratta di Bitcoin: ho detto che a questo punto un prezzo a sei cifre è più o meno definito; arriveremo a sette in questo ciclo? È davvero difficile da dire.

Ecoinometrics lo colloca tra $140.000 e $4.500.000 – è una fascia così ampia da sembrare inutile a prima vista, ma quello che penso che sia lui che io stiamo dicendo è che con ogni probabilità raggiungeremo le sei cifre (e probabilmente otterremo un buon calo dal 20% al 30% nel momento in cui ci arriverà), e poi è nell'ambito delle possibilità raggiungere la settima entro la fine del ciclo, cosa che cercherò di capire nel terzo-quarto trimestre del 2025.

I fattori trainanti di questo ciclo sono le istituzioni e gli operatori non al dettaglio che entrano in un mercato in cui c’è sempre meno BTC.

L'halving, infatti, ha ridotto la nuova emissione di bitcoin da 900 al giorno a 450. Inoltre la percentuale di bitcoin già esistenti che è stata trattenuta nei wallet per oltre tre anni è in costante aumento da più di tre anni.

Infatti se guardate il grafico delle onde HODL (pubblicato da HIVE), noterete che il numero di trattenute a lungo termine sta aumentando in tutti gli intervalli di tempo a lungo termine:

• 3 – 5 anni

• 5 – 7 anni

• dai 7 ai 10 anni

• Anche gli HODLer da più di dieci anni stanno HODLando forte

L’ultimo inverno delle criptovalute ha avuto luogo durante una rara contrazione dell’offerta di denaro M2 e un relativo calo del suo ritmo di crescita. Bitcoin ha poi toccato il fondo ed è tornato al rialzo, con M2 ancora in calo.

È stato di buon auspicio, perché in genere è la narrativa della “stampante monetaria fuori giri” che per certi versi semplifica il processo decisionale di acquisto di molte persone. Con Bitcoin che ha addirittura raggiunto nuovi massimi storici prima del quarto halving, sembra che siamo pronti per una mossa esplosiva verso l'alto una volta che le cose finalmente prenderanno il via.

E ora il tasso di crescita di M2 si è invertito e sta tornando indietro – con Mark Wilson di Goldman che si chiede se siamo in una “congiuntura monetaria simile al 1995 o al 2011”.

Ciò che apparentemente spinge i prezzi degli asset più in alto dell’inflazione monetaria vera e propria è la liquidità.

E sembra che ci siano tutte le condizioni affinché la liquidità possa risalire.

Il ciclo del debito, il ciclo elettorale e tutti i tipi di pressioni sistemiche sul sistema finanziario si stanno allineando per fornire un’ulteriore spinta a questo ciclo (e potrebbe essere la madre di tutte le spinte).

La conseguenza di primo ordine del ciclo della liquidità (o forse, più precisamente, il suo elemento motore) sono i bilanci delle banche centrali, che continuano a espandersi e, per quanto ne so, non torneranno mai ai livelli pre-pandemia, per non parlare di dove erano prima della crisi finanziaria globale.

Raoul Pal sostiene spesso che durante la crisi finanziaria globale, le banche centrali del mondo abbiano stretto un accordo per assorbire tutto il debito inesigibile nei propri bilanci e, da quel momento in poi, questi ultimi hanno continuato ad assorbire eventuali oscillazioni di velocità nell'economia globale.

Ecco perché i multipli PE delle azioni rimangono a livelli vertiginosi e perché cose come il value investing non funzionano più.

Zoltan Pozsar è giunto alla stessa conclusione, anche se da un punto di vista diverso, affermando che il value investing è morto “perché le obbligazioni non offrono più valore”.

Secondo lui, finché gli investitori obbligazionari non imporranno la disciplina sui mercati obbligazionari (richiedendo una sorta di “margine di sicurezza”) – e quindi finché le banche centrali non garantiranno il sostegno ai mercati del debito (vedi discorso sul bilancio sopra) – i prezzi degli asset continueranno a salire. Nessuno sconto, nessuna valutazione errata del valore, nessun margine di sicurezza: solo premi per il rischio, sempre, mentre la disciplina viene gettata a mare.

(Sì, spesso mi descrivo come un value investor, ma alla fine ho iniziato a capire che “il sistema” non permetterà mai più che i mercati finanziari si sfilaccino al punto in cui non esiste più valore. Succede, ma è raro – e degno di nota è anche che l’unico posto in cui sembra trovarlo, di tanto in tanto, è nelle criptovalute, quando scopriamo azioni trattate al di sotto del valore mark-to-market rispetto agl iasset digitali.)


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 10 luglio 2024

Il discorso globalista di Draghi all’UE invita una maggiore concentrazione del potere

 

 

di Finn Andreen

Un discorso piuttosto rivelatore sul futuro dell’Unione Europea è stato tenuto a Bruxelles lo scorso 16 aprile da Mario Draghi, che un tempo era in lizza per diventare presidente della Commissione europea, in sostituzione della scandalosa Ursula von der Leyen e a cui invece è stato confermato un altro mandato. Draghi, l’ex-primo ministro italiano ed ex-capo della Banca Centrale Europea, ha fornito raccomandazioni per il futuro direttamente ai membri della Commissione Europea. Alla luce delle elezioni di quest'anno per il Parlamento europeo, il contenuto di questo discorso dovrebbe essere rimarcato perché esemplifica gran parte di ciò che oggi c'è di sbagliato nella linea di politica dell'Unione Europea.

Il discorso si intitolava “Un cambiamento radicale: è ciò che serve”, una dichiarazione d'intenti considerando il triste percorso che sta attualmente percorrendo l’UE. Sarebbe infatti un “cambiamento radicale” nell’attuale contesto politico consentire più libertà, meno regolamentazione, meno ridistribuzione e meno tassazione per far ripartire l’Europa dal punto di vista economico. Non sorprende che questo non sia affatto ciò che Draghi avesse in mente dal momento che è uno statalista in tutto e per tutto. Ciò che invece propone è ancora più interventismo.


Soluzioni sbagliate alla mancanza di competitività

Draghi lamenta le difficoltà incontrate dall’UE nel gestire la concorrenza, nonostante quella che definisce una “strategia deliberata volta ad abbassare i costi salariali l’uno rispetto all’altro”. I risultati non sono convincenti poiché anche le statistiche dell’UE concludono che “all’interno dell’area Euro il costo orario del lavoro è aumentato in tutti gli stati membri dell’UE”. Va ricordato che un libero mercato (cioè, non l'UE) tende a cancellare le differenze salariali e di prezzo nel tempo attraverso il flusso di capitale e lavoro; quando lo stato cerca di forzare questo processo, ciò porta solo a costi aggiuntivi.

Draghi si lamenta inoltre della terribile situazione della competitività dell’UE nelle tecnologie all’avanguardia, ma sono le condizioni normative e fiscali dell’UE a soffocare l’innovazione. Per quanto sbagliasse a generalizzare, ci sono grandi differenze regionali all’interno dell’UE proprio per questi motivi. Le aree con ambienti di start-up fiorenti dovrebbero essere premiate consentendo loro di attrarre capitali e talenti secondo i principi del libero mercato.

Invece di collegare l’innovazione e gli investimenti con il libero mercato, dice Draghi

l’UE dispone di risparmi privati ​​molto elevati, ma sono per lo più incanalati nei depositi bancari e non finiscono per finanziare la crescita come invece accadrebbe in un mercato dei capitali più ampio. Questo è il motivo per cui il progresso dell’Unione dei mercati e dei capitali (UMC) è una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività.

Secondo l’UE l’unione dei mercati e dei capitali è “un’iniziativa per creare un mercato unico dei capitali in tutta l’UE” e che deve essere utilizzato, secondo l’ex-primo ministro italiano Enrico Letta, “per tirare migliaia di miliardi fuori dai materassi del blocco europeo offrendo ai risparmiatori un modo più semplice per investire in azioni”.

Questa proposta non sorprende, poiché le attuali istituzioni europee che spendono e stampano denaro stanno spudoratamente cercando modi per accedere ai risparmi personali in tutta l’UE. L’ufficio del presidente francese Emmanuel Macron, pienamente allineato con l’UE, ha dichiarato che “il risparmio delle famiglie dovrebbe finanziare più direttamente gli investimenti di cui abbiamo bisogno per rilanciare la nostra competitività”. Inoltre, come ha anche affermato un think tank favorevole all’UE: “L’Unione Europea dispone di €33.500 miliardi in risparmi delle famiglie, ovvero un quarto del suo PIL collettivo, ma gran parte di questo denaro è bloccato nelle banche perché le famiglie preferiscono i contanti rispetto agli investimenti”. Le parole “seduto” e “bloccato” parlano di istituzioni che non solo vogliono prima o poi sbarazzarsi del denaro contante per un maggiore controllo, ma che vogliono soprattutto utilizzare i risparmi delle famiglie per compensare le rigide e fallimentari linee di politica dell’UE che per decenni hanno soffocato investimenti e competitività.

Persino il Financial Times ha riconosciuto che “la competitività e l’unione dei mercati e dei capitali sono il logoro standard dei comunicati dell’UE. L’enfasi sulla competitività è un riflesso del difficile contesto geoeconomico. Promettere l’unione dei mercati e dei capitali elude la questione del prestito comune dell’UE”.

A causa della sua agenda politica a favore della concentrazione del potere a Bruxelles, Draghi ignora il fatto che, come scrisse Ludwig von Mises: “Il denaro non è mai inattivo”. I depositi non solo riflettono le inclinazioni naturali e variabili degli individui al risparmio, ma “se il singolo risparmiatore impiega i risparmi per aumentare la sua liquidità perché questa è ai suoi occhi la modalità più vantaggiosa di utilizzarli, stimola un calo dei prezzi delle materie prime e un aumento del potere d’acquisto dell’unità monetaria”. Pertanto in una società libera (cioè non nell'Unione Europea) il risparmio svolge un ruolo importante e non dovrebbe essere compito di alcuna istituzione governativa manipolarlo o disincentivarlo.


Incolpare il resto del mondo

Queste proposte per migliorare la competitività sono state formulate da Draghi nel contesto di una grande lotta di potere a tre, tra Stati Uniti, UE e Cina. Tuttavia una tale competizione geopolitica non può essere nell’interesse dei consumatori europei, i quali vedrebbero ulteriori restrizioni al libero scambio con le aziende delle altre due nazioni. L’unica competizione naturale è economica – non politica – ed esiste tra imprese e individui nel libero mercato. L’obiettivo dell’UE è quello di entrare in una grande rivalità contro Stati Uniti e Cina, o è quello di consentire agli europei di prosperare in pace? Sembra chiaro che per Draghi e la Commissione Europea sia la prima.

Lo status del progetto europeo, sempre più moribondo, viene quindi implicitamente attribuito da Draghi a forze esterne, in particolare alla Cina, ma sempre più anche agli Stati Uniti. È invece il dilagante interventismo statalista in quasi tutti i settori della vita economica e sociale dell’UE a essere alla radice di tutti i suoi problemi. Draghi afferma che “altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando linee di politica per migliorare la loro posizione competitiva”. Infatti per molti decenni il sostegno statale alle industrie nazionali è stato uno strumento politico primario dai governi occidentali, per non parlare del fatto che l’UE non è per nulla innocente quando si tratta di fare uno strappo alle “regole”.


L’obiettivo è concentrare il potere politico

L’agenda globalista dell’Unione Europea, costantemente sostenuta dall’idea hegeliana dello “Stato universale omogeneo”, è palesemente evidente nel discorso di Draghi. Segni di questa agenda sono ovunque, come quando sollecita “la standardizzazione dei dati dei pazienti dell’UE” o “ad accettare un approccio comune” nel settore energetico, o quando spinge sulla “capacità di prestito comune dell’UE”. Le sue proposte tendono tutte alla centralizzazione del potere nell’UE e all’ulteriore indebolimento della sovranità degli stati membri. Ciò è chiaro quando parla della necessità di “abilitare la scalabilità” e quando si lamenta della “mancanza di scalabilità” e del fatto che “la frammentazione ci impedisce di progredire”. Queste e altre proposte vengono utilizzate da Draghi per giustificare la concentrazione di maggiore potere nelle mani dei burocrati a Bruxelles.

Il successo dell’Europa non dipende da tali linee di politica. Al contrario, non faranno altro che stimolare la spesa pubblica e gonfiare l’amministrazione statale, mentre faranno poco per i veri imprenditori che sono la spina dorsale delle economie europee. C’è davvero bisogno di maggiore competitività in Europa, ma ciò può essere raggiunto solo se l’UE e gli stati nazionali iniziano ad allentare la loro stretta mortale sull’economia europea.

È ovvio che l’UE è andata oltre il suo obiettivo originario di garantire le quattro libertà nelle nazioni europee. Oggi, dopo le ratifiche antidemocratiche del trattato di Maastricht del 1992 e del trattato di Lisbona del 2008, Draghi conferma che l’UE sta portando avanti la sua agenda di controllo globalista. Questo era il vero scopo delle elezioni parlamentari europee del mese scorso.

Il progetto dell’UE e i governi europei che lo hanno sostenuto hanno devastato l’intera civiltà europea attraverso decenni di linee di politica coercitive. Se si vuole che l’Europa risorga economicamente, scientificamente e culturalmente, è necessario prima rimuovere i pesi politici che ne soffocano l’economia.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 9 luglio 2024

Come uno stato minimo diventa uno stato amministrativo senza limiti

Di recente una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha intaccato i poteri amministrativi della burocrazia federale. Il caso Loper Bright Ent. contro Raimondo ha in gran parte ribaltato la sentenza Chevron del 1984, la quale aveva consolidato il potere della burocrazia di interpretare le leggi a suo piacimento. Invece di necessitare di sentenze di giudici federali, la Corte Suprema allora stabilì che i burocrati federali potessero decidere da soli come avrebbero dovuto essere interpretate le leggi del Congresso. Ovviamente ciò non ha fatto altro che creare nuovi e vasti poteri per la burocrazia e ha anche cancellato il confine tra il potere esecutivo e quello giudiziario. Cioè, se un ente amministrativo poteva interpretare le leggi da sé, allora si arrogava i poteri riservati al potere giudiziario. Naturalmente la sentenza nel caso Loper è solo un piccolo passo in un compito molto più grande di tenere a freno il potere amministrativo. Lo stato amministrativo è ben lungi dall'essere privato della maggior parte delle sue innumerevoli e pericolose prerogative. Il pericolo rappresentato dai poteri dello stato amministrativo era prevedibile ed è dimostrato dal seguente estratto dal libro, The People's Pottge. Garrett, un acuto saggista della “Old Right”, sottolinea come lo stato amministrativo, creato durante il New Deal di Roosevelt, abbia distrutto la “separazione dei poteri” che riservava l'autorità legislativa al ramo legislativo. Lo stato amministrativo americano, attraverso i suoi poteri di “regolamentazione”, scrive leggi de facto e interpreta statuti, tutti limiti una volta imposti dalla Costituzione. Questa è ciò che Garrett chiama una “rivoluzione nella forma” in cui la realtà di un governo repubblicano limitato viene abolita mentre rimane un guscio vuoto, ovvero il testo della Costituzione americana.

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di Garet Garrett

In The Grandeur That Was Rome Stobart dice che per molto tempo dopo che la Repubblica era diventata un Impero, un repubblicano poteva ancora credere di essere governato dal Senato; a poco a poco, però, con lo sviluppo di una burocrazia imperiale, il Senato diventò insignificante. Fu proprio la burocrazia a governare il mondo romano e a strangolarlo partendo dalle buone intenzioni. Il suo ampliamento fu allo stesso tempo sintomo e causa del crescente potere esecutivo. Il trionfo di questo sistema fu l'Editto dei Prezzi, emanato da Diocleziano, che fissava i prezzi per ogni tipo di merce e i salari per ogni tipo di lavoro.

La cosa triste del lavoro della Commissione Hoover era che si doveva dare per scontato la necessità di un governo esecutivo di questa stessa portata. Ciò significa che la Commissione non aveva il mandato di criticare l'estensione del governo esecutivo o di suggerire che una qualsiasi delle sue attività potesse essere interrotta, il limite del suo compito era dire come avrebbero potuto essere organizzati per una maggiore efficienza. Uno stato più efficiente; non meno stato. Una burocrazia efficiente, anche se può costare meno, è ovviamente più pericolosa per la libertà rispetto a una burocrazia pasticciata; inoltre si può supporre che qualsiasi burocrazia, concedendole tempo ed esperienza, tenderà a diventare più efficiente.

L’esaltazione del principio esecutivo dello stato avviene in diversi modi, principalmente questi:

  1. Per delega. È così che il Congresso delega uno o più dei suoi poteri costituzionali al Presidente e lo autorizza a esercitarli. Tale procedura toccò un culmine durante il lungo regime di Roosevelt, quando un compiacente Congresso delegò al Presidente, tra gli altri poteri, quello più cruciale di tutti, cioè il potere sulle finanze pubbliche, che fino ad allora era appartenuto esclusivamente alla Camera dei Rappresentanti, come dice la Costituzione.

  2. Per reinterpretazione del linguaggio della Costituzione. Ciò viene fatto dalla Corte Suprema.

  3. Per innovazione. È cosìa che, in questo mondo che cambia, il Presidente fa cose che non sono espressamente vietate dalla Costituzione perché i Padri fondatori non ci avevano mai pensato.

  4. Per comparsa nell'ambito del governo esecutivo di quelle che vengono chiamate agenzie amministrative, con il potere di emanare norme e regolamenti che hanno forza di legge. Questa procedura toccò un punto culminante anche nel regime di Roosevelt. Si tratta di una delega diretta del potere legislativo da parte del Congresso. Queste agenzie hanno creato un ampio corpus di leggi amministrative a cui le persone sono obbligate a obbedire. E non solo fanno le proprie leggi, le applicano agendo come pubblico ministero, giudice e giuria; e l'appello contro le loro decisioni ai tribunali ordinari è difficile, perché essi sono obbligati a considerare definitive le loro conclusioni sui fatti. In tal modo viene completamente persa la separazione costituzionale dei tre poteri governativi, vale a dire il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario.

  5. Per usurpazione. Questo avviene quando il Presidente mette di fronte il Congresso a quello che in politica viene chiamato il fatto compiuto – una cosa già fatta – e che il Congresso non può ripudiare senza esporre il governo americano al pubblico ludibrio. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di un accordo esecutivo con Paesi stranieri dove si crea un organismo internazionale per governare il commercio, come il Trattato dell’Organizzazione internazionale del commercio che il Senato probabilmente non avrebbe mai approvato. Questo utilizzo di accordi esecutivi, che entrano in vigore quando il Presidente li firma, al posto dei trattati, che invece richiedono un voto di due terzi del Senato, è un modo per aggirare il Senato. Ciò solleva una serie di questioni giuridiche che non sono mai state risolte. Il punto è che la Costituzione non vieta espressamente al Presidente di stipulare accordi esecutivi con nazioni straniere; prevede solo i trattati. In ogni caso, una volta firmato un accordo esecutivo il Congresso è restio a umiliare il Presidente davanti al mondo ripudiandone la firma. O potrebbe trattarsi di entrare in guerra in Corea in accordo con le Nazioni Unite senza il consenso del Congresso, o inviare truppe per unirsi a un esercito internazionale in Europa in accordo con l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico.

  6. Infine i poteri del governo esecutivo sono destinati ad aumentare man mano che il Paese è sempre più coinvolto negli affari esteri. Ciò è vero perché, sia tradizionalmente che secondo i termini della Costituzione, la competenza degli affari esteri appartiene in un senso molto speciale al Presidente. In questo campo agisce con grande libertà. Solo il Presidente può ricevere gli ambasciatori stranieri; è solo il Presidente che può negoziare i trattati. Le limitazioni sono due. La prima: quando ha firmato un trattato questo deve essere approvato con i due terzi dei voti del Senato. Questo ostacolo, come abbiamo visto, può talvolta essere evitato stipulando con l’estero accordi esecutivi in ​​luogo dei trattati. La seconda: quando il Presidente nomina ambasciatori all'estero questi devono essere approvati dal Senato; può inviare rappresentanti personali per commissioni all'estero. La forza frenante di queste due limitazioni è importante solo nelle mani di un Congresso forte e ostile. Il fatto determinante è che sia il potere di stipulare trattati che la responsabilità di condurre le relazioni estere del Paese appartengono esclusivamente al Presidente; inoltre, sia in pace che in guerra, è il comandante in capo delle forze armate degli Stati Uniti. Lo scopo di inserirlo nella Costituzione era quello di rendere l’autorità civile suprema rispetto al potere militare.

Questo per quanto riguarda l’ascesa del potere esecutivo a una dimensione colossale, tutta nel nostro tempo. Non è più un potere co-eguale; è la potenza dominante nel Paese, come richiede un Impero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 8 luglio 2024

La depressione inflazionistica è già qui?

 

 

di Jeffrey Tucker & Peter St. Onge

C’era un messaggio indiretto sepolto in un articolo del New York Times sulla crisi degli immobili commerciali nelle città. Sì, questo è esattamente il tipo di articolo che le persone trascurano perché a prima vista sembra che non abbia un impatto diffuso nella vita reale. E invece sì, influisce su questioni come l'orizzonte delle nostre città, il modo in cui pensiamo all’urbanistica e al progresso, dove andiamo in vacanza e lavoriamo, e se le grandi città sono fattori trainanti o drenano la produttività nazionale.

L'articolo menziona “un’emergenza che si annida nel mercato immobiliare commerciale, il quale sta soffrendo a causa dei tassi d'interesse alti, che rendono più difficile il rifinanziamento dei prestiti, e dei tassi di occupazione bassi degli edifici adibiti a uffici – un risultato della pandemia”.

Siamo abituati a questo tipo di linguaggio che incolpa la crisi sanitaria per i risultati dei lockdown. Naturalmente è stata una decisione presa dagli esseri umani quella di trasformare un virus in una scusa per chiudere il mondo. I lockdown hanno fatto saltare in aria tutti i dati economici, generando grafici altalenanti su ogni indicatore mai visti nella storia industriale. Inoltre hanno reso estremamente difficile il confronto prima/dopo.

Le conseguenze avranno un’eco a lungo nel futuro. I tassi d'interesse alti sono il risultato del tentativo di rallentare il rubinetto monetario aperto nel marzo 2020, in cui più di $6.000 miliardi in nuova liquidità sono apparsi dal nulla e sono stati distribuiti dai proverbiali elicotteri.

Che fine ha fatto l’iniezione di denaro? Ha generato inflazione. Quanto? Purtroppo non lo sappiamo. Il Bureau of Labor Statistics non riesce a tenere il passo, in parte perché l’indice dei prezzi al consumo non calcola quanto segue: interessi su qualsiasi cosa, tasse, affitti, assicurazione sanitaria (accuratamente), assicurazione per i proprietari di case, assicurazione automobilistica, servizi governativi come scuole pubbliche, calo della quantità di prodotto a prezzi invariati, cali di qualità, sostituzioni dovute al prezzo o costi di servizio aggiuntivi.

Tutte queste sono sole alcune delle cose che sono salite di prezzo ed è per questo che i dati su particolari settori mostrano un enorme divario (generi alimentari in aumento del 35% in quattro anni) e perché ShadowStats stima un'inflazione a doppia cifra da due anni a questa parte, avendo raggiunto il picco del 17%. Se si aggiungono gli interessi, un documento dell'NBER stima l’inflazione del 2023 al 19%.

Vari studi hanno dimostrato che dal 2019 i prezzi dei fast food – uno standard di riferimento nei mercati finanziari per misurare l’inflazione reale – hanno superato l’IPC ufficiale tra il 25% e il 50%.

Sbagliare i dati sull’inflazione è solo l’inizio del problema. Siamo fortunati se qualche dato governativo si adegua anche ai numeri sbagliati. Prendiamo in considerazione le vendite al dettaglio. Supponiamo che abbiate comprato un hamburger l'anno scorso a $10 e ne avete comprato uno questa settimana a $15. Direste che la vostra spesa al dettaglio è aumentata del 50%? No, avete semplicemente speso di più per la stessa cosa. Beh, indovinate un po'? Tutte le vendite al dettaglio vengono calcolate in questo modo.

È lo stesso con gli ordini di fabbrica. Siete voi a dover effettuare gli aggiustamenti all'inflazione. Anche l’utilizzo dei dati convenzionali, che sono ampiamente sottostimati, cancellano tutti i progressi degli ultimi anni. EJ Antoni è uno dei pochi economisti che tiene il passo con queste cose e ha costruito i due grafici seguenti.

“Si tratta di ordini di fabbrica prima e dopo l'aggiustamento all'inflazione: quello che sembra un aumento del 21,1% da gennaio '21 a marzo '24 è solo un aumento dell'1,8% – il resto è solo prezzi più alti, non più cose fisiche; peggio ancora, gli ordini reali sono diminuiti del 6,9% rispetto al picco raggiunto nel giugno '22”.

Immaginate gli stessi grafici ma con aggiustamenti più realistici. Avete capito? I dati diffusi quotidianamente dalla stampa generalista sono falsi. E immaginate gli stessi grafici sopra aggiustati all’inflazione a doppia cifra come dovrebbe essere. Abbiamo un problema serio.

I guai con i dati sull’occupazione stanno diventando sempre più noti. In sostanza, i dati che vengono normalmente riportati sono conteggiati due volte o semplicemente imprecisi, e c’è un’enorme divergenza con l’altro metodo di conteggio dei lavori tramite indagini sulle famiglie. EJ offre ancora una volta il suo commento su questo aspetto.

Inoltre né il rapporto lavoratori/popolazione, né il tasso di partecipazione al lavoro sono tornati ai livelli pre-lockdown.

Prendiamo ora in considerazione il PIL. Nella vecchia formula elaborata negli anni ’30 la spesa pubblica aumenta il PIL, mentre i tagli a essa lo fanno diminuire, proprio come le esportazioni ne gonfiano i numeri e le importazioni li sgonfiano. Perché? È una vecchia teoria radicata in una sorta di keynesiano/mercantilismo che nessuno sembra mai cambiare, ma la distorsione è profonda in questi giorni con una spesa pubblica fuori controllo.

Per calcolare se e in che misura siamo in recessione, guardiamo non al PIL nominale ma al PIL reale; cioè aggiustato all'inflazione. Due trimestri in ribasso sono considerati recessione. Cosa accadrebbe se aggiustassimo i numeri della produzione, erroneamente stimati, attraverso una comprensione realistica dell’inflazione negli ultimi anni?

Non abbiamo i numeri precisi, ma calcoli a spanne suggeriscono che non siamo mai usciti dalla recessione del marzo 2020 e che tutto è andato gradualmente peggiorando.

Ciò si adatta a ogni singolo sondaggio sulla fiducia dei consumatori, soprattutto perché le persone stesse sono osservatori della realtà migliori rispetto ai raccoglitori di dati e agli statistici del governo.

Finora ci siamo occupati brevemente di inflazione, produzione, vendite e produzione, e abbiamo scoperto che nessuno dei dati ufficiali è affidabile. Un errore si ripercuote negativamente sugli altri, come aggiustare la produzione all’inflazione o le vendite all’aumento dei prezzi. I dati sull'occupazione sono particolarmente problematici a causa del problema del doppio conteggio.

Che dire sulle finanze delle famiglie? L’inversione dei tassi di risparmio e del debito delle carte di credito vi dice tutto quello che dovete sapere.

Quando sommate tutto, avete la strana sensazione che nulla di ciò che ci viene detto è reale. Secondo i dati ufficiali negli ultimi quattro anni il dollaro ha perso circa 23 centesimi in potere d'acquisto. A questo non ci crede assolutamente nessuno. A seconda di cosa spendete effettivamente, la risposta reale è più vicina a 35 centesimi, o 50 centesimi, o anche 75 centesimi... se non di più. Non sappiamo ciò che non possiamo sapere.

Non ci resta che fare ipotesi. E questo si combina con la realtà che non è solo un problema degli Stati Uniti. L’aumento dell’inflazione e il calo della produzione sono globali. Potremmo chiamarla recessione inflazionistica, o depressione inflazionistica, in tutto il mondo.

La maggior parte dei modelli economici utilizzati negli anni ’70, e ancora oggi, postulano che esiste un compromesso permanente tra la produzione (con l’occupazione come proxy) e l’inflazione, in modo tale che quando uno è al rialzo, l’altro è al ribasso (Curva di Phillips).

Ora ci troviamo di fronte a una situazione in cui i dati sull’occupazione sono profondamente influenzati da sondaggi inadeguati e dall’abbandono del lavoro, i dati sulla produzione sono distorti da livelli fuori scala di spesa pubblica e di debito, e nessuno tenta nemmeno più di fornire una contabilità realistica dell’inflazione.

Cosa diavolo sta succedendo veramente? Viviamo in tempi ossessionati dai dati con capacità apparentemente magiche di far conoscere e calcolare tutto. Eppure anche adesso sembriamo più ciechi che mai. La differenza è che oggigiorno dovremmo fidarci di dati che nessuno crede nemmeno siano reali.

Tornando alla crisi immobiliare commerciale citata nell’articolo del New York Times, le grandi banche non avrebbero nemmeno parlato con i giornalisti che stavano scrivendo la storia. Questo dovrebbe suggerirvi qualcosa...

Viviamo in un’economia “non chiedere, non dire”. Nessuno vuole parlare di inflazione elevata, nessuno vuole parlare di depressione economica. Soprattutto nessuno vuole ammettere mai la verità: il punto di svolta nelle nostre vite e l’evento che ha fatto precipitare le cose è stato il lockdown. Tutto il resto è stato una conseguenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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