mercoledì 6 agosto 2014

Il massacro





di Murray N. Rothbard


[Pubblicato originalmente su The Libertarian Forum, ottobre 1982.]


Tutte le altre notizie, tutte le altre preoccupazioni, si dissolvono davanti all'enorme orrore del massacro di Beirut. Tutta l'umanità è indignata per la strage indiscriminata di centinaia di uomini (soprattutto anziani), donne e bambini nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. I giorni del massacro — dal 16 al 18 settembre — saranno timbrati col marchio dell'infamia.

C'è un raggio di speranza in questo bagno di sangue: l'indignazione mondiale dimostra che la sensibilità del genere umano non è stata attenuata, come alcuni hanno invece temuto, dalle carneficine del XX secolo o da quelle osservate in televisione. L'umanità è ancora in grado di reagire alle atrocità che vengono provocate da altri esseri umani: siano essi a migliaia di chilometri di distanza, o membri di una religione o cultura diverse. Quando centinaia di innocenti vengono massacrati brutalmente e sistematicamente, tutti noi che siamo ancora pienamente umani gridiamo la nostra profonda protesta.

L'indignazione e la protesta devono essere composte da diversi elementi. In primo luogo, naturalmente, dobbiamo piangere per la povera gente oppressa del Libano, in particolare i palestinesi, che nel 1948 sono stati scacciati dalle loro case e terreni e costretti ad un esilio riluttante. Dobbiamo piangere per le loro famiglie rimaste e massacrate. E per le centinaia di migliaia di persone in Libano ed a Beirut che sono state uccise, ferite, bombardate e rese vagabonde dall'aggressione dello stato d'Israele.

Ma il lutto e la compassione non sono sufficienti. Come in ogni omicidio di massa, devono essere individuate le responsabilità e la colpa del reato. Per il bene della giustizia e per fare in modo che un olocausto non accada mai più — perché di olocausto si tratta.

Chi, allora, è il colpevole? Al livello più immediato e diretto, naturalmente, i teppisti e gli assassini in divisa che hanno commesso il massacro. Si tratta di due gruppi di libanesi cristiani, che cercano di imporre la loro volontà sui musulmani innocenti: le Forze Libanesi Cristiane del maggiore Saad Haddad e la Falange Cristiana guidata dalla famiglia Gemayel, ora insediata alla presidenza del Libano.

Ma ugualmente responsabili, ugualmente colpevoli, sono i loro complici, coloro che hanno tirato i fili, i padroni di Beirut Ovest dove è avvenuta la carneficina: lo stato di Israele. Quando l'OLP è stato evacuato da Beirut Ovest sulla presunta scia di un accordo internazionale e di una supervisione armata internazionale, lo stato di Israele ha colto la sua occasione per conquistare la Beirut Ovest musulmana. Con i suoi protettori fuori dai giochi e le forze internazionali sgomberate, le povere persone accalcate a Beirut Ovest hanno dovuto sopportare la conquista degli aggressori israeliani, i quali hanno attaccato il 16 settembre. E' stata una decisione del governo israeliano quella di spingere la Falange e le forze libanesi nei campi, affinché, secondo le parole di Israele, "purificassero" i campi e si liberassero dei membri dell'OLP ancora presenti — i quali erano, senza dubbio, neonati e bambini. I carri armati israeliani sorvegliavano il perimetro di Sabra e Shatila per consentire ai cristiani il controllo illimitato dei campi, e posti di osservazione dell'esercito israeliano sui tetti tenevano d'occhio la scena (a meno di 100 metri dalla carneficina).

Venerdì scorso il corrispondente della Reuters, Paolo Eedle, ha parlato ad un colonnello israeliano il quale ha fornito una spiegazione dell'operazione: è stata progettata per "purificare" l'area senza la partecipazione diretta dell'esercito israeliano. Questa strategia ricorda vagamente quella nazista sul fronte orientale, quando i soldati tedeschi si fermarono e permisero alle SS ucraine e di altri paesi di massacrare gli ebrei ed altri nativi della Russia.

Sempre venerdì scorso abbiamo saputo che i Falangisti hanno raggiunto le posizioni israeliane per rilassarsi, mangiare, bere, leggere, ascoltare musica e, in generale, "riposarsi" prima di tornare a macellare le poche persone che rimanevano. Un ufficiale Falangista, con un crocifisso d'oro appeso al collo, ha confessato ad un giornalista che c'era ancora chi stava sparando nei campi: "Altrimenti che cosa ci starei a fare io qui?"

Scrivendo dalla scena del delitto (con un certo orrore tra l'altro), il reporter del New York Times Thomas L. Friedman (20 settembre) ha scritto che dai posti di osservazione israeliani: "Non solo è possibile accertare la carneficina con gli occhi, ma anche con le orecchie dati i rumori degli spari e le urla. Oltre a fornire alcune disposizioni ai miliziani cristiani, gli israeliani hanno carri armati di stanza in cima alla collina, per fornire una copertura se i miliziani incontrassero una resistenza più feroce di quanto previsto."

Oggi sappiamo che da giovedì notte l'esercito israeliano ed il governo erano a conoscenza della strage, e che tuttavia non hanno fatto assolutamente nulla per 36 ore, fino a sabato mattina, quando il bagno di sangue era completo e hanno invitato gli assassini cristiani ad uscire fuori dai campi. Tutto era stato messo in sicurezza.

Come finale macabro del crimine sanguinoso, l'esercito israeliano ha ceduto alle forze libanesi un numero enorme di armi sequestrate — l'esercito di Haddad che Israele ha addestrato e armato per sette anni, il quale ha occupato il confine meridionale libanese per molti mesi per conto di Israele, e che, come afferma il New York Times, è "praticamente integrato nell'esercito israeliano ed opera interamente sotto il suo comando."

Uno degli aspetti più incoraggianti della risposta al massacro è stata la tempesta di proteste all'interno dello stesso stato d'Israele. Così, Eitan Haber, corrispondente militare di Yediot Ahronot, ha scritto in stato di shock:

Già dalla notte di giovedì e la mattina di venerdì, i ministri del governo e gli alti comandanti sapevano che stava avvenendo un terribile massacro nei campi profughi di Sabra e Shatila, e nonostante lo sapessero di sicuro, non hanno mosso un dito e non hanno fatto nulla per impedire il massacro fino a sabato mattina. Per 36 ore i Falangisti hanno imperversato nei campi profughi e hanno ucciso chiunque incontrassero sul loro cammino.

Un redattore del quotidiano Maariv, ospite della trasmissione TV Nightline dell'ABC, era chiaramente scosso e ha affibiato la piena responsabilità dell'olocausto al governo Begin, e ne ha chiesto le dimissioni.

Purtroppo la risposta degli ebrei americani non conteneva la stessa indignazione di quelli d'Israele. E' ben noto che il supporto istintivo degli ebrei americani per qualsiasi atto dello stato di Israele, raramente viene replicato all'interno di Israele stesso. Ma anche qui i ranghi erano rotti o perlomeno confusi. Anche William Safire, ardente sostenitore di Israele, ha attaccato la sua "svista" — una parola forte proveniente da uno come Safire. Solo gli "ebrei professionisti", a capo delle principali organizzazioni ebraiche in America, hanno continuato a dare adito ad alibi e scuse. Per alcuni giorni hanno ripetuto che "non possiamo giudicare fino a quando non conosceremo i fatti", ma anche questo alibi è crollato quando Begin ha arrogantemente rifiutato ogni inchiesta giudiziaria imparziale e ha forzato il suo punto vista nel Knesset. Tra i leader ebrei americani, solo il rabbino Balfour Brickner ed il professor Arthur Hertzberg — che hanno sempre paura di parlare francamente — hanno evitato di dare responsabilità allo stato di Israele.

Una scena illuminante è avvenuta su Nightline dell'ABC, quando al rabbino Schindler ed a Howard Squadron, due ebrei americani molto conosciuti, è stato chiesto il loro punto di vista riguardo l'azione israeliana. Che si siano contorti è dire poco. Una domanda particolarmente forte è stata questa: Come è possibile che la protesta ebraica americana sia stata così in sordina rispetto a quella all'interno di Israele? La risposta di Rabbi Schindler: "In Israele ci sono partiti politici che possono essere critici nei confronti dell'azione del governo. Ma il nostro ruolo di ebrei americani è quello di sostenere lo stato di Israele, a prescindere dalle sue azioni." Un'ammissione agghiacciante!

E così i leader ebrei americani affermano che il loro ruolo sia quello di sostenere lo stato di Israele, succeda quel che succeda. Quanti morti ci vorrebbero? Quanti omicidi? Quante stragi di innocenti? Esistono atti possibili e immaginabili che possano indignare la leadership ebraica americana e farle smorzare la sua difesa ad oltranza dello stato di Israele?

Dopo questa affermazione, l'intervistatore di Nightline (piuttosto sorpreso) ha chiesto al rabbino Schindler: "Esiste un sostegno giusto e sbagliato?" Dopo aver camminato sul bordo del baratro e forse dopo aver rivelato troppo, il rabbino Schindler si è ricomposto e ha mormorato: "Naturalmente; ma possiamo giudicare solo dopo che saremo veuti a conoscenza dei fatti." Da quando Begin ha posto il veto su una commissione d'inchiesta che verificasse i fatti, questa linea di ragionamento è caduta definitivamente.

Nella politica americana, l'attrazione magica dello stato di Israele ha finalmente perso un po' del suo potere. Anche Scoop Jackson ed il senatore Alan Cranston (D., California) sono diventati critici nei confronti di Israele. Il leader sostenitore di Israele nel gabinetto di Reagan — Al Haig — è stato cacciato, forse in parte per tale questione. Ma questi sono solo piccoli passi spasmodici verso la "de-isrealinizzazione" della politica estera americana.

Un aspetto bizzarro di questa vicenda è stata la percezione americana — almeno fino a quando non è avvenuto il massacro — riguardo la famiglia Gemayel e la sua Falange. Ora si è scoperto che l'intelligence israeliana — gente notoriamente scaltra — aveva avvertito in anticipo Begin ed il ministro della Difesa Sharon che i Falangisti sarebbero stati inclini a commettere un massacro se avessero avuto carta bianca nei campi. Dire che questi avvertimenti sono stati "ignorati" da Begin, Sharon & Co. è dire poco.

Ebbene, chi erano i Gemayel e la Falange? Per saperlo ci tocca leggere i commenti assurdi dell'Amministrazione Reagan riguardo l'assassinio del leader Falangista, e quasi presidente del Libano, Bashir Gemayel avvenuto il 15 settembre. "Una tragedia per la democrazia libanese", ha opinato l'amministrazione Reagan, mentre Ronnie ha parlato di Bashir come un giovane e brillante politico democratico. Gli Stati Uniti e Israele speravano entrambi che Bashir potesse imporre un "governo centrale forte" per unificare il Libano anarchico.

Dopo il massacro, dovremmo avere un'idea più chiara di quale sorta di "unità" i Gemayel propongono per il Libano: quella dell'ossario e del cimitero. Forse il nome dell'organizzazione politica e militare conosciuta come la Falange, rappresentava un indizio. Il padre di Bashir, Pierre, fondò la Falange dopo una visita entusiasta alla Germania di Hitler. La Falange (dal nome della Falange di Franco) è costituita da fascisti, puri e semplici, negli obiettivi e nel metodo.

Ma concentriamoci sul giovane politico e vediamo se dobbiamo versare qualche lacrima per Bashir. Si distingue dagli altri leader politici libanesi in quanto egli stesso è un assassino di massa. I Gemayel avevano due potenti rivali nella comunità cristiano-maronita fascista. Erano i seguaci degli anziani ex-presidenti Camille Chamoun e Suleiman Franjieh.

Ecco come il giovane democratico, l'uomo di Begin e di Reagan a Beirut, ha affrontato il dissenso all'interno della comunità maronita. Cinque anni fa, l'allora ventinovenne Bashir Gemayel condusse un raid sulla roccaforte di montagna di Franjieh nel nord del Libano. Bashir lasciò che Tony, il figlio maggiore di Franjieh, guardasse mentre lui e la sua banda torturavano ed uccidevano la moglie e la figlia di due anni. Bashir poi assassinò Tony ed i suoi 29 seguaci, definendo quel massacro una "rivolta sociale contro il feudalesimo." Due anni più tardi, Bashir si prese cura dei Chamoun. Nel maggio del 1980, Bashir ed i suoi uomini massacrarono 450 dei seguaci di Chamoun in una località balneare vicino alla città di Junei. Oltre 250 vennero uccisi sulla spiaggia o mentre nuotavano. La moglie e la figlia di Dany (figlio di Camille Chamoun) vennero entrambe violentate. Meno di un mese dopo, Bashir ed i suoi uomini inveasero la sede di Chamoun nella zona est di Beirut, ed uccisero selvaggiamente più di 500 seguaci di Chamoun, nonché gli astanti. Molte delle vittime vennero castrate dai teppisti di Bashir, mentre ad uno venne infilato un candellotto di dinamite in gola e fatto esplodere.

Chi ha assassinato Bashir? Potrebbe essere stato chiunque in Libano.

La barbarie fascista e la volontà di essere un fantoccio di Israele possono essere parzialmente spiegate da fattori demografici. Il dominio politico libanese è impostato secondo un sistema di quote, in cui la dominanza — tra cui la Presidenza — viene assicurata alla comunità cristiano-maronita. Purtroppo, il censimento su cui si basano le quote risale ai primi anni '30, quando i cristiani erano la maggioranza in Libano. Questo censimento ha ancora valore, anche se è ormai ammesso da tutti che i musulmani sono circa il 55% della popolazione libanese, mentre i cristiani il 45%. Questo significa che imporre il dominio maronita-cristiano su una maggioranza di musulmani — la soluzione Begin/Reagan al problema libanese — oltre ad essere profondamente immorale, a lungo andare non funzionerà. I musulmani supereranno in numero i cristiani, non importa quanti bambini musulmani si proporranno di uccidere i Falangisti.

Nonostante l'angoscia e l'indignazione all'interno della popolazione d'Israele, ci sono poche speranze di veder risolto il problema fondamentale. Infatti, mentre le singole voci si alzano sulla strage, dal punto di vista politico non c'è quasi nessuna opposizione all'assioma sionista all'interno d'Israele. Il capo dell'opposizione nel partito laburista, il Founding Fathers and Mothers of Israel, ha spianato la strada a Begin impegnandosi a sostenere l'ideale sionista e la conseguente espulsione di 1 milione di arabi palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Solo pochi partiti minori in Israele, come quello di Uri Davis e Shulamith Aloni, si può dire che abbiano rotto con il paradigma sionista, e questi sono solo ai margini della politica israeliana.

Il problema fondamentale, il paradigma sionista, è semplicemente questo: lo stato di Israele è stato fondato espropriando la stragrande maggioranza delle terre dei palestinesi. Nel 1948 oltre un milione di arabi palestinesi fuggirono al di fuori dei confini di Israele, e gli arabi che sono rimasti sono stati sistematicamente trattati come cittadini di seconda classe in base al fatto che solo gli ebrei sono autorizzati a possedere la terra all'interno di Israele. (E sta facendo in modo che sia sempre di più.) Nel 1967 Israele aggredì e conquistò la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan della Siria. Gli arabi palestinesi nei territori occupati sono, ancora una volta, trattati come cittadini di seconda classe e gli insediamenti sionisti sono stati piazzati in mezzo a loro.

Israele ed i suoi apologeti americani sono soliti incolpare i soliti spauracchi, come l'OLP, e scusare tutti i crimini israeliani, se necessario, per difendere la sicurezza dello stato di Israele dal "terrorismo" dell'OLP. Eppure è stato dimenticato che non c'era nessun OLP prima della vergognosa guerra del 1967, quando i palestinesi si resero conto che dovevano smettere di fare affidamento sugli stati arabi e contare solo su sé stessi per riconquistare le loro case ed i loro beni. Dato che non c'era il "terrore dell'OLP" fino al 1968, come mai Israele ha aggredito e terrorizzato gli arabi palestinesi per due decenni in precedenza?

La risposta sta nel paradigma sionista. Il sionismo è nato nel XIX secolo dalla mente di ebrei europei (non mediorientali), e si è unito alla Gran Bretagna come partner minore dell'imperialismo britannico in Medio Oriente. Dopo la prima guerra mondiale, quando i britannici ed i francesi smembrarono l'Impero Ottomano, infransero le loro promesse di concedere agli arabi la loro indipendenza ed insediarono stati fantoccio in tutto il Medio Oriente. Stiamo ancora vivendo le conseguenze affiorate con la fine dell'imperialismo britannico.

Come hanno fatto i primi sionisti a vendere i loro progetti all'opinione pubblica occidentale? Lo slogan sionista suona particolarmente minaccioso ora: "Una terra senza popolo [Palestina] per un popolo senza terra [gli ebrei]." Una terra senza popolo; non ci sono arabi palestinesi, assicurarono i sionisti, e quindi un milione e mezzo di persone, molte delle quali agricoltori produttivi, coltivatori di agrumi, imprenditori — persone "che hanno fatto fiorire il deserto" — cessarono di colpo di esistere. E prima che l'OLP reagisse, i leader israeliani continuarono risolutamente a negare la realtà, sostenendo ripetutamente che "non ci sono palestinesi". Forse pensavano che se lo avessero ripetuto abbastanza, sarebbero scomparsi magicamente. Forse.

I libertari si oppongono ad ogni stato. Ma lo stato di Israele è particolarmente funesto, perché tutta la sua esistenza giace e continua a giacere su un'enorme espropriazione di beni e terre. Spesso i libertari negli Stati Uniti si lamentano della radicale adesione libertaria alla "riforma agraria", cioè la restituzione dei terreni rubati alle vittime. Nel caso di espropriazioni datate secoli fa, la cosa si fa abbastanza confusa ed i libertari conservatori hanno un punto a loro favore. Ma nel caso della Palestina, le vittime ed i loro figli — i veri proprietari della terra — sono proprio lì, oltre i confini, nei campi profughi, in tuguri, a sognare un ritorno nelle proprie terre. Non c'è nulla di confuso qui. Giustizia sarà fatta, e ci sarà vera pace in quelle zone devastate, solo quando accadrà un miracolo e Israele consentirà ai palestinesi di tornare indietro e rientrare in possesso delle loro legittime proprietà. Fino ad allora, fino a quando i palestinesi continueranno a vivere (e non importa quanto saranno spintonati fuori dalle loro proprietà), saranno sempre lì e continueranno a premere per il loro sogno di giustizia. Non importa quante miglia quadrate e quante città conquisterà Israele (Damasco sarà la prossima?), i palestinesi saranno lì insieme a tutti gli altri profughi arabi creati dalla politica israeliana di sangue e ferro. Ma lasciar vincere la giustizia, permettere il ritorno nelle terre espropriate, significherebbe l'abbandono da parte di Israele del suo ideale sionista. Riconoscere i palestinesi come esseri umani e con pieni diritti umani, rappresenta la negazione del sionismo; è il riconoscimento che la terra non è mai stata "vuota".

Uno stato d'Israele giusto (nella misura in cui un qualsiasi stato possa essere giusto), sarebbe necessariamente uno stato senza ideali sionisti, e nel futuro prossimo nessun partito politico israeliano è disposto a realizzarlo. E quindi il massacro e l'orrore andranno avanti.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 5 agosto 2014

Il fine partita keynesiano è vicino

Purtroppo per noi i vari presidenti che si sono succeduti ai posti di comando della FED hanno creduto che giocherellare col tasso di interesse fosse alquanto salutare, se non rinvigorente per l'economia nazionale. Quindi vediamo che i vari discorsi che ci propinano questi stregoni monetari sono sempre gli stessi, con qualche punta di sensazionalismo per tenere alta l'attenzione dei giornalisti. Colpi di scena come quelli della Yellen, ad esempio, secondo cui le bolle sono basate su impulsi irrazionali ed il tasso di interesse (nonché il debito) non ha nulla a che fare con la stabilità finanziaria. Com ha detto anche Draghi, non esiste alcun Piano B. Le banche centrali continueranno per la loro via, continueranno a stampare denaro aspettandosi che questo fallimento possa condurre a qualcosa di diverso. Non è così. Sebbene tali programmi debbano essere abbandonati in virtù della loro natura fallimentare, il tapering non rappresenta quello che la maggior parte degli individui pensa che sia: fine degli esperimenti monetari. Infatti la posizione della FED è tuttora espansionistica, avendo alimentato i suoi programmi di reverse repo. In questo modo gli stregoni presso l'Eccles Building rivendono alle banche debito dello zio Sam di breve periodo, e queste ultime ridanno indietro le riserve in eccesso accumulate presso la FED stessa. E' un processo ad intermittenza, perché le banche commerciali possono usare i bond per creare nuovo credito. Questo denaro ancora non influenza i prezzi di Main Street, poiché utilizzato principalmente per gonfiare i prezzi degli asset e stimolare quel che rimane del carry trade nei mercati azionari ed obbligazionari. Le grandi aziende sono quelle che possono prendere in prestito questo denaro, e lo riciclano subito nel mercato azionario per ricomprare le proprie azioni sostenendo la mania di un ambiente caratterizzato sempre da prezzi crescenti. I fondamentali di mercato sono persi per sempre, così come un sano processo di price discovery. Adesso i regolatori vorrebbero mettere una pezza a questo "abuso" di leva fiannziario, passando leggi che vadano a limitarla significativamente. Non appena verranno approvate, quello sarà il momento in cui potrete scaldare i pop-corn. L'instabilità finanziaria non è solo colpa di speculazioni selvagge nei casinò di Wall Street, ma soprattutto della miope teoria keynesiana che per tutto questo tempo ha guidato le azioni del settore bancario centrale.
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di David Stockman


Le notizie economiche degli ultimi giorni stanno smascherando la menzogna della via di fuga keynesiana. Una ripresa non è affatto dietro l'angolo — ed il 2014 è praticamente il quinto anno in cui il boom predetto dagli economisti di Wall Street sparirà in una bolla di sapone.

Ieri i numeri relativi alle spese al consumo personali nel mese di maggio, hanno rappresentato il punto di flesso. Non solo i consumatori americani non sono usciti dal loro letargo come predetto da ogni economista fiducioso nella "ripresa delle vendite", i numeri hanno segnato un ritorno al passato. Cioè, il fatto che  il PCE (es. spesa al consumo personale) sia tornato a $10.881 miliardi suggerisce che i consumatori sono tornati in letargo! Abbiamo visto la stessa cosa a febbraio, ed i numeri attuali sono addirittura al di sotto dei livelli del marzo scorso ($10.916 miliardi). In altre parole, il consumatore americano sta tirando i remi in barca, non sta acquistando, e l'inverno rigido — caratterizzato da quelle cose chiamate neve e ghiaccio — non vi ha nulla a che fare.

Questo è il momento giusto per intonare una messa funebre a Wall Street. La sua insistenza impudente, secondo cui la folle stampa monetaria della FED rappresenta l'elisir magico che ravviverà l'economia di Main Street, è andata troppo oltre.

In questo contesto, una delle solite teste di legno ospite in TV ha snobbato la scioccante diminuzione del PIL nel primo trimestre definendola roba vecchia... beh, di 100 giorni fa! Solo in un mondo in cui gli stregoni di Wall Street pensano che tutto gira intorno alle manovre settimanali e agli sproloqui della FED, 100 giorni possono essere considerati come "storia antica". Ma il giovane uomo in questione — un certo Dan Greenhaus, chief investment strategist di BTIG — non ha finito di stupirci. In base ad alcuni sondaggi sul sentiment e su altri fattori, ha divinato che i numeri negativi del primo trimestre dell'anno riflettevano solamente i mesi di gennaio e febbraio, e che l'economia statunitense è rimbalzata a marzo.

In altre parole, non ha fatto altro che operare un aggiustamento stagionale intra-trimestrale e poi si è limitato a spiegare i fatti successivi. Ci sono state 265 letture trimestrali del PIL sin dal 1947; solo 18 di queste hanno mostrato un numero inferiore a -2.9% nel primo trimestre dell'anno; e solo in uno di questi trimestri neri, l'economia USA non era in recessione. Identificare un mese di sole nascosto in 13 settimane di attività economica declinante, è la prova che il Kool-Aid ha dato alla testa.

Meglio scegliere un approccio più sobrio. Dopo due mesi, il PCE reale del secondo trimestre è risultato a $10.889 miliardi, nonostante avesse fatto registrare un rialzo dell'1.2% annuo il trimestre precedente. Per di più, anche se le letture del PCE nominale di giugno registrano un rialzo dello 0.8% mensile — un tasso che non era stato registrato da anni — il PCE reale del secondo trimestre sarebbe ancora ben al di sotto del 2%. E dal momento che la tesi keynesiana prevede che i consumatori escano in massa e si portino dietro il 70% del PIL sotto forma di PCE, esiste la possibilità che i risultati del secondo trimestre saranno ben al di sotto del 3%. Questo significa che a metà 2014 l'economia USA avrà sì e no raggiunto i livelli del quarto trimestre 2013.

Dopo tutto, non c'è speranza che gli altri componenti del PIL possano dare segnali incoraggianti per quanto riguarda il secondo trimestre. La costruzione di nuove case è al di sotto dei livelli del primo trimestre. Allo stesso modo, gli investimenti imprenditoriali reali hanno rallentato negli ultimi trimestri — e non c'è segno di un'inversione. Inoltre i dati legati al commercio globale non offrono alcuna speranza di un boom immediato nelle esportazioni USA; né c'è stata un'accelerazione evidente nel consumo e negli investimenti pubblici. Anche se le scorte vedranno un particolare rinvigorimento, ci sono stati solo tre trimestri negli ultimi 45 in cui hanno fatto segnare più di un 2.0% nelle letture trimestrali del PIL.

La verità è che il mantra "i consumi sono ripartiti" sta diventando davvero nauseante, proprio perché è smentito dai fatti. Le letture di maggio, per esempio, hanno fatto segnare solo un guadagno dell'1.8% nel PCE reale rispetto al maggio 2013. E se scendiamo nel dettaglio della cosiddetta ripresa, diviene ovvio che la spesa al consumo reale ha rallentato significativamente piuttosto che impennarsi. Da qui il misero rialzo annuale dell'1.9% del maggio 2013 rispetto a quello dell'anno precedente fermatosi al 2.4% e a quello dell'anno prima ancora fermatosi a 2.6% (es. l'anno finito a maggio 2010). In generale, il PCE reale si è espanso solo dell'1.2% annuo sin dal suo picco ciclico nella primavera del 2008.




Questo trend rappresenta il succo della storia moderna. Durante i sei anni del precedente ciclo, per esempio, il PCE reale si è espanso ad un tasso del 2.5% rispetto al picco dell'ottobre 2001 — o più del doppio rispetto al numero del ciclo attuale.




Per di più tale periodo ha usufruito della spinta della FED per quanto riguarda il debito delle famiglie, e tanto per essere chiari suddetta era è finita. Pertanto la crescita reale del PCE è una funzione della crescita dei saggi salariali, ed è evidente che questi ultimi non stanno crescendo. Infatti l'effetto ricchezza della FED sta avendo in realtà un effetto perverso. I consigli d'amministrazione delle corporazioni ed i CEO vengono remunerati per il riacquisto di azioni ed i costi di ristrutturazione. Quindi prendono in prestito di più ed assumono di meno.




La verità è che stiamo vivendo in un periodo in cui contano solo i prestiti. A breve entreremo nel sessantunesimo mese della cosiddetta ripresa, il che sancisce l'eternità dell'attuale ciclo rispetto alla media di 55 mesi dei 10 cicli sin dal 1949. Eppure ci sono due cose che gli intossicati di Kool-Aid continuano a negare.

In primo luogo, anche l'inflazione CPI è tornata nel range del due percento e potrebbe continuare a salire. Ciò significa che i saggi salariali reali sono stagnanti.

In secondo luogo, anche la tiepida ripresa che abbiamo visto nel PCE è stata raggiunta al costo di far sprofondare il tasso di risparmio delle famiglie — come mostrato qui sotto. Perché diavolo i keynesiani pensano che una popolazione in invecchiamento rimanderà indefinitamente il risparmio per la propria pensione? Più importante: perché la politica monetaria degli ultimi sette anni sarebbe stata progettata per punire i risparmiatori con tassi di deposito pari a zero?




La risposta è chiara. I drogati di Wall Street devono far girare la loro droga euforica per stimolare gli impulsi di Main Street. I tassi di interesse a zero sono progettati per aumentare il rischio nei mercati degli asset — in modo che le pecore potranno essere tosate ancora una volta.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 4 agosto 2014

Le colpe della guerra in Medio Oriente

Sebbene il post di oggi sia già stato tradotto da Paxtibi sul suo blog, vale la pena di riportarlo perché ho notato una certa confusione sull'argomento. Non solo, ma il conflitto israelo-palestinese sta assumendo sempre di più dei toni da stadio andando ad intorpidire una sana ricerca della verità e della giustizia. Io, insieme ad altri amici libertari, abbiamo stilato un elenco (che continuiamo ad aggiornare) in questo post su Facebook in cui riportiamo notizie da testate giornalistiche "ufficiali" sugli eventi in Medio Oriente. Un modo per mostrare imparzialità anche di fronte a quegli accusatori che potrebbero avanzare critiche sul luogo da cui vengono prese "certe notizie". Questi ultimi, comunque, prima di avanzare le loro critiche, dovrebbero dare una bella ripassata a quel che soleva dire Randolph Bourne sulla guerra.
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di Murray N. Rothbard


[Questo pezzo è apparso originalmente su Left and Right, primavera-autunno 1967.]


Il problema con i settari, che siano libertari, marxisti, o sostenitori del governo mondiale, è che tendono ad accontentarsi della causa alla radice di ogni problema ed a non preoccuparsi mai delle cause più dettagliate o più prossime. Il migliore, e quasi ridicolo, esempio di settarismo cieco e non intelligente è il Partito Laburista Socialista, un partito venerabile senza effetto alcuno sulla vita americana. A qualsiasi problema che la condizione del mondo potrebbe porre – la disoccupazione, l'automazione, il Vietnam, i test nucleari, o qualsiasi altra cosa – il PLS ripete semplicemente, a pappagallo: “adottare il socialismo.” Poiché il capitalismo si presume essere la causa originaria di tutti questi ed altri problemi, solo il socialismo li spazzerà via, punto. In questo modo il settario, anche se la sua identificazione della causa originaria fosse corretta, si isola da tutti i problemi del mondo reale e, per ulteriore ironia, evita a sé stesso di avere un qualche effetto verso lo scopo finale che serba in cuore.

Alla domanda sulle colpe di una guerra, di qualunque guerra, il settarismo alza la sua brutta e disinformata testa molto al di là della palude in cui affonda il Partito Laburista Socialista. Libertari, marxisti, sostenitori del governo mondiale, ciascuno dalla propria diversa prospettiva, hanno l'insita tendenza di evitare di tediarsi con i pro e i contro dettagliati di ogni dato conflitto. Ciascuno di essi sa che la causa alla radice della guerra è il sistema della nazione-stato; data l'esistenza di questo sistema, le guerre ci saranno sempre e tutti gli stati se ne divideranno la colpa. Il libertario, in particolare, sa che gli stati, senza eccezione, aggrediscono i loro cittadini e sa inoltre che in tutte le guerre ogni stato aggredisce i civili innocenti “appartenenti” all'altro stato.

Ora questo tipo di visione della causa originaria della guerra e dell'aggressione, e della natura dello stato in sé, è cosa buona e giusta ed estremamente necessaria per comprendere lo stato del mondo. Ma il problema è che il libertario tende a fermarsi lì, ed eludendo la responsabilità di conoscere che cosa sta accadendo in ciascuna specifica guerra o conflitto internazionale, tende a saltare ingiustificabilmente alla conclusione che, in qualunque guerra, tutti gli stati sono ugualmente colpevoli, e quindi a continuare a farsi gli affari suoi senza pensarci due volte. In breve, il libertario (e il marxista e il partigiano del governo mondiale) tende a trincerarsi nella comoda posizione di un “Terzo Accampamento,” assegnando uguali colpe a tutte le parti in ogni conflitto, e lasciando perdere. Questa è una posizione comoda da prendere perché in realtà non aliena i partigiani dell'uno o dell'altro lato. Entrambi gli schieramenti in una guerra scarteranno quest'uomo come “idealista” senza speranza e settario, un uomo anche piuttosto amabile perché ripete meccanicamente la sua posizione “pura” senza informarsi o prendere posizione su qualsiasi guerra stia infuriando nel mondo. In breve, entrambi gli schieramenti tollereranno il settario precisamente perché irrilevante, e perché la sua irrilevanza garantisce che non avrà effetto sul corso degli eventi o sull'opinione pubblica su questi eventi.

No: libertari devono arrivare a capire che ripetere meccanicamente i principi ultimi non è abbastanza per affrontare il mondo reale. Solo perché tutte le parti condividono la colpa ultima degli stati non significa che tutte le parti sono ugualmente colpevoli. Al contrario, virtualmente in ogni guerra, una parte è molto più colpevole dell'altra e a quella parte dev'essere assegnata la responsabilità di base per l'aggressione, la conquista, ecc. Ma per per scoprire quale parte in una guerra è la più colpevole, dobbiamo informarci approfonditamente sulla storia di quel conflitto e questo richiede tempo e riflessione – ed è inoltre necessaria la volontà ultima di diventare rilevanti prendendo posizione e assegnando un maggior grado di colpevolezza su un lato o sull'altro.

Diventiamo quindi rilevanti; e, con questo in mente, esaminiamo le cause storiche alla radice dell'attuale cronica e acuta crisi in Medio Oriente; e facciamolo con lo scopo di scoprire e giudicare il colpevole.

La crisi cronica del Medio Oriente risale – come molte altre crisi – alla Prima Guerra Mondiale. I britannici, in cambio della mobilitazione dei popoli arabi contro i loro oppressori della Turchia imperiale, promisero agli arabi la loro indipendenza alla fine della guerra. Ma, allo stesso tempo, il governo britannico, con un caratteristico gioco su due tavoli, prometteva la Palestina araba come “casa nazionale” per il sionismo organizzato. Queste promesse non erano sullo stesso piano morale: per ché nel primo caso, agli arabi veniva promessa la propria terra liberata dalla dominazione turca; e nel secondo, si prometteva al sionismo mondiale una terra enfaticamente non sua. Quando la guerra mondiale finì, i britannici senza alcuna esitazione scelsero di mantenere la promessa sbagliata, quella al sionismo mondiale. La loro scelta non fu difficile; se avesse mantenuto la propria promessa agli arabi, la Gran Bretagna avrebbe dovuto andarsene gentilmente dal Medio Oriente e consegnare quella terra ai suoi abitanti; ma, per adempiere alla sua promessa ai sionisti, la Gran-Bretagna doveva rimanere come potenza imperiale che governasse la Palestina araba. Che abbia scelto il corso imperiale non sorprende affatto.

Dobbiamo, quindi, tornare ancora più indietro nella storia: a cosa serviva il sionismo mondiale? Prima della Rivoluzione Francese, gli ebrei europei in gran parte erano stati relegati in ghetti, e dalla vita del ghetto era emersa una distinta identità culturale ed etnica (così come religiosa) ebraica, con lo Yiddish come linguaggio comune (essendo l'ebraico soltanto l'antica lingua dei riti religiosi). Dopo la Rivoluzione Francese, gli ebrei dell'Europa occidentale si emanciparono dalla vita del ghetto ed affrontarono la scelta di dove dirigersi. Un gruppo, gli eredi dell'Illuminismo, scelse e sostenne la scelta di uscire dalla cultura ristretta e parrocchiale del ghetto per assimilarsi nella cultura e nell'ambiente del mondo occidentale. Ma se l'assimilazionismo era chiaramente il corso razionale in America ed Europa occidentale, questo percorso non avrebbe potuto esser seguito facilmente in Europa Orientale, dove le mura dei ghetti ancora tenevano. In Europa Orientale, quindi, gli ebrei si rivolsero ai vari movimenti per la conservazione dell'identità etnica e culturale ebraica. Quello prevalente era il Bundismo, la visione del Bund ebraico, che sosteneva l'autodeterminazione nazionale ebraica, fino ad includere uno stato ebraico nelle regioni a predominanza ebrea dell'Europa Orientale (così, secondo il Bundismo, la città di Vilna, in Europa Orientale, con una popolazione a maggioranza ebrea, avrebbe fatto parte di uno stato ebraico di nuova formazione). Un altro gruppo di ebrei, meno potente, il movimento territorialista, disperando per il futuro degli ebrei in Europa Orientale, sosteneva la conservazione dell'identità ebraica Yiddish con la formazione di colonie e comunità ebree (non stati) in varie zone non popolate e vergini del mondo.

Date le condizioni dell'ebraismo europeo alla fine del XIX ed all'inizio del XX secolo, tutti questi movimenti avevano una base razionale. L'unico movimento ebraico privo di senso era il sionismo, un movimento che ebbe inizio all'interno del territorialismo ebraico. Ma mentre i territorialisti volevano semplicemente conservare l'identità ebrea-Yiddish in una terra propria di nuova formazione, il sionismo cominciò ad insistere per una terra ebraica unicamente in Palestina. Il fatto che la Palestina non fosse una terra vergine, ma fosse già occupata da popolazioni di contadini arabi, non significava niente per gli ideologhi del sionismo. Ancora, i sionisti, lungi dallo sperare di conservare la cultura Yiddish del ghetto, voleva seppellirla e sostituirla con una nuova cultura ed una nuova lingua basate su un'artificiale espansione secolare dell'antico ebraico religioso.

Nel 1903, i britannici offrirono un territorio per la colonizzazione ebraica in Uganda ed il rifiuto di questa offerta da parte dei sionisti polarizzò i movimenti territorialista e sionista, che in precedenza erano fusi insieme. Da quel momento in poi, i sionisti si dedicheranno alla mistica terra-e-sangue in Palestina e solo in Palestina, mentre i territorialisti avrebbero cercato una terra vergine in un'altra parte del mondo.

A causa degli arabi residenti in Palestina, il sionismo dovette trasformarsi in pratica in un'ideologia di conquista. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna prese il controllo della Palestina ed usò il suo potere sovrano di promuovere, incoraggiare e favorire l'espropriazione delle terre arabe per l'uso e per l'immigrazione sionista. I vecchi titoli di proprietà terriera turchi venivano spesso raccolti e comprati a poco prezzo, espropriando così i contadini arabi in nome dell'immigrazione sionista europea. Nel cuore del mondo arabo agricolo e nomade del Medio Oriente arrivava così, sulle spalle e sulle baionette dell'imperialismo britannico, un popolo di colonizzatori in gran parte europeo.

Anche se il sionismo era ora impegnato per una Palestina come casa nazionale ebraica, non lo era ancora nell'allargamento di uno stato ebraico indipendente in Palestina. Effettivamente, soltanto una minoranza dei sionisti favoriva uno stato ebraico e molti di questi avevano rotto con il sionismo ufficiale, sotto l'influenza di Vladimir Jabotinsky, e avevano formato il movimento sionista-revisionista per mobilitarsi perché uno stato ebraico governasse l'antica Palestina storica su entrambe le rive del fiume Giordano. Non è sorprendente che Jabotinsky abbia espresso grande ammirazione per il militarismo e la filosofia sociale del fascismo di Mussolini.

All'altra ala del sionismo stavano i sionisti culturali, che si opponevano all'idea di stato politico ebraico. In particolare, il movimento del Ihud (Unità), raccolto intorno a Martin Buber e ad un gruppo di distinti intellettuali ebrei dell'università ebraica di Gerusalemme, sosteneva, quando i britannici se ne fossero andati, uno stato ebreo-arabo bi-nazionale in Palestina, in cui né l'uno né l'altro gruppo religioso dominasse l'altro, ma che lavorassero in pace ed armonia per costruire la terra della Palestina.

Ma la logica interna del sionismo non l'avrebbe tollerato. Nella tumultuoso congresso del Sionismo Mondiale all'Hotel Biltmore di New York nel 1942, il sionismo, per la prima volta, adottò l'obiettivo di uno stato ebraico in Palestina, e niente di meno. Gli estremisti avevano vinto. Da quel momento in poi, ci sarebbe stata una crisi permanente in Medio Oriente.

Pressati da lati opposti dai sionisti ansiosi di ottenere uno stato ebraico e dagli arabi che volevano una Palestina indipendente, i britannici decisero infine di andarsene dopo la Seconda Guerra Mondiale e di passare il problema alle Nazioni Unite. Con l'intensificarsi delle spinte per uno stato ebraico condizione, il riverito dott. Judah Magnes, presidente dell'Università Ebraica di Gerusalemme e capo del movimento del Ihud, denunciò amaramente il “totalitarismo sionista,” che, accusava, sta cercando di portare “l'intero popolo ebreo sotto la propria influenza con la forza e la violenza. Ancora non ho visto chiamare i terroristi sionisti con il loro giusto nome: assassini – che hanno brutalizzato uomini e donne. … Tutti gli ebrei in America condividono tale colpa, persino quelli che non sono d'accordo con le attività di questa nuova leadership pagana, ma che rimangono comodamente seduti con le mani incrociate….” Poco tempo dopo, il dott. Magnes ritenne necessario l'esilio dalla Palestina ed emigrò negli Stati Uniti.

Sotto la pressione incredibilmente intensa dagli Stati Uniti, nel novembre del 1947 l'ONU – compresi gli entusiasti Stati Uniti e l'URSS – approvò riluttante un programma di partizione della Palestina, un programma che costituì la base dell'uscita britannica e della dichiarazione dell'esistenza di Israele il 15 maggio dell'anno seguente. Il programma di partizione garantì agli ebrei, che possedevano una frazione trascurabile della terra palestinese, quasi metà dell'area territoriale del paese. Il sionismo era riuscito a ritagliare uno stato ebraico europeo in territorio arabo nel Medio Oriente. Ma non era affatto finita qui. L'accordo dell'ONU aveva permesso (a) che Gerusalemme venisse internazionalizzata secondo la regola dell'ONU e (b) che ci fosse un'unione economica fra i nuovi stati ebraico e arabo della Palestina. Queste erano le condizioni di base con cui l'ONU approvò la partizione. Entrambe vennero subito e bruscamente disattese da Israele – che cominciarono così una crescente serie di aggressioni contro gli arabi in Medio Oriente.

Mentre i Britannici erano ancora in Palestina, le forze paramilitari sioniste iniziarono a schiacciare le forze armate arabe palestinesi in una serie di scontri di guerra civile. Ma, cosa più fatidica, il 9 aprile 1948, i fanatici terroristi sionisti-revisionisti raggruppati nell'organizzazione Irgun Zvai Leumi massacrarono cento donne e bambini nel villaggio arabo di Deir Yassin. Dall'avvento dell'indipendenza di Israele il 15 maggio gli arabi palestinesi, demoralizzati, fuggivano in preda al panico dalle loro case e dalla minaccia del massacro. I vicini stati arabi mandarono allora le loro truppe. Gli storici sono soliti descrivere la guerra che seguì come invasione di Israele da parte degli stati arabi, eroicamente respinta da Israele, ma poiché tutti i combattimenti ebbero luogo su territorio arabo, questa interpretazione è chiaramente errata. Ciò che accadde, infatti, è che Israele riuscì ad occupare grossi pezzi dei territori assegnati agli arabi palestinesi dall'accordo di partizione, comprese le zone arabe della Galilea occidentale, della Palestina araba centro-occidentale come “corridoio” per Gerusalemme e delle città arabe di Jaffa e di Beersheba. Anche il grosso di Gerusalemme – la città nuova – fu occupata da Israele ed il programma di internazionalizzazione dell'ONU venne scartato. Gli eserciti arabi furono ostacolati dalla loro stessa inefficienza e disunità e da una serie di tregue imposte dall'ONU rotte solo per il tempo bastante a Israele per occupare più territorio arabo.

Prima dell'accordo di armistizio permanente del 24 febbraio 1949, allora, 600.000 ebrei avevano creato uno stato che in origine aveva alloggiato 850.000 arabi (da una popolazione araba palestinese totale di 1,2 milioni). Di questi arabi, tre quarti di milione erano stati cacciati dalle loro terre e case ed il resto sottoposto ad una dura regola militare che, dopo due decadi, è ancora in vigore. Le case, le terre ed i conti bancari dei rifugiati arabi fuggiti furono subito confiscati da Israele e consegnati agli immigranti ebrei. Israele a lungo ha sostenuto che i tre quarti di milione di arabi non furono cacciati con la forza ma piuttosto dal loro stesso ingiustificato panico indotto dai leader arabi – ma il punto chiave è che tutti conoscono il risoluto rifiuto di Israele a lasciare che questi rifugiati tornino e reclamino le proprietà a loro sottratte. Da quel giorno a oggi, per due decadi, questi sfortunati rifugiati arabi, le loro fila ora gonfiate per aumento naturale a 1,3 milioni, hanno continuato a vivere in assoluta indigenza nei campi profughi intorno ai confini israeliani, a mala pena mantenuti in vita dagli scarni fondi dell'ONU e dai pacchi CARE, vivendo soltanto per il giorno in cui potranno tornare alle loro legittime case.

Nelle regioni della Palestina originariamente assegnate agli arabi, non è rimasto nessun governo arabo palestinese. Il capo riconosciuto degli arabi palestinesi, il loro Grand Mufti Haj Amin el-Husseini, fu deposto sommariamente dallo strumento britannico di vecchia data, il re Abdullah della Trans-Giordania, che confiscò semplicemente le regioni arabe della Palestina centro-orientale, così come la città vecchia di Gerusalemme (la Legione Araba del re Abdullah era stata costruita, armata, provvista di uomini e perfino guidata da ufficiali colonialisti britannici come Glubb Pasha).

Per quanto riguarda i rifugiati arabi, Israele si aspetta che i contribuenti del mondo (ovvero, in gran parte i contribuenti degli Stati Uniti) si inseriscano e finanzino un ampio programma per risistemarli in qualche luogo in Medio Oriente – cioè, in qualche luogo lontano da Israele. I rifugiati, tuttavia, non hanno naturalmente interesse nella risistemazione; rivogliono le loro case e proprietà, punto.

L'accordo di armistizio del 1949 si presumeva fosse sorvegliato da una serie di Commissioni Miste di Armistizio, composta da Israele e dai suoi vicini arabi. Molto presto, tuttavia, Israele sciolse le Commissioni Miste di Armistizio e cominciò ad invadere sempre più territori arabi. Quindi, la zona ufficialmente demilitarizzata di El Auja venne sommariamente occupata da Israele.

Da quando il Medio Oriente era ancora tecnicamente in uno stato di guerra (c'era un armistizio ma nessun trattato di pace), l'Egitto, dal 1949 in poi, aveva continuato a bloccare lo stretto di Tiran – l'entrata al golfo di Aqaba – a tutti i trasporti israeliani e a tutto il commercio con Israele. In considerazione dell'importanza del blocco del golfo di Aqaba nella guerra del 1967, è importante ricordare che nessuno protestò per questa azione egiziana: nessuno disse che l'Egitto stava violando il diritto internazionale chiudendo questo “pacifico canale internazionale” (rendere qualsiasi canale aperto a tutte le nazioni, secondo il diritto internazionale, richiede due condizioni: (a) consenso delle potenze che si affacciano sul canale e (b) che non esista stato di guerra fra qualsiasi delle potenze che si affacciano sul canale. Nessuna di queste condizioni valevano per il golfo di Aqaba: l'Egitto non acconsentì mai ad un tale accordo e Israele era in uno stato di guerra con l'Egitto dal 1949, di modo che l'Egitto poté bloccare il golfo ai trasporti israeliani senza contestazioni dal 1949 in poi).

La storia della continua aggressione israeliana era appena cominciata. Sette anni più tardi, nel 1956, Israele, alleato agli eserciti imperialisti britannici e francesi, invase l'Egitto. E – oh, con quale fierezza Israele imitò coscientemente le tattiche naziste del blitzkrieg e dell'attacco a sorpresa! E – oh, che ironia che proprio lo stesso establishment americano che per anni aveva denunciato i blitzkrieg e gli attacchi a sorpresa nazisti fosse improvvisamente pieno d'ammirazione per esattamente le stesse tattiche impiegate da Israele! Ma in questo caso, gli Stati Uniti, abbandonando momentaneamente la loro devozione intensa e continua alla causa israeliana, si unirono alla Russia nell'obbligare gli aggressori a lasciare il territorio egiziano. Ma Israele non ha acconsentì a ritirare le proprie forze dalla penisola del Sinai finché l'Egitto non avesse acconsentito a permettere che una Forza Speciale d'Emergenza dell'ONU avesse amministrato la fortezza di Sharm-El Sheikh che controlla lo stretto di Tiran. Tipicamente, Israele rifiutò sdegnoso all'UNEF il permesso di pattugliare il proprio lato del confine. Soltanto l'Egitto acconsentì a permettere l'accesso alle forze dell'ONU, e fu a causa di questo che il golfo di Aqaba è rimasto aperto ai trasporti israeliani dal 1956 in poi.

La crisi del 1967 nacque dal fatto che, nel corso degli ultimi anni, i rifugiati arabi palestinesi avevano cominciato ad abbandonare la loro precedente disperazione triste e passiva ed a formare movimenti guerriglieri che si sono infiltrati nei confini israeliani per portare la loro lotta nella regione delle loro case perdute. Dall'anno scorso, la Siria è stata sotto il controllo del più militante governo anti-imperialista che il Medio Oriente abbia visto da anni. L'incoraggiamento siriano ai guerriglieri palestinesi ha spinto i forsennati capi di Israele a minacciare la Siria con la guerra e la conquista di Damasco – minacce punteggiate da severe incursioni di rappresaglia contro i villaggi siriani e giordani. A questo punto il primo ministro egiziano, Gamal Abdel Nasser, che era stato uno sbruffone anti-israeliano per anni, ma che si era concentrato preferibilmente su misure demagogiche e stataliste che rovinarono l'economia interna dell'Egitto, fu sfidato dai siriani a fare qualcosa di concreto per aiutare: in particolare, a metter fine al controllo dell'UNEF – e quindi al continuo passaggio israeliano – nel golfo di Aqaba. Da qui, la richiesta di Nasser perché l'UNEF se ne andasse. Le proteste pro-israeliane alla rapida acquiescenza di U Thant sono grottesche, quando consideriamo che le forze dell'ONU erano là soltanto su richiesta egiziana e che Israele ha sempre rifiutato risolutamente di avere le forze dell'ONU sul proprio lato del confine. Fu a quel punto, con la chiusura dello stretto di Tiran, che Israele ha cominciato evidentemente a prepararsi per il proprio prossimo blitzkrieg.

Mentre apparentemente approvava le trattative di pace, il governo israeliano alla fine cedeva alle pressioni dei “falchi” all'interno del paese e la nomina di un noto guerrafondaio, il generale Moshe Dayan, a ministro della difesa era ovviamente il segnale per il blitz israeliano avvenuto dopo pochi giorni. Le incredibilmente rapide vittorie israeliane; la glorificazione della stampa delle tattiche e della strategia israeliane; la chiara impreparazione delle forze arabe a dispetto della gran fanfara; tutto ciò dimostra a tutti tranne ai più ingenui il fatto che Israele lanciò la guerra del 1967 – un fatto che l'Israele a malapena si preoccupa di negare.
Uno degli aspetti più repellenti del macello del 1967 è l'aperta ammirazione per la conquista israeliana da parte di quasi tutti gli americani, ebrei e non ebrei. Sembra esserci una malattia nel profondo dell'animo americano che causa la sua identificazione con l'aggressione e l'omicidio di massa – più rapido e più brutale è, meglio è. Nell'ondata di ammirazione per la marcia israeliana, quanti si addolorarono per le migliaia di civili arabi innocenti assassinati con l'uso israeliano del napalm? E per quanto riguarda lo sciovinismo ebraico fra il cosiddetto popolo “pacifista” della sinistra, non c'è dimostrazione più nauseabonda di una totale mancanza di umanità che quella mostrata da Margot Hentoff nel liberal Village Voice:

C'è qualche guerra che ti piace? In caso affermativo, sei ebreo? Fortunato te. Che gran momento per essere ebreo. Avete mai conosciuto dei pacifisti ebrei? Ne avete conosciuto qualcuno la settimana scorsa? … Del resto, questa era una guerra differente – un vecchio genere di guerra, un genere di guerra in cui la morte era portatrice di vita e le morti arabe non contavano. Che piacere essere, ancora una volta, a favore di una guerra. Che bella sensazione, sana e pulita, acclamare quelle jeep che attraversavano lo schermo televisivo piene di soldati EBREI duri, magri, risoluti, armati.

“Guarda come vanno! WOW! ZAP! Niente li fermerà adesso!” ha detto un vecchio pacifista radicale. “Questo è un esercito di ebrei!”

Un altro (il cui contributo principale al giudaismo finora è stato di scrivere articoli che ripudiano Israele e che annunciano che il giudaismo ha fallito e se lo merita) ha passato la settimana a dissimulare la sua nazionalità. “Come stiamo?” Continuava a chiedere. “Dove arriveremo adesso?”

Che “bella sensazione pulita” davvero, quando “le morti arabe non contano!” C'è qualche differenza fra questo tipo di atteggiamento e quello dei nazisti persecutori di ebrei che la nostra stampa attacca, giorno dopo giorno, da ben più di vent'anni?

Quando ebbe inizio questa guerra, i capi israeliani affermarono che non erano interessati nemmeno in un “pollice” di territorio; la loro lotta era puramente difensiva. Ma ora che Israele siede sulle sue conquiste, dopo ripetute violazioni dei cessate il fuoco dell'ONU, spira un'aria molto diversa. Le sue forze occupano ancora tutta la penisola del Sinai; tutto il Giordano palestinese è stato occupato, spingendo altri quasi 200.000 sfortunati profughi arabi ad unirsi a centinaia di migliaia di loro compagni dimenticati; ha strappato un bel pezzo di Siria; e Israele afferma arrogante che non restituirà mai, mai, la città vecchia di Gerusalemme e non la internazionalizzerà; l'occupazione israeliana dell'intera Gerusalemme è semplicemente “non negoziabile.”

Se Israele è stato l'aggressore in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti in tutto questo è stato ancor più sgradevole. L'ipocrisia della posizione degli Stati Uniti è quasi incredibile – o lo sarebbe se non sapessimo qual è stata la politica estera degli Stati Uniti per decenni. Quando la guerra è cominciata, e per un momento è apparso come se Israele fosse in pericolo, gli Stati Uniti sono accorsi velocemente per dichiarare la propria dedizione “all'integrità nazionale del Medio Oriente” – come se i confini del 1949-67 fossero in qualche modo imbalsamati per sacro decreto e debbano essere conservati a tutti i costi. Ma – non appena è stato chiaro che Israele aveva vinto e conquistato ancora una volta, l'America si è rapidamente liberata dei propri presunti cari “principi.” Ora non si parla più “dell'integrità nazionale del Medio Oriente”; ora tutto è “realismo” e l'assurdità di tornare agli obsoleti confini dello status quo ed alla necessità che gli arabi accettino un accordo generale in Medio Oriente, ecc. Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che gli Stati Uniti hanno approvato dall'inizio, pronti ad accorrere in soccorso di Israele se necessario? Di quante altre prove abbiamo bisogno per sapere che Israele è ora l'alleato ed il satellite degli Stati Uniti, che in Medio Oriente come in tante altre zone del mondo hanno indossato il mantello portato un tempo dall'imperialismo britannico?

La cosa più importante che gli americani non devono essere spinti a credere è che Israele sia un “piccolo” “derelitto” contro i suoi potenti vicini arabi. Israele è una nazione europea con uno standard tecnologico europeo che combatte un nemico primitivo e non sviluppato; ancora, Israele ha dietro di sé la forza concentrata di innumerevoli americani e europei occidentali che lo alimentano e lo finanziano, così come i governi leviatanici degli Stati Uniti e dei suoi numerosi alleati e stati clientelari. Israele non è un “prode derelitto” a causa dell'inferiorità numerica più di quanto lo fosse l'imperialismo britannico quando conquistava terre molto più popolate in India, in Africa ed in Asia.

E così, Israele ora si siede, occupando il proprio aumentato territorio, polverizzando case e villaggi che contengono cecchini, mettendo al bando gli arabi, uccidendo giovani arabi in nome del controllo del terrorismo. Ma questa stessa occupazione, questa stessa elefantiasi di Israele, fornisce agli arabi una potente occasione a lungo raggio. In primo luogo, come i regimi anti-imperialisti militanti di Siria e Algeria ora vedono, gli arabi possono spostare la loro enfasi strategica dalla disperata guerra convenzionale con un nemico molto meglio armato ad una prolungata e totale guerriglia popolare. Armato con armi leggere, il popolo arabo potrebbe mettere in atto un altro “Vietnam,” un'altra “Algeria” – un'altra guerriglia popolare contro un esercito d'occupazione pesantemente armato. Naturalmente, questa è una minaccia soltanto a lungo termine, perché per eseguirla gli arabi dovrebbero rovesciare tutte le loro stagnanti e reazionarie monarchie e formare una nazione unita pan-araba – perché le spaccature in nazioni-stato nel mondo arabo sono la conseguenza delle artificiose macchinazioni e delle depredazioni dell'imperialismo britannico e francese. Ma nel lungo termine, la minaccia è molto reale.

Israele, quindi, affronta un dilemma di lungo termine che un giorno dovrà affrontare. O continuare nel suo attuale percorso e, dopo anni di reciproche ostilità e di conflitto venir rovesciato dalla guerriglia popolare araba. O cambiare drasticamente direzione, liberarsi completamente dai legami imperiali occidentali e trasformarsi in semplici cittadini ebrei del Medio Oriente. Se lo facesse, allora la pace e l'armonia e la giustizia regnerebbero infine in questa regione tormentata. Ci sono molti precedenti per questa coesistenza pacifica. Per secoli prima dell'imperialismo occidentale del XIX e XX secolo, ebrei e arabi avevano sempre vissuto insieme pacificamente in Medio Oriente. Non ci sono inimicizia o conflitti inerenti fra arabi ed ebrei. Nei grandi secoli della civiltà araba nell'Africa del Nord ed in Spagna, gli ebrei avevano un ruolo felice e prominente – contrariamente alla loro continua persecuzione da parte dei fanatici dell'occidente cristiano. Ripulita dall'influenza e dall'imperialismo occidentale, quell'armonia può tornare a regnare di nuovo.


venerdì 1 agosto 2014

Risveglio doloroso





di Francesco Simoncelli


“Quella che in famiglia viene definita prudenza, difficilmente può essere chiamata follia ad un livello superiore.” ~ Adam Smith


Almeno una volta nella vita, la maggior parte di noi ha ecceduto con l'alcol e il giorno dopo si è ritrovato una gran bel mal di testa. Questo è sintomo di due cose: si è oltrepassato i propri limiti, la materia prima con cui si è ecceduto era di scarsa qualità. Sebbene eccedere sia sempre dannoso, in qualsiasi aspetto della propria vita, anche la qualità gioca un ruolo preponderante. Nel nostro caso, ovvero, nel caso della sbronza europea dovuta ad un eccesso di debiti alimentata da liquidità di scarsa qualità, il post-sbornia ancora deve arrivare. Infatti non si è fatto altro che diminuire la dose di alcol ingerito. Quel tanto che basta per tenersi brilli e rimandare ancora di un po' il duro risveglio. E' difficile affrontarlo. Non si ha affatto la voglia di affrontare il lungo percorso di riabilitazione, periodo allungato ulteriormente dalla continua ingestione di alcol monetario. Inoltre, la consapevolezza del giorno dopo, potrebbe portare ad una decisione drastica: basta sbronze.

Continuare a bere, quindi, non risolve affatto i problemi di fondo. Così come continuare a sostenere artificialmente attività fallite, non risolve i problemi alla base del caos europeo. Gli stati e le banche centrali hanno letteralmente fatto i salti mortali per evitare il fallimento del comparto bancario e di quelle attività definite TBTF, impedendo alle forze di mercato di ripulire il panorama economico da quegli errori che dal 2010 sono emersi prorompenti. L'intervento dei pianificatori centrali a tamponare in qualche modo il risultato disastroso delle loro azioni, è l'equivalente di quando si spazza la polvere sotto il tappeto. Nessuno la vede, ma è lì sotto. Fino a quando l'eccessiva quantità di sporco non finisce per invadere tutta la casa, e una nuvola bianca tossica satura l'aria dell'abitazione.

Forse è proprio l'ingestione di questa dose eccessiva di alcol monetario che ha portato alla demenza i banchieri centrali, agendo scriteriatamente con i loro "strumenti non convenzionali". In realtà questa non è altro che la conseguenza di quello che Mises descriveva in Planned Chaos: una volta che la pianificazione centrale inizia ad armeggiare con il sistema dei prezzi, non può più fermarsi pena la sua bancarotta (finanziaria ed intellettuale).

I nostri problemi, infatti, sono riconducibili essenzialmente al sistema monetario fiat in cui viviamo: il denaro elastico, emesso ad voluntatem da un ente bancario centrale, incentiva un comportamento irresponsabile attraverso l'uso della riserva frazionaria. Le banche commerciali sono, quindi, spinte a diminuire i loro rapporti di riserva ed a concedere prestiti al di là della capacità effettiva dei loro depositi (es. concedere più prestiti rispetto alla disponibilità di risparmi reali). Questo mette in moto un boom artificiale il quale deve necessariamente concludersi in un bust, ovvero, una correzione deflazionistica ed una contrazione di quei bilanci che incorporavano investimenti improduttivi. Nel caso del comparto bancario, essere purgato dai prestiti creati dal nulla e non sostenuti dal risparmio reale. Le banche centrali, il cui vero mandato è quello di salvaguardare il comparto bancario commerciale e di riflesso le finanze statali, hanno evitato tutto ciò iniettando vita artificiale in attività decotte. In questo modo hanno intorbidito i fondamentali di mercato, creando un ambiente in cui diventa sempre più impossibile discernere gli investimenti produttivi da quelli improduttivi.



LA STRATEGIA DELLA BCE: VIVERE ALLA GIORNATA

L'unico modo in cui le banche centrali stanno riuscendo a mandare avanti la baracca, è attraverso risposte che arrivano man mano che vengono individuati i problemi. Riescono a direzionare, in un modo o nell'altro, il breve termine ma non hanno alcun controllo sul lungo termine. Il problema di questo approccio è questo: anche il breve termine si sta trasformando in brevissimo termine. Impossibilitati dall'operare un calcolo economico in accordo con le forze di mercato, i pianificatori centrali si vedranno sempre più pressati da eventi imprevedibili che ricorderanno agli attori di mercato quanto siano impotenti davanti alle forze di mercato. Non hanno punti di riferimento. Quindi si adattano al mutare della situazione.

Sin da quando è scoppiato il caos europeo nel 2010, i banchieri centrali e gli stati sono intervenuti nei mercati per mitigare l'effetto purificatore di una pulizia degli errori passati. Sin da quel momento le banche centrali stanno vivendo alla giornata. Hanno proceduto a comprare asset tossici ed a nazionalizzare attività in bancarotta. La BCE, ad esempio, garantendo per le obbligazioni europee ha scatenato un'orgia di acquisti forti del sostegno dello zio Mario qualora le cose fossero peggiorate. In questo modo non si capisce più quale attività bancaria sia sana e quale no, quale riesce a tenersi a galla con le proprie forze e quale no. Arroventando il mercato obbligazionario, la BCE non ha fatto altro che permettere allo stato di ottenere finanziamenti attraverso il settore bancario commerciale e di conseguenza permettere agli investimenti improduttivi di continuare a drenare risorse dal resto dell'economia.




L'interventismo delle banche centrali sta solo nascondendo l'inevitabile bancarotta del comparto bancario commerciale e dello stato. Rappresentando entrambi investimenti improduttivi, alla fine dovranno essere purgati. Più si rimanderà questo evento, più sarà doloroso riprendersi. La BCE, prima col LTRO e poi col "whatever it takes", ha concesso spazio di manovra a stati in bancarotta e banche commerciali che nel decennio 1999-2009 hanno ecceduto con debiti e riserva frazionaria. Non bisogna scordarsi, inoltre, che questo comportamento lascivo è stato alimentato dalla stessa BCE attraverso l'espansionismo monetario durante il suddetto decennio.

Se ne stanno accorgendo gli stessi pianificatori centrali, realizzando di non essere affatto muniti di quell'onniscenza di cui tanto si vantavano durante la fase di boom artificiale. Stanno comprendendo che intaccare il meccanismo di price discovery ha un prezzo. Soprattutto se il prezzo manipolato è quello più importante di tutti: il tasso di interesse. Riallocare la produzione verso settori più desiderati dall'insieme delle forze di mercato richiede tempo, e questo processo, a causa dell'interferenza delle banche centrali, sta venendo deturpato a favore di interessi riguardanti una ristretta cerchia di individui. I banchieri centrali sono, purtroppo, fossilizzati in una mentalità in cui loro vestono il ruolo di idraulici monetari in grado di poter "aggiustare" i guai economici che emergono ciclicamente.

Non sorprende quindi se ultimamente sono emerse notizie che portavano alla nostra attenzione un rinnovato allarme per le banche europee, in particolare per quelle austriache e portoghesi. Come potete notare dal grafico qui sopra, le banche commerciali hanno investito pesantemente nei bond statali fornendo presumibilmente pasti gratis agli stati. Questi ultimi hanno continuato a sprofondare nel debito come se niente fosse. Nel frattempo i rendimenti obbligazionari sono calati, perché la manipolazione verso il basso dei tassi di interesse e il costo del denaro quasi a zero ha fornito un grande incentivo a coloro che per primi ricevono il denaro fresco di stampa. Questo carry trade ha funzionato per un po', ma l'accumularsi di nuovi errori, asset non performanti, crediti incagliati e sofferenze varie, hanno richiesto al comparto bancario commerciale la ricerca di rendimenti più alti per compensare questa triste situazione.

Questo lo ha spinto sempre di più verso le obbligazioni spazzatura. Non è una sorpresa, soprattutto in forza del bluff di Mario Draghi ed alle regole di Basilea III. Se una determinata attività fallisce significa che non riesce a stare più sul mercato a causa delle sue scelte sbagliate e alla volontà dei consumatori di "punire" quella determinata attività poiché non soddisfa più i loro desideri. Rimanere in vita significa operare in perdita. Sarebbe folle. A meno che non ci sia qualcuno che sia disposto a mettere soldi per far continuare questa follia. Durante l'ultima conferenza stampa le banche commerciali si aspettavano un QE da parte della BCE, in modo da tamponare temporaneamente le gravi difficoltà che si ritrovano nei loro bilanci. Sono stati delusi da una timida proposta d'intervento da parte della BCE. Perché? Perché gli annunci risolutivi della BCE saranno per lo più inefficaci. Fino ad ora si sono dimostrati tali.

Le banche potranno potranno prendere in prestito denaro dalla BCE allo 0.15% e prendere in prestito fondi d'emergenza allo 0.40%, inoltre i depositi presso la banca centrale richiederanno il pagamento di un interesse dello 0.1%. Quest'ultima mossa è stata salutata dalla stampa come la più stimolante nei confronti del mondo del prestito da 5 anni a questa parte. Non è così. Il denaro depositato in quei conti è registrato sul bilancio della banca centrale, questo significa che può essere prestato solo a quegli istituti finanziari che hanno un conto presso la BCE. Esatto, questo significa altre banche.

Sin dallo scoppio della crisi nel 2008 le banche non si fidano più l'una dell'altra e il tasso interbancario è letteralmente sprofondato. Perché? Perché i loro bilanci sono un disastro e temono una qualsiasi margin call da parte di un altro istituto che le potrebbe portare a finire sul lastrico e scatenare un contagio globale. La liquidità quasi gratis fornita al sistema bancario commerciale è un paravento, è un bluff, è uno specchietto per le allodole. Serve solo ad uno scopo: spruzzare profumo su un cadavere.



NEL FRATTEMPO, DALL'ALTRO LATO DELL'OCEANO...

Agendo in maniera più spregiudicata rispetto alla BCE, anche la FED sta perseguendo una politica di tassi di interesse a zero. Inoltre continua ad inondare gli istituti finanziari, ed altre attività privilegiate, di denaro a buon mercato inglobando nel suo bilancio obbligazioni e titoli tossici (es. MBS). Questa strategia ha permesso allo zio Sam di galleggiare ancora per un po', ma a che prezzo? Così come evidenziato poco sopra, la sovvenzione artificiale di attività fallite ha permesso loro di rimanere sul mercato drenando risorse dall'economia reale. La maggior parte della liquidità immessa dalla FED è rimasta nel circuito finanziario, andando a gonfiare bolle nel settore obbligazionario ed azionario.




Sin dalla fine del 2008 la FED, agendo come agente di un cartello bancario e difensore delle finanze statali, ha tenuto in piedi queste due entità infondendo in loro vita artificiale. La manipolazione risultante ha forzato progressivamente in basso tutti i vari rendimenti di quegli asset in cui l'ingegneria finanziaria ha messo gli occhi. Ora sono arrivati ai loro minimi di sempre. Questo vuol dire che il mercato obbligazionario corporativo, quello statale ed il mercato azionario sono fortemente distorti. I prezzi sono fortemente distorti. Ma la storia ha sempre dimostrato che situazioni simili non restano così per sempre, prima o poi arriva il momento della resa dei conti. O il barista smette di servire drink o l'alcolizzato di turno ci rimette le penne. Ovvero, o a causa di una FED che raffredda la sua stampante monetaria arroventata, o a causa di un aumento improvviso dell'inflazione, questi mercati gonfiati artificialmente vedranno massicce vendite.

E dopo le ultime cifre riguardanti il PIL degli Stati Uniti, per quanto possa essere una misura affidabile, sta facendo registrare una contrazione evidente, segno tangibile che non esiste alcuna ripresa sostenibile. Ormai è una questione di "quando", non di "se", arriverà il momento della resa dei conti.




La FED, come al solito verrà colta di sorpresa. Il suo modo di agire crea inevitabilmente deformazioni del tessuto economico, ma la sua retorica nega l'esistenza di un tale esito o afferma l'impossibilità di predirne la portata distruttiva. Questo perché il keynesismo è la sua religione. Gli economisti presso la FED guardano un monitor, osservano i dati ed agiscono di conseguenza. La presunta positività dei dati li induce a festeggiare. Questo perché non possiedono una teoria del capitale né una teoria del ciclo economico. Navigano in un mare in cui s'è alzata una nebbia fitta. I pianificatori centrali gridano: "Avanti tutta!" Non si preoccupano della possibilità degli scogli. Il keynesismo è questo: avere cartine di navigazione in cui sono stati cancellati gli scogli.




Il circuito finanziario è un grande casinò a cui hanno accesso solo determinati individui, di certo non è aperto alla gente comune. Quest'ultima è quella a cui viene lasciato il cerino in mano. I pezzi grossi cercheranno di calcolare il momento in cui uscire e lasciare la patata bollente al prossimo fesso di turno (di solito è quasi sempre il contribuente). E' andata così nel 2007 e andrà così anche la prossima volta. La tempistica sarà tutto.

Le crepe si formeranno nei mutuatari marginali, coloro accorsi alla fine della festa e che cercheranno di spuntare qualche profitto in un mercato vicino alla saturazione. Questo vale per la maggior parte delle nazioni indebitate di oggi: una volta che i mutuatari marginali inizieranno a fallire, si porteranno dietro tutti coloro che sono rimasti nel gioco. Questo significa che lo stato e la banca centale saranno di nuovo chiamati in causa per intervenire e fornire garanzie al fine di tamponare le perdite. I grafici qua sopra ci mostrano che le perdite da sopportare saranno enormi, ma dopo tutte le volte a cui si è ricorso a questo strategemma il bacino dei risparmi reali ne ha risentito enormemente. Quando diventerà negativo significherà questo: cirrosi epatica. Ci stiamo avvicinando.

La FED e le altre banche centrali hanno generato la terza bolla più grande della storia nel mercato azionario. Quanto tempo può mancare al suo scoppio? A giudicare da come stanno agendo i grandi player, i tempi si stanno facendo sempre più stretti. Gli hedge fund, i fondi pensione, i fondi assicurativi e gli stranieri stanno tutti vendendo azioni americane. Ma come è possibile, allora, che il mercato non sia già crollato? Perché i profitti delle corporazioni vengono "investiti" per ricomprare le azioni che sono state emesse dalle società stesse. L'ultima volta che abbiamo visto una cosa del genere era il 2007... sicuramente ricorderete cosa è successo un anno dopo. Produttività? Innovazione? Creatività? Niente di tutto questo. Solo scommesse nel casinò di Wall Street con strumenti finanziari di dubbia solvibilità.




La ZIRP ed i vari inerventi della FED hanno imbastito questo lugubre spettacolo in cui i fondamentali di mercato sono da tempo smorzati e le valutazioni di mercato impossibili da decifrare. Il denaro gratuito ha fatto ubriacare il settore azionario ancora una volta, e sebbene i profitti sembrano in ascesa ora -- anche grazie a quelle corporazioni che si ricomprano le proprie azioni -- questo modo di agire equivale ad un contadino che invece di piantare i semi se li mangia. Ad ottobre la Yellen ha affermato di voler terminare il massiccio programma mensile di acquisto di asset. Vedremo cosa succederà una volta che l'alcol monetario smetterà di fluire nel casinò di Wall Street. Ciò che conta ora per quelle attività che sono improduttive, è portare a casa rendimenti; se si fossero curati dei fondamnetali di mercato sarebbero già fallite. Sono ubriache. Non agiscono razionalmente.



Così come in un bar pieno di persone, nessuno di preoccuperà se uno o due individui lasceranno in sordina il locale. I grattacapi arrivano quando qualcuno si alza dallo sgabello in chiaro stato di panico e grida: "Al fuoco!" Perché dovete ricordare una lezione fondamentale: anche stavolta non è diverso dalla precedente. Nel frattempo, come ricordato spesso su queste pagine, i BRICS hanno fatto la loro mossa per spodestare il dollaro come valuta di riserva mondiale e (col tempo) re-introdurre un gold exchange standard, ufficializzando la nascita della BRICS Development Bank. Una sorta di "mini FMI", potremmo dire. Leggiamo dalla dichiarazione ufficiale:

Siamo seriamente delusi e preoccupati per la mancata attuazione delle riforme decise nel 2010 da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI), cosa che incide negativamente sulla sua legittimità, credibilità ed efficacia. Le riforme dell'FMI si basano su impegni di alto livello, i quali hanno già rafforzato le sue risorse e devono anche portare alla modernizzazione della sua struttura di governance in modo da rispecchiare al meglio il crescente peso degli EMDC nell'economia mondiale. L'FMI deve rimanere un'istituzione basata sulel quote. Invitiamo i membri dell'FMI a trovare il modo per attuare la 14° General Review of Quotas senza ulteriori ritardi. Ribadiamo il nostro invito all'FMI di sviluppare opzioni per andare avanti con il processo di riforma, al fine di garantire una maggiore voce e rappresentanza agli EMDC, nel caso in cui le riforme decise nel 2010 non siano entrate in vigore entro la fine dell'anno. Chiediamo inoltre ai membri dell'FMI di raggiungere un accordo definitivo su una nuova formula per la 15° General Review of Quotas, in modo da non compromettere ulteriormente la scadenza del gennaio 2015.

I BRICS, così come gli altri EMDC, continuano ad incontrare notevoli vincoli di finanziamento per colmare le lacune infrastrutturali e le esigenze di uno sviluppo sostenibile. Con questo in mente, siamo lieti di annunciare la firma dell'Accordo che istituisce la New Development Bank (NDB), con lo scopo di mobilitare risorse per le infrastrutture ed i progetti di sviluppo sostenibile nei paesi BRICS e nelle altre economie emergenti e in via di sviluppo. Apprezziamo il lavoro svolto dai nostri ministri delle finanze. Sulla base di sani principi bancari, l'NDB rafforzerà la cooperazione tra i nostri paesi ed integrerà gli sforzi dellevarie istituzioni finanziarie per uno sviluppo globale, contribuendo in tal modo al nostro impegno collettivo di raggiungere l'obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata.

La Banca avrà un capitale iniziale di $100 miliardi. Il capitale iniziale sottoscritto sarà di $50 miliardi, equamente ripartiti tra i membri fondatori. Il primo Presidente del Consiglio dei Governatori verrà dalla Russia. Il primo presidente del Consiglio di Amministrazione verrà dal Brasile. Il primo Presidente della Banca verrà dall'India. La sede della Banca sarà situata a Shanghai. Il New Development Bank Africa Regional Center avrà sede in Sud Africa in concomitanza con la sede centrale. Ci rivolgiamo ai nostri ministri delle finanze affinché elaborino le modalità per la sua operatività.

Siamo lieti di annunciare la firma del Trattato per l'istituzione del BRICS Contingent Reserve Arrangement (CRA) con una dimensione iniziale di $100 miliardi. Questo accordo avrà un effetto positivo: aiutare i paesi a prevenire le pressioni sulla liquidità di breve termine, promuovere ulteriormente la cooperazione dei BRICS, rafforzare la rete di sicurezza finanziaria globale e completare gli accordi internazionali esistenti. Apprezziamo il lavoro svolto dai nostri ministri delle finanze e dai governatori delle banche centrali. L'Accordo è un framework per fornire liquidità attraverso currency swap in risposta a pressioni, potenziali o effettive, di breve termine sulle bilance dei pagamenti.



IL MONDO NON SI FERMA AL DEFAULT

Nella loro cecità i pianificatori centrali non si sono accorti di una semplice cosa. La vera minaccia ai sistemi monetari fiat non è l'incombenza perenne dell'insolvenza, bensì la loro testardaggine nel voler mandare avanti questo baraccone così com'è. La storia è pingue di esempi in cui il denaro fiat è morto. E' nella sua natura. L'incentivo all'eccesso è sempre stata una caratteristica che ha rappresentato nel lungo termine il suo epitaffio. Infatti, l'insolvenza di coloro che ne hanno abusato non è stata la loro rovina, bensì nascondere il fatto che fossero ormai in bancarotta. Allo stesso modo, il "whatever it takes" di Mario Draghi rappresenta la dichiarazione palese (seppur velata) del default della zona euro, e più in particolare dell'euro.

Le banche centrali continuano a tenere bassi i tassi di interesse e continuano a sostenere una politica monetaria accomodante, in modo da tenere in vita artificialmente banche e stati. Lo stato, quindi, contribuisce a tenere in vita le banche le quali (attraverso la riserva frazionaria prestano la maggior parte del denaro allo stato) tengono in vita lo stato. Nel nostro caso, ad esempio, il governo tedesco vuole che il settore produttivo italiano sganci più soldi per tenere in piedi il governo italiano e le banche italiane. Questo dovrebbe far guadagnare tempo ai pianificatori centrali, permettendo alle banche commerciali del nord Europa (tedesche incluse) di rimanere solvibili dopo che hanno stupidamente prestato denaro a quelle dei PIIGS ed ai relativi governi. In caso di necessità incombente, invece, sarà il settore produttivo tedesco che sgancerà denaro a favore di quelle entità in più urgente bisogno di fondi.

In questo gioco, il contribuente è il bancomat della pianificazione centrale. Sarà spremuto fino all'osso, fino a quando il bacino dei risparmi reali non sarà prosciugato. Arrivati a quel punto il default non concederà più ritardi. Il settore statale e clientelare ad esso connesso dreneranno le risorse e la vitalità di quello produttivo, cercando in ogni modo di sfuggire al giudizio del mercato. Più a lungo sarà rimandato questo giudizio, più la ripresa necessiterà di tempo per sopraggiungere e più dolore sopporteranno gli attori economici. Coloro che hanno prestato denaro allo stato imperarenno una dura lezione. Coloro che hanno supportato entità privilegiate impareranno una dura lezione. Coloro che hanno spinto affinché la pianificazione centrale continuasse nel sua opera di distorsione e distruzione, imperareranno una dura lezione.

E tutti gli altri? Avranno ancora le loro capacità. Avranno ancora le loro idee. Avranno ancora il loro spirito imprenditoriale. Queste cose nessuno le può togliere agli individui. Sebbene possa cadere un'organizzazione sociale, gli individui al suo interno sono in grado di ricostruire dalle macerie ciò che è andato perduto. C'è bisogno di tempo, certo, ma questo non ferma l'animo umano. E se si sono preparati in anticipo al default mettendo al sicuro i prori asset, avranno un vantaggio considerevole sugli altri. La società ripartirà da loro. Non c'è bisogno di preoccuparsi, l'esistenza di persone talmente lungimiranti non può che essere una manna ed una sicurezza di un futuro migliore per tutti gli attori economici. Nel 1933, ad esempio, quando gli altri temporeggiavano, Mises vide la proverbiale scritta sul muro rappresentata dall'incubo nazista. Lasciò immediatamente l'Europa senza pensarci due volte. Molti si affidarono fiduciosi ad un cambio degli eventi. Si sbagliavano.

La morale della favola ce la fornisce William English nel suo Understanding the Costs of a Sovereign Default: American State Debts in the 1840s.

Tra il 1841 ed il 1843 otto Stati andarono in default per i loro obblighi, ed alla fine del decennio quattro Stati ripudiarono tutti o parte dei loro debiti. Erano debiti sovrani sia perché la Costituzione degli Stati Uniti impedisce azioni legali contro gli Stati per imporre un ripagamento, sia perché la maggior parte dei debiti degli Stati era posseduta dai residenti di altri Stati e di altri paesi (principalmente Inghilterra). [...]

Nonostante l'incapacità dei creditori esteri di imporre sanzioni dirette, la maggior parte degli Stati negli Stati Uniti ripagava i propri debiti. Pare che pagassero con una certa costanza in modo da conservare il loro accesso ai mercati di capitale internazionali, come modelli di reputazione. Gli Stati che ripagavano erano capaci di prendere in prestito di più negli anni che conducevano alla Guerra Civile, mentre quelli che non ripagavano erano, per la maggior parte, incapaci di farlo. Gli Stati che andavano in default temporaneamente erano capaci di riguadagnare accesso al mercato del credito saldando i loro vecchi debiti. Sorprendentemente, due Stati che ripudiarono un parte del loro debito furono capaci di riguadagnare accesso ai mercati di capitale dopo l'ammortamento del resto del loro debito.

Il default non fermerà la capacità e la volontà produttive degli attori economici. La sobrietà nella conduzione dei loro affari li avvantaggia considerevolmente. Chi invece finora ha gozzovigliato e vissuto negli eccessi, scansando l'affinamento delle proprie capacità e magnificando i privilegi di cui ha abusato, si troverà in grosse difficoltà qualora vedrà sgretolarsi quei sistemi che fino al giorno prima avevano allungato nel tempo la sua baldoria. Questi ultimi faranno di tutto per guadagnare ancora un altro po' di tempo. Negheranno il default. Truccheranno i libri contabili. Prometteranno all'elettorato la luna. Più guadagneranno tempo, più l'inevitabile default del sistema monetario fiat e di quello previdenziale inonderanno la società di dolore economico. Più si crederà alle loro promesse, più si ritarderà il momento in cui trovare riparo dalla tempesta. Perché una cosa è certa, ci sarà una tempesta. Ma non preoccupatevi, alla fine passano.



CONCLUSIONE

L'alcol monetario è una droga potente che crea assuefazione. Le banche centrali di tutto il mondo hanno dimostrato finora che la sua assunzione smodata porta conseguenze nefaste. Tutti gli strumenti messi in campo hanno fallito. Fare la stessa stupida cosa non ne cambia l'esito: risultati dannosi. Le nuove misure messe in campo dalla BCE, ad esempio, non faranno altro che spronare il mercato a chiedere ulteriori fondi per sostenere una ripresa reale. Le banche torneranno a concedere prestiti. Ma a chi? Se la risposta sarà l'economia reale, allora otterranno nuovi fondi dalla BCE -- ma questo manderà fuori controllo l'inflazione e farà accumulare altri errori in un ambiente già saturo di allocazioni errate. Se la risposta è circuito finanziario, cercando di staccare profitti dall'inflazionamento dei prezzi degli asset, l'implacabilità della stagflazione di Main Street si trasformerà in una lunga depressione culminante con l'implosione del sistema finanziario e successivamente dell'economia nel suo complesso.

Prima del 2008 le banche centrali si limitavano ad influenzare i tassi di interesse a breve termine nel mercato interbancario attraverso l'iniezione di nuove riserve bancarie, e il resto poi lo lasciavano ai mercati. Ora stanno progressivamente intralciando e burocrattizando il panorama economico, decidendo quali asset sono di buona qualità, modellando la curva dei rendimenti, decretando chi sia degno di credito, ecc.

Siamo sulla via verso la schiavitù. Ma ogni via ha una deviazione. Ogni strada ha il suo percorso alternativo. L'imprevedibilità umana ed il cambiamento di vedute sono quegli spauracchi che le élite temono di più. Il default farà cambiare idea agli individui circa la presunta onniscenza dei pianificatori centrali. Questo cambiamento di paradigma sarà innescato da un fenomeno specifico: le promesse fatte in passato andranno in frantumi. Quindi, non pensate al viaggio; decidete saggiamente quale dovrà essere la vostra meta.