mercoledì 7 giugno 2017

L'uragano incombente sulla perfezione eterna del casinò





di David Stockman


Non esiste altro modo per dirlo: il mercato è follemente sopravvalutato in questo momento.

La cosiddetta ripresa economica è già durata 96 mesi. È la ripresa più lunga della storia. È anche la più debole, ma non lo vedrete mai dal mercato azionario.

Adesso l'indice S&P è trattato a circa il 24X dei suoi utili. Questa è quella che chiamerei una sezione della storia davvero folle. E non è assolutamente giustificata dall'economia di base.

Quello che il mercato sta dicendo è che avremmo raggiunto il punto della sempiterna piena occupazione. Non ci sarà mai un'altra recessione o qualsiasi tipo di sorpresa economica o dislocazione. Non vi è alcuna ragione per cui i mercati dovrebbero trovarsi vicino ai livelli a cui sono oggi, se ai mercati fosse permesso di funzionare normalmente.

I mercati sfoggiano prezzi che a quanto pare saranno perfetti per l'eternità.

Senza senso!

Il fatto è che l'economia reale, a parte i canyon di Wall Street, è in una pessima forma. Il Dipartimento del Commercio ha recentemente segnalato che la crescita del PIL per il primo trimestre è stata solo dello 0.7%. Il rapporto ha anche rivelato che è stato il primo trimestre più lento per la spesa familiare sin dal 2009.

Alcuni economisti la chiamano "velocità di stallo". Dopo 94 mesi di ripresa più debole nella storia moderna, non c'è altro modo per descriverlo.

Non è esattamente la perfezione.

Siamo alla fine di una bolla ventennale che ha gonfiato l'economia mondiale al di là di qualsiasi livello sostenibile. Stiamo ora affrontando il giorno della resa dei conti in cui soffriremo per una deflazione enorme negli anni a venire.

L'economia globale si trova in un punto in cui non è mai stata prima d'ora. Non abbiamo mai sperimentato otto anni di tassi nei mercato monetari effettivamente a zero, neanche durante il punto più basso della depressione negli anni trenta. E non abbiamo mai avuto una bolla del credito nell'economia mondiale paragonabile a quella che abbiamo adesso.

In 20 anni le banche centrali hanno portato i loro bilanci da circa $2,000 miliardi nel 1995 ai $21,000 miliardi di oggi.

E l'economia globale è ora sepolta sotto una montagna di debiti da $225,000 miliardi, se riuscite ad immaginare un numero così grande.




Nel settore immobiliare stanno spuntando nuove bolle. Stiamo inoltre assistendo ad elevati livelli di default nei prestiti agli studenti e nell'industria automobilistica. Nonché un tracollo nel settore della vendita al dettaglio

Anche il Bureau of Labor Statistics (BLS) sembra aver capito la condizione orribile in cui languono i centri commerciali. Negli ultimi mesi ha riportato una riduzione di 60,000 unità nei conteggi delle occupazioni. E un calo di 758,000 unità nel conteggio effettivo fin dal picco del dicembre scorso.

A proposito, ciò si confronta con un calo di 644,000 unità rispetto al dicembre/marzo dell'anno precedente.

Il ribasso nelle vendite dei grandi magazzini — che comprendono il 70% del traffico nei centri commerciali — non è affatto finito. Secondo la lettura più recente, il tasso di vendita mensile è sceso del 30% rispetto al picco pre-crisi.

Questo in dollari nominali. In termini reali, le vendite dei grandi magazzini sono diminuite del 50% a partire dai primi anni di questo secolo.

Inoltre ciò che sta accadendo non è semplicemente ciclico nel senso tradizionale. I consumatori americani gravati dal debito sono bloccati: non stanno affatto facendo shopping, perché la cosiddetta "ripresa" è stata sprecata. Cioè, i consumatori non possono spendere energicamente perché non c'è stato un deleveraging significativo sin dalla crisi del 2008.

Questo a sua volta significa che la politica economica keynesiana di Washington è stata nuovamente confutata: la convinzione che la spesa al consumo sia il motore della prosperità.

Infatti, nonostante un aumento del 5X nel bilancio della FED — da $900 miliardi alla vigilia della crisi Lehman ai $4,500 miliardi di oggi — i nostri banchieri centrali keynesiani non potrebbero spingere i consumatori a prendere in prestito e spendere.

Questo perché, come ho già sottolineato molte volte, sono impalati sul Picco del Debito.

L'unica crescita significativa nella spesa al dettaglio dopo la crisi, si è verificata tra il 20% delle famiglie americane. Ma la storia dimostra oltre un'ombra di dubbio che quando il mercato azionario crolla, le carte di credito tornano nel portafoglio.

Infatti questo sta già succedendo. I migliori dati non sono forniti dai mulini statistici dello stato, ma dalle carte di credito e di debito di Bank of America.

A febbraio le vendite nei grandi magazzini sono calate del 15% rispetto all'anno scorso. Questo è il più grande calo mai registrato.

In una parola, il settore dei centri commerciali si trova ad affrontare forti turbolenze: domanda in calo ed immensa sovraccapacità.

Sembra proprio che quasi 150 milioni di metri quadrati di spazi al dettaglio potrebbero chiudere nel 2017 — un record di tutti i tempi.

Quindi, in uno sforzo disperato per farvi fronte, i rivenditori al dettaglio in tutto il mondo stanno riducendo i prezzi, aumentando le spese di merchandising e tentando di riempire i negozi vuoti con servizi d'intrattenimento.

Questo è un disastro in corso di svolgimento. L'indice S&P potrebbe facilmente cadere del 40% o più, a 1,600 o 1,300, una volta che la fantasia avrà fine. Quando verrà sconfessata la folle idea che ci sarà un stimolo fiscale targato Trump, l'illusione sarà fatta a pezzi.

Lo stimolo non avverrà. Il Congresso non riuscirà ad approvare un taglio fiscale così grande senza una risoluzione di bilancio che incorpori nel prossimo decennio $10,000 miliardi o $15,000 miliardi in nuovo debito.

Non ci sarà alcuna offerta d'acquisto per le azioni una volta che si diffonderà il panico. L'indice S&P 500 scenderà di centinaia e centinaia di punti mentre ci sposteremo in questa crisi "inaspettata".

La cosa principale è uscire dai mercati. Sono instabili. Non credo che ci sia alcuna ragione per possedere azioni a questo punto del gioco. L'intero mercato è semplicemente sopravvalutato. Può ancora salire del due o tre per cento, ma le azioni si trovano ad affrontare un calo del 30% o 40%.

In altre parole, il quoziente rischio/ricompensa è orribile. La morale della favola è che tutto questo avrà fine.

La FED ha finalmente esaurito la polvere da sparo asciutta. Sta smettendo di acquistare obbligazioni. Sta addirittura parlando di iniziare a contrarre il suo bilancio. Le banche centrali stanno finalmente arrivando alla fine della strada.

Non ci sarà una maggiore stampa di denaro, e questa è la dura realtà che i mercati devono affrontare.

Dirigetevi verso le uscite ora, mentre è ancora possibile!

Oltre a ciò, la Cina è sull'orlo di un'implosione finanziaria massiccia e ha già fatto ricorso alla crescita del debito, il quale ha raggiunto un tasso annualizzato di $4,000 miliardi (33% del PIL) nel primo trimestre. Di conseguenza i prezzi mondiali del commercio e delle materie prime si stanno dirigendo verso una caduta deflazionistica — come sta già accadendo al petrolio, al ferro e al rame.

Ma per qualche strano motivo la volatilità del mercato è ad un livello minimo da 24 anni a questa parte, nonostante la convergenza senza precedenti tra rischi politici, fiscali e monetari — per non parlare dei punti caldi della politica estera, dall'Ucraina alla Siria fino alla penisola coreana.




Per usare una metafora, non sono mai stato nell'occhio di un ciclone ma vivo a pochi isolati da Wall Street e riesco a sentire salire la pressione barometrica finanziaria.

Infatti, a differenza delle cinque azioni FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Goggle), il mercato è in crollo silenzioso dal primo marzo.

Proprio così. Negli ultimi 70 giorni i FAANG hanno guadagnato $260 miliardi in valore di mercato, mentre le altre 495 aziende nell'indice S&P 500 hanno perso un ammontare identico. E questa storia del tutto inconfondibile è assolutamente chiara.

Infatti la capitalizzazione di mercato dell'indice S&P 500 è salita da $19,500 miliardi a $21,300 miliardi negli ultimi 29 mesi. Ma solo cinque titoli NASDAQ (i cosiddetti "Big 5"), composti da Microsoft più i FAANG (meno Netflix), rappresentano il 56% di quei $1,800 miliardi di aumento.

Detto in modo diverso, la capitalizzazione di mercato dei "Big 5" del NASDAQ è salita da $1,900 miliardi a quasi $3,000 miliardi rispetto all'inizio del 2015, o del 55%. Questo a confronto con un aumento solo del 4.5% nella capitalizzaione di mercato degli altri 495 titoli nell'indice S&P 500 in suddetto periodo.

Questo è un radicale restringimento del mercato, se ancora ce ne fosse uno. È anche la prova che l'occhio del ciclone finanziario ora si trova in cima ai canyon di Wall Street.

Quando il mercato si restringe ad una manciata di nomi cosiddetti momo, è tutto finito. Come il caso Nifty Fifty nei primi anni '70, un crash è proprio dietro l'angolo.

In breve, queste cinque compagnie gigantesche rappresentano essenzialmente l'ultimo spasmo di una bolla finanziaria monumentale che è stata gonfiata per quasi tre decenni.

Uscite mentre ancora potete!

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 6 giugno 2017

Il prodotto interno lordo privato





di Ryan McMaken


Nel 2012 Robert Higgs ha analizzato il ruolo della spesa pubblica nel calcolo del PIL e ha suggerito che una lettura più affidabile del prodotto interno lordo dovrebbe escludere la spesa pubblica.

Higgs ha spiegato che — mentre la spesa pubblica è fondamentalmente diversa dalla spesa del settore privato — per i keynesiani includere la spesa pubblica nei calcoli della crescita economica, è ormai diventata la norma:

Sin dalla seconda guerra mondiale, generazioni di studenti di economia hanno imparato che il prodotto interno lordo è definito come PIL = C + I + G + (X - M).

Cioè, il PIL per un determinato periodo, di solito un anno, è la somma della spesa per beni e servizi finali da parte dei consumatori interni, investimenti privati interni e statali a tutti i livelli, più la differenza tra le esportazioni degli Stati Uniti e le importazioni.

Questo tipo di conto fornisce il quadro di base per i modelli keynesiani che hanno caratterizzato l'economia negli anni '40 e '50, da cui venne tratta una conclusione politica chiave — lo stato può variare la sua spesa per compensare carenze o eccessi di spesa privata e quindi stabilizzare la crescita dell'economia, pur mantenendo "la piena occupazione." Fin dall'inizio la parte più enfatizzata di questa conclusione è stata che gli aumenti della spesa pubblica possono compensare un calo dei consumi privati e, quindi, prevenire o alleviare le contrazioni macroeconomiche.

Questo, tuttavia, è un errore. Higgs scrive:

Perché il prodotto statale dovrebbe essere escluso? In primo luogo, le attività dello stato possono essere viste come una fonte di prodotti intermedi piuttosto che finali, anche se lo stato fornisse servizi preziosi come l'applicazione dei diritti legati alla proprietà privata e la risoluzione delle controversie. In secondo luogo, visto che la maggior parte dei servizi pubblici non sono venduti nei mercati, non hanno prezzi determinati dal mercato affinché siano utilizzati nel calcolo del loro valore totale da parte di coloro che ne beneficiano. In terzo luogo, visto che molti servizi pubblici derivano da motivazioni ed istituzioni politiche piuttosto che economiche, alcuni di essi possono avere scarso o nessun valore. Infatti alcuni commentatori sono arrivati ad affermare che alcuni servizi pubblici hanno un valore negativo: data una scelta, la gente vittima di questi "servizi" sarebbe disposta a pagare per liberarsene.

Higgs osserva che non tutta la spesa pubblica è inclusa nel PIL. I trasferimenti sociali, come i pagamenti della previdenza sociale, non sono inclusi. Tuttavia restano ancora inclusi molti miliardi di spesa pubblica. Ciò significa che nei periodi in cui, per esempio, aumentano rapidamente le spese militari e per le infrastrutture, potremmo scoprire che questa spesa pubblica fa sì che il PIL sia sopravvalutato.

Higgs ha proposto un metodo di base per tentare di guardare il PIL escludendo la spesa pubblica. Ha usato i dati della tabella 1.1.6 del BEA, utilizzando i dati del PIL e i dati d'acquisto dello stato, per costruire una misura chiamata "prodotto interno lordo privato" (PILP) in cui la spesa pubblica viene esclusa.

Nel seguente grafico ho messo a confronto il PILP di Higgs ed il PIL normale:





La crescita del PILP sta rallentando

Dal 2012 il PILP ha continuato a crescere e ha ormai superato il picco precedente di $11,900 miliardi. A partire dal 2016 il PILP è aumentato del 14.9% rispetto al picco del 2007, in aumento a $13,700 miliardi. Il PIL era superiore, naturalmente, e nel 2016, per esempio, il PIL totale era di $16,600 miliardi.

Ma questo di per sé non ci dice molto.

Per fare un confronto utile, Higgs guarda alla crescita del PILP dopo il 2000 e lo mette a confronto con la tendenza a lungo termine della crescita del PILP stesso. Higgs rileva che tra il 2000 e il 2012 il PILP è cresciuto solo circa la metà rispetto al suo tasso medio di lungo periodo. (Una situazione simile vale per i numeri del PIL).

Dal 1950 al 1999 il PILP è aumentato ad un tasso medio annuo del 3.9%. Dal 2000 è aumentato a solo il 2.1% ogni anno, in media.

Le cose stanno rallentando:




Se il PILP fosse cresciuto seguendo il suo tasso a lungo termine del 3.9% dopo il 2000, nel 2016 sarebbe stato più di $17,000 miliardi, invece degli attuali $13,700 miliardi.

Se guardiamo ai cambiamenti anno/anno del PILP nel corso del tempo, possiamo vedere un graduale rallentamento, soprattutto dopo il bust delle dot-com nel 2001. Ho incluso i numeri del PIL anche qui, e anche loro stanno rallentando.



Il divario PIL-PILP può dirci qualcosa riguardo ai cicli boom/bust?

Ci possono essere alcune osservazioni utili che possiamo trarre da questa analisi.




Nel terzo grafico qui sopra, vediamo che il PILP spesso aumenta, anno/anno, ad un tasso maggiore del PIL. Questo è particolarmente vero quando la crescita nella spesa pubblica deriva da trasferimenti e non dagli acquisti governativi di beni finali. (I trasferimenti sociali, ad esempio la previdenza sociale e lo stato sociale regolare, non tiene conto del PIL sotto la categoria "governo". La spesa di un destinatario della previdenza sociale viene misurata come spesa "privata".)

Tuttavia nei periodi che precedono le recessioni e le crisi finanziarie (ad esempio 1987, 1991, 2001, 2008), il PILP è sceso più del PIL. Infatti quando scompare il divario tra PILP e PIL — come accaduto nel 2001 e nel 2007 — può essere l'indicazione di una crisi imminente. Questo è quello che è successo nel 2016, anche se è difficile dire se continuerà così. In ogni caso i numeri del 2016 non ispirano fiducia.

Il fatto che il PILP tenda a scendere più del PIL nei periodi di crisi non dovrebbe sorprenderci. Quando l'economia reale rallenta, lo stato spesso continua a spendere liberamente per progetti militari costosi e altri programmi che comprendono acquisti statali di considerevoli dimensioni. Dal momento che il PILP è calcolato senza questi acquisti, è più sensibile alla recessione economica rispetto al PIL. E, come Higgs ha notato, attraverso questo meccanismo la spesa pubblica può mascherare gli effetti reali di una crisi finanziaria o di una recessione.

Se guardiamo a questo confronto su base trimestrale — al posto dei numeri annuali che abbiamo considerato sopra — vediamo ancora di più questa relazione.

Come per i dati annuali, vediamo che sia la crescita del PIL sia la crescita del PILP diviene sempre più piccola. Mentre la crescita del PILP era di routine il quattro o il cinque per cento negli anni '90, nell'ultimo decennio non ha superato il quattro per cento.




Vediamo anche che il divario tra la crescita del PILP e la crescita del PIL è scomparso nel 2006, 2001, 1991 e 1982. In quei periodi, il PILP scendeva più velocemente del PIL. Abbiamo anche visto che il divario è scomparso alla fine del 2015 e all'inizio del 2016. Ma il PILP ha leggermente superato il PIL a fine 2016.

Come sempre, utilizzare il trend watching con metodi quantitativi è tanto utile quanto la teoria economica con cui possiamo spiegare i numeri, e continua ad essere difficile identificare la tempistica di qualsiasi perturbazione economica. Vedremo una recessione nei prossimi anni, o la crescita del PIL e del PILP continuerà semplicemente a tendere lentamente verso il basso fino ad arrivare sotto il tre per cento o anche il due per cento?

L'analisi del PILP di Higgs può essere uno strumento utile da aggiornare in futuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 5 giugno 2017

Una strategia d'investimento incredibilmente semplice





di Bill Bonner


GUALFIN, ARGENTINA – Come i lettori di lunga data di questo spazio virtuale sanno, non facciamo un'analisi reale delle azioni.

Cerchiamo semplicemente Modelli Davvero Semplici (MDS).

Il più semplice che abbiamo scoperto finora: se un mercato è economico ora, probabilmente lo sarà meno quando deciderete di investirvi. Se è molto costoso, probabilmente diventerà meno costoso prima che deciderete di uscirvi.

Questi MDS ci sono venuti in mente quando Chris Mayer ci ha ricordato quanti soldi abbiamo fatto in base alla sua ultima raccomandazione.

Il nostro portfolio è costituito da ETF legati ai mercati azionari di determinati Paesi. Scegliamo questi ultimi in base ai MDS: cerchiamo quelli più economici.

Il 30 marzo scorso Chris ci ha consigliato di mettere i nostri soldi in cinque ETF decisamente economici. E ieri, immaginando la nostra gioia, ci ha inviato il seguente aggiornamento via email:

È sorprendente, è una strategia così semplice e ancora funziona così bene...

Finora (sin dal 30 marzo) abbiamo quasi un 10% in Turchia, quasi un 9% in Spagna, un 8% in Italia e un 5% in Corea del Sud. L'unico ribasso è la Cina, in calo dell'1%.

Nel complesso, siamo su del 6%... da marzo.

L'unico problema è... non abbiamo siglato questo investimento: il 15 aprile abbiamo improvvisamente avuto bisogno di soldi per pagare l'IRS.

Ma guardiamo ad un altro trade, il nostro Trade del Decennio.

Non aveva niente a che fare con un'analisi accurata, uno studio o una visione d'insieme. Solo altri MDS: i mercati che scendono per lungo tempo hanno una buona probabilità di tornare indietro nei 10 anni successivi.

All'inizio del XXI secolo, non abbiamo avuto problemi ad identificare un trade promettente: l'oro era sceso più o meno per quasi due decenni, le azioni statunitensi erano salite.

Quindi il nostro Trade del Decennio era semplice: vendere le azioni, comprare oro.

Si è scoperto che entrambe le parti sono andate come avevamo previsto. Tra il 2000 e il 2010, l'oro è cresciuto del 143%, rendendolo la classe di asset più importante del decennio. E l'indice S&P 500 è sceso del 25% circa.

Il nostro Trade del Decennio successivo non sarebbe stato così semplice.

Entro il 2010 l'oro non era più un affare e le azioni statunitensi erano state picchiate dalla crisi del 2008. C'era poco da ottenere spremendo ancora di più questa arancia, o almeno così abbiamo ragionato.

E poi?

Nel secondo decennio del XXI secolo i prezzi delle azioni giapponesi erano in calo da 20 anni.

Dall'altra parte, i prezzi delle obbligazioni del governo giapponese erano solamente saliti. Perché non scommettere su un'inversione?

E così abbiamo fatto, puntando sul nostro nuovo Trade del Decennio: vendere obbligazioni giapponesi, acquistare azioni giapponesi.

Ciò si basava su due altri MDS: (1) i mercati che scendono molto tendono a salire molto più tardi, e (2) nel tempo i governi distruggeranno sempre il valore delle loro valute di carta.

Com'è andata finora?

Beh, prima di arrivarci, vorremmo ringraziare il governo giapponese – o, più in particolare, la Banca del Giappone (BoJ) – per questo risultato.

I federali giapponesi hanno lavorato instancabilmente per aumentare i prezzi delle loro azioni e spingere gli investitori a fuggire dal loro mercato obbligazionario.

Perché?

È solo una parte del loro goffo programma che dovrebbe migliorare l'economia, se riusciranno a far salire il tasso d'inflazione, a svalutare lo yen e a rendere le esportazioni giapponesi più competitive.

Questo, a sua volta, migliorerà le vendite degli esportatori... portandoli a comprare di più, assumere di più e mettersi in fila dietro il partito di governo.

Di conseguenza sono state portare sulla scena le solite politiche sciocche.

Shinzo Abe, primo ministro del Paese, ha spiegato come un maggiore "stimolo" – sia fiscale che monetario – avrebbe sicuramente acceso un fuoco sotto l'economia.

Non è andata così. Invece di scendere, lo yen è salito, lasciando l'economia giapponese più molliccia che mai.

Ed è stato così che Abe e la BoJ hanno inserito la modalità "ritardati monetari totali".

Non avrebbero aspettato che le aziende giapponesi avessero venduto più prodotti e guadagnato maggiori profitti. Avrebbero semplicemente riacquistato azioni proprie.

Dal blog finanziario Zero Hedge:

Un anno fa abbiamo sottolineato che la Banca del Giappone (BoJ) era tra i primi 10 soggetti che possedevano il 90% delle azioni giapponesi. A dicembre abbiamo mostrato che la BoJ è stata il più grande acquirente di azioni giapponesi nel 2016. E ora, come riferisce il FT [Financial Times], la vera "balena" dei mercati giapponesi sta accelerando i suoi acquisti (oltre il 70% YoY [anno su anno], entrando nel mercato durante i ribassi più della metà del tempo negli ultimi quattro anni.

A partire dalla fine del 2010, il FT osserva che la BoJ ha acquistato exchange traded funds (ETF) nell'ambito del suo programma di quantitative e qualitative easing. L'azione più grande è iniziata lo scorso luglio, quando le sue acquisizioni annuali sono raddoppiate a ¥6,000 miliardi [$8.7 miliardi].

Sin da allora la designazione delle balene è sembrata piuttosto evidente: la banca centrale ha inghiottito come minimo ¥1,200 miliardi in ETF ogni singolo giorno di negoziazione (sostenendo le azioni e ampliando la cosiddetta "Abenomics"), sborsando ¥72 miliardi [$632.5 milioni] circa una volta ogni tre sessioni.

Poiché la Banca del Giappone ha iniziato questo programma, la banca d'investimento Nomura stima che abbia incrementato l'indice Nikkei 225 – l'equivalente giapponese dell'indice S&P 500 – di circa 1,400 punti.

Grazie mille.

Allora come ce la caviamo?

Dall'inizio del 2010, il mercato azionario giapponese è cresciuto del 33% in termini di dollari statunitensi... e circa tre volte di più rispetto agli investitori di yen. Quanto ai titoli di stato giapponesi, non hanno collaborato.

Shinzo Abe non è ancora riuscito a distruggere la moneta della sua nazione o degradare il suo credito.

Ma non disperiamo. Il Trade del Decennio ha ancora tre anni per avverarsi e Abe ci sta ancora provando!

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 2 giugno 2017

La strategia della guerra finanziaria dell'America





di Alasdair Macleod


Il rinnovato desiderio dell'America d'intensificare le tensioni militari incarna la strategia statunitense di una guerra finanziaria infinita, questa volta diretta verso la Corea del Nord, la Siria e forse l'Iran. Questo è il parere dei consulenti strategici della Cina. Analizzando dal punto di vista della Cina la geopolitica e l'economia dietro la strategia di guerra dell'America, possiamo concludere che sta entrando nella sua fase finale. La cosiddetta "exit strategy" della Cina sembra essere quella di legare i prezzi dell'energia e poi quelli di altre materie prime all'oro, tornando allo status quo pre-1971, quando il dollaro era solo un collegamento tra i prezzi delle materie prime e l'oro. Però questa volta il dollaro stesso sarà estromesso, poiché la Cina utilizzerà lo yuan per il suo impero, che col tempo diventerà molto più grande di quello degli Stati Uniti se misurato in PIL.



Introduzione

Il giorno in cui il presidente Trump ha ricoperto ufficialmente la sua carica, sembrava che alla fine ci sarebbe stato un détente con la Russia, portando al ritiro dell'America da conflitti inutili e verso un nuovo accordo pacifico tra questi due nemici. Tuttavia nei suoi primi cento giorni Trump ha tradito la sua piattaforma elettorale, passando dal disimpegno nei conflitti esteri ad una campagna aggressiva in più località.

Qualcosa di grande ha cambiato il suo pensiero. Trump ha commesso non meno di cinque atti di aggressione in questo breve periodo, con un sesto in sospeso. Innanzitutto c'è stata un'operazione congiunta in Yemen con i generali degli Emirati; è stata un fallimento ed ha portato alla morte di un militare SEAL. Il secondo è stato il recente attacco su un campo aereo siriano, in risposta ad un presunto attacco col gas velenoso da parte di Assad. Il terzo è l'escalation delle minacce militari contro la Corea del Nord. Il quarto è il bombardamento di una rete di grotte in Afghanistan orientale. Ed il quinto è il dispiegamento di maggiori truppe nell'Iraq settentrionale e nella Siria orientale per rafforzare la lotta contro l'ISIS. La retorica è anche in agguato contro lo spauracchio americano di lunga durata: l'Iran.

I tre teatri di guerra, quindi, che offrono le prospettive di un'ulteriore escalation bellica sono la Siria, la Corea e l'Iran. Si trovano in due regioni in cui sono possedute e investite quantità significative di dollari, rischiando di scatenare una fuga di capitali, cosa che dovrebbe essere tenuta a mente durante la lettura di questo articolo.

Trump è anche in cerca di approvazione del Congresso per un aumento della spesa per la difesa: un totale di $54 miliardi, un aumento massiccio che, mettendolo in prospettiva, possiamo paragonarlo con il bilancio totale della difesa della Russia a $66 miliardi.

L'ipotesi alla base è che la forza militare americana e la tecnologia militare garantiranno la vittoria. Questo non è stato il caso durante la prima invasione irachena nel 1990. Da allora qualsiasi successo iniziale è stato più che surclassato da successivi fallimenti e conseguenze non intenzionali. È a causa delle operazioni guidate dagli americani in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria che l'Europa è inondata di rifugiati, tra cui si nascondono anche terroristi. Non c'è dubbio, quindi, che un analista spassionato suggerirebbe all'America di abbandonare l'azione militare, per cui devono esserci altre ragioni dietro la voglia dell'America di fare guerra.

La Cina, di per sé un obiettivo strategico di lunga data, è sicuramente preoccupata per l'escalation delle minacce nei confronti della Corea del Nord. In termini di scambi, la Corea del Sud è ora un importante partner commerciale, e per questo motivo la Cina non vuole vedere deteriorarsi la situazione nella penisola coreana. Non vuole neanche che l'America arrivi lungo i suoi confini. Anche la Russia spartisce una piccola porzione di confine con la Corea del Nord e potrebbe condividere questo punto di vista. Tuttavia il commercio della Russia non avviene tanto con la Corea del Sud, ciononostante è un importante fornitore di armi insieme a quella del Nord.

L'unico leader con un buon rapporto col presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un, è proprio il presidente russo Putin. Quando Trump è stato eletto, i negoziati con la Corea del Nord erano un'opzione realistica e si parlava anche di una riunione con Kim Jong-un per negoziare. Il percorso verso i negoziati è sempre stato mediato da Putin, e se questa finestra non è stata effettivamente chiusa, resta ancora molto più difficile negoziare a causa del lancio di missili da parte dell'America contro gli interessi della Russia in Siria.

Mentre le rinnovate ostilità in Corea minacciano di riprendere (sebbene non si siano mai ufficialmente concluse nel 1953), la Cina e la Russia sono sicure di raffreddare la situazione. Il Presidente Xi ha espresso la sua valutazione nei confronti del Presidente Trump proprio riguardo questo punto, probabilmente il motivo più importante per la riunione a Mar-a-Lago. Xi ha commentato l'attacco missilistico contro la Siria, parlando del gioco d'azzardo di un uomo d'affari atto ad impressionare l'avversario. Non era l'azione di uno statista. Xi ha probabilmente pensato che fosse un dilettante, addirittura un segno di debolezza.

Il rapporto tra la Russia e la Cina è forte e probabilmente coordineranno le loro risposte strategiche riguardo l'aggressione americana sia in Corea che in Siria. La domanda adesso è: se l'America continuerà ad intensificare le sue azioni belliche contro la Corea del Nord, la Siria e forse l'Iran, quale sarà la loro risposta? Per indizi, dovremmo esaminare questo aspetto dal punto di vista della Cina. Lo stratega più influente dell'Esercito di Liberazione Popolare, il maggiore generale Qiao Liang, ha presentato la sua filosofia strategica globale nell'autunno 2015 in un forum di studio della Commissione Centrale del Partito Comunista. La sua opinione può essere considerata come quella della leadership cinese.



Le ipotesi riguardanti la Cina

L'analisi economica e le conclusioni di Qiao sono interessanti ed importanti, ma dovrebbero essere lette per quello che non dice, oltre a quello che dice. La tesi principale di Qiao è che l'America utilizza il dollaro per manipolare a suo vantaggio il commercio estero e la finanza. Molti di noi hanno familiarità con la tesi secondo cui esportando dollari e credito bancario in dollari, l'America crei ricchezza sia per il governo USA che per le grandi banche americane; e lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale è di conseguenza vitale per l'economia degli Stati Uniti. Ma Qiao fa un passo avanti, sostenendo che da quando il dollaro è stato disconnesso dal prezzo dell'oro, l'America ha avviato un ciclo economico tra gli utilizzatori stranieri del dollaro e ha tratto vantaggio da tale processo. Come dice Qiao:

Gli Stati Uniti hanno evitato un'elevata inflazione lasciando che il dollaro circolasse globalmente. Deve anche raffreddare la stampa di dollari per evitare una svalutazione del dollaro. Allora cosa dovrebbe fare quando è a corto di dollari?

Gli americani hanno scelto una soluzione: emettere debito per riportare i dollari negli Stati Uniti. Gli americani hanno iniziato a giocare ad una partita in cui da un lato stampavano denaro e dall'altro prendevano in prestito denaro. Questa economia finanziaria (utilizzando soldi per fare soldi) è molto più facile rispetto all'economia reale (basata sulla produzione). Perché preoccuparsi delle industrie manifatturiere che hanno solo basse capacità di aggiungere valore?

Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente fermato la propria economia reale e si sono mossi verso un'economia virtuale. Sono diventati una cosiddetta "economia vuota". Il prodotto interno lordo (PIL) di oggi ha raggiunto i $18,000 miliardi, ma solo $5,000 miliardi rappresentano economia reale.

Con l'emissione di debito, gli Stati Uniti trasferiscono una grande quantità di dollari dall'estero verso i tre grandi mercati statunitensi: il mercato delle commodity, il mercato dei titoli del Tesoro USA e il mercato azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per fare soldi: stampare denaro, esportare denaro all'estero e riportarlo in patria. È così che gli Stati Uniti sono diventati un impero finanziario.

In altre parole, la ricchezza americana è sostenuta da un'operazione di pompaggio e drenaggio facilitata dallo status del dollaro come valuta di riserva mondiale, sostituendo la produzione industriale genuina. Vale la pena di chiarire un punto: i dollari detenuti all'estero non lasciano mai gli Stati Uniti, solo la loro funzione cambia. È più giusto affermare che il governo statunitense devia dollari dal commercio estero e dagli investimenti nella produzione, affinché vengano investiti nei titoli di stato USA. Può farlo incrementando i rischi degli altri usi rispetto al possedimento dei titoli del Tesoro USA, che sono considerati "privi di rischio".

Il primo ciclo identificato da Qiao è stato l'espansione di dollari volta a creare un boom in America Latina a metà degli anni settanta. Il credito bancario venne ampliato a seguito di un dollaro debole. Quando l'inflazione iniziò a minacciare gli Stati Uniti, essi rialzarono i tassi d'interesse per rafforzare il dollaro, lasciando che i dollari passassero da usi più rischiosi a titoli di stato USA più sicuri. Poi si diffuse una crisi finanziaria in America Latina. Questo successivamente permise agli investitori americani di acquistare asset a prezzi bassi (es. i titoli Brady). Nel frattempo il mercato azionario statunitense salì fortemente dal 1981 in poi, in seguito al calo dei tassi d'interesse.

Il secondo ciclo è stato rivolto all'Asia sudorientale, sviluppatosi a seguito di un dollaro debole dal 1986 in poi. Dal 1995 il dollaro cominciò a rafforzarsi, culminando in un mercato orso diffusosi in Malesia, in Indonesia e in altri paesi della regione. Il fenomeno della tigre asiatica non venne creata e poi distrutta da quei Paesi, ma dal flusso e riflusso del possesso ed investimenti di dollari. Qiao nota che la Cina non venne catturata in questa operazione ispirata dagli Stati Uniti. Ancora una volta, i dollari tornarono in asset statunitensi, questa volta alimentando il boom tecnologico.

Qiao continua affermando che l'evento più importante del ventesimo secolo non sono state le due guerre mondiali, ma l'abbandono del gold standard nel 1971. Mentre spiega gli eventi che hanno portato a questo esito, il difetto dell'analisi di Qiao è quello di supporre che l'America abbia deliberatamente messo in campo la strategia pump/dump del dollaro con l'unico scopo di esportare la proprietà del dollaro una volta abbandonato l'oro. Agli strateghi statunitensi del Deep State mancava quasi certamente il controllo sugli eventi.

Ecco il motivo reale per cui nel 1980-81 sono aumentati i tassi d'interesse degli Stati Uniti: fermare l'inflazione interna che stava andando fuori controllo. Il crollo dell'America Latina non era stato messo in conto. La crisi asiatica è stata soprattutto il risultato di cattivi investimenti e di furti di capitali, non delle azioni premeditate del governo americano. Qiao sostiene che il modo in cui i dollari sono stati deliberatamente deviati dagli investimenti stranieri, è stato attraverso l'emissione di debito del Tesoro USA. Mentre i benefici per l'America da questo ciclo di pump/dump potrebbero essere evidenti come descritti da Qiao, l'espansione della quantità di Treasuries emessa è legata principalmente ai cicli del credito, e non al risultato di alcuni affari sporchi del Deep State. Ma possiamo concordare che le conseguenze della cattiva amministrazione degli affari finanziari americani, corrispondono alle osservazioni di Qiao.

L'analisi di Qiao è meno criticabile quando parla delle azioni americane successive. Egli afferma che Saddam Hussein è stato rovesciato perché decise di vendere petrolio in cambio di euro, e non più dollari. È vero, e non c'è dubbio che questa minaccia all'egemonia del dollaro dovesse essere scongiurata. Egli afferma che la rottura della Jugoslavia doveva sconvolgere lo status del nuovo euro. L'euro perse il 30% del suo valore a partire da quel momento e venne ostacolata la sua adozione come opzione di pagamento nel commercio globale. Come dice Qiao: "Dopo che i primi missili cruise esplosero su Kabul, l'indice Dow Jones salì di 600 punti in un giorno".

Qiao poi rivolge la sua attenzione al ciclo contemporaneo (nel 2015) di manipolazione del dollaro, sostenendo che ora nel mirino c'è la Cina. Nelle sue parole:

Il dollaro USA è stato forte per sei anni. Poi, nel 2002, ha cominciato a diventare debole. Seguendo lo stesso schema, è rimasto debole per dieci anni. Nel 2012 gli americani hanno iniziato a prepararsi per renderlo forte. Hanno usato lo stesso approccio: creare una crisi regionale per altre persone.

Di conseguenza abbiamo visto diversi eventi riguardanti la Cina: l'evento Cheonan, la disputa sulle isole di Senkaku (isole di Diaoyu in cinese) e la disputa su Scarborough Shoal (l'isola di Huangyan in cinese). Tutto questo è avvenuto durante suddetto periodo. Il conflitto tra la Cina ed i filippini sull'isola di Huangyan e il conflitto tra la Cina ed il Giappone sulle Isole Diaoyu, potrebbero non sembrare avere molto a che fare con l'indice del dollaro statunitense, ma è davvero così? Perché sono avvenuti esattamente nel decimo anno di debolezza del dollaro USA?

Purtroppo gli Stati Uniti hanno giocato col fuoco [nel proprio mercato dei mutui] e sono entrati in una crisi finanziaria nel 2008. Questo ha ritardato un po' la tempistica del rialzo del dollaro.

Se riconosciamo che esiste un ciclo legato agli indici americani e che gli americani usano questo ciclo per raccogliere benefici da altri Paesi, possiamo concludere che era giunto il momento per gli americani di "vendemmiare" la Cina. Perché? Perché la Cina aveva attratto la più grande quantità di investimenti dal mondo. Le dimensioni dell'economia cinese non erano più le dimensioni di una singola contea; erano più grandi di tutta l'America Latina e avevano la stessa dimensione dell'economia dell'Asia orientale.

Nel momento in cui Qiao ha presentato il suo saggio alla Commissione Centrale del CCP, il mercato azionario di Shanghai stava crollando e da allora è iniziata una fuga di capitali che le autorità cinesi hanno avuto difficoltà a contenere. I media mainstream negli Stati Uniti sono stati costantemente negativi. Dal punto di vista di Qiao, tutto indica un pump/dump mirato alla Cina. Tuttavia la Cina si è protetta dagli attacchi finanziari dell'America attraverso la proprietà nazionale delle banche e controlli sui capitali. Di conseguenza solo gli stranieri possono vendere yuan per acquistare dollari, o ritirare dollari dalle proprie operazioni per investire in Treasuries. Pertanto il danno è stato limitato.

La Cina si piega anche in base a come tira il vento. Mentre l'America aumenta la sua dominazione navale nella regione del Pacifico, invece di combatterla la Cina aumenta semplicemente la sua influenza nei confronti dell'Occidente. Questa è la base del progetto One Belt One Road che sta già facendo spuntare treni merci fino a Madrid e Londra.

La Cina preferisce i suoi partner commerciali che accettano yuan in pagamento e presterà loro yuan se lo vorranno. Nel tempo i pagamenti in yuan ammetteranno la convertibilità in oro usando lo Shanghai Gold Futures Market quando guadagnerà una profondità maggiore, rendendolo superiore al dollaro come valuta per saldare le transazioni internazionali, anche se Qiao rimane in silenzio su questo punto. Nell'analisi di Qiao c'è la comprensione che l'impero cinese non solo diventerà molto più grande di quello degli Stati Uniti in termini di scambi commerciali, ma le debolezze dell'imperialismo finanziario americano saranno più durature.



Risolvere il limite di debito statunitense

Questi eventi futuri sono impliciti nella tesi di Qiao. Supponiamo per un momento che la sua tesi sia valida, quindi le minacce di Trump nel voler scatenare una guerra regionale contro Corea del Nord e/o Siria/Iran assumono un significato completamente diverso. Mentre sarebbe esagerato credere che il Deep State degli Stati Uniti intendesse "vendemmiare" l'America Latina e poi l'Asia Sudorientale alla fine degli anni novanta, è legittimo supporre che i consiglieri strategici del governo degli Stati Uniti abbiano appreso che manipolare il tasso di cambio del dollaro si sarebbe rivelata una potente arma finanziaria, avvantaggiando le finanze dell'America e mantenendo sotto controllo i propri nemici. Minacciando la Corea del Nord, è probabile che verranno smobilitati gli investimenti commerciali in Corea del Sud e Giappone per poi finire nei Treasuries degli Stati Uniti.

Ciò potrebbe risolvere due problemi urgenti: il primo è quello di persuadere il Congresso ad approvare un aumento del limite del deficit, poiché è sempre più facile persuadere il Congresso a finanziare una guerra; e il secondo è attirare abbastanza capitale affinché sia dirottato nell'acquisto di debito del Tesoro USA senza dover aumentare i tassi d'interesse. Il governo degli Stati Uniti sa che tassi d'interesse più elevati devono essere coperti per ridurre al minimo il rischio d'innescare una crisi del debito.

Come nel caso della crisi asiatica, sembra che la Cina eviterà di essere indebolita da questi flussi di capitali negativi. Ad insaputa della popolazione, l'America ha già fallito la guerra finanziaria contro la Cina e ha bisogno di nuove vittime, per cui l'attenzione è passata alla penisola coreana così come al Medio Oriente. Trump si rende conto che l'unico modo affinché la sua presidenza possa avere successo, è quello d'incoraggiare un flusso di capitali dall'estero all'America ed ottenere un aumento del limite del debito. C'è sicuramente questo dietro la sua conversione sulla strada di Damasco.

Giappone e Corea del Sud probabilmente hanno studiato il saggio di Qiao, comprendendo i veri motivi dell'America e quindi è più probabile che diminuiranno i loro scambi in dollari. I loro settori privati ci metteranno più tempo a comprendere queste dinamiche finanziarie, e ne saranno vittima. Ma per i governi e le grandi corporazioni, la gaffe americana è stata portata alla luce. Ciò probabilmente ci porterà in un nuovo mondo, in cui il declino del dollaro come moneta di riserva mondiale accelererà, in quanto l'America esaurirà le sue vittime. E quando ciò succederà, il dollaro è quasi certo che perderà rapidamente il suo potere d'acquisto, portando ad un reset monetario globale e ad un prezzo molto più alto dell'oro prezzato in dollari.



La mancanza dell'oro nell'analisi di Qiao

Un indizio che certifica che la relazione di Qiao è stata censurata, è l'assenza di una menzione della strategia cinese per quanto riguarda l'accumulo d'oro. Mentre Qiao ha sottolineato l'importanza del legame tra l'oro e il dollaro negli anni di Bretton Woods, non menziona il motivo per cui la Cina abbia accumulato oro sin da quando sono stati promulgati i primi regolamenti nel 1983, nominando la Banca del Popolo di Cina per questo funzione. Non menziona perché l'oro fosse stato promosso ai cittadini normali dopo l'apertura dello Shanghai Gold Exchange nel 2002; non menziona il perché la Cina abbia investito nell'estrazione aurifera fino al punto in cui è ormai diventata il più grande produttore del mondo; e non menziona il perché lo stato mantenga un monopolio sulla raffinazione, acquistando anche oro doré da altri Paesi. Inoltre non c'è alcuna menzione che ci faccia capire perché le barre d'oro raffinate dello stato cinese, non siano mai state viste al di fuori della Cina.

La Cina pone un grande accento sull'accumulo d'oro, sia per sé stessa che per i suoi cittadini. La popolazione ha acquisito circa 12,000-14,000 tonnellate sin dal 2002 e questo scrittore ha ipotizzato che lo stato cinese abbia accumulato in diversi conti oltre 20,000 tonnellate sin dal 1983. Per lo stato cinese questo rappresenta un accumulo medio annuo inferiore alle 600 tonnellate, perlopiù a prezzi contemporanei molto inferiori al livello attuale del dollaro.

Ma la Cina è andata oltre, cercando di controllare il mercato globale, rendendo lo Shanghai Gold Exchange il più grande exchange fisico. Ha ora introdotto contratti futures sull'oro, che col tempo saranno seguiti da contratti futures sul petrolio. Ciò assicura che i trader stranieri in commodity e beni all'ingrosso possano vendere gli yuan che ricevono in cambio di oro, aumentando l'attrattiva della finanza commerciale e l'uso dello yuan negli scambi commerciali internazionali rispetto ai dollari. E quando verranno introdotti i contratti sul petrolio denominati in yuan, gli importatori di petrolio utilizzeranno i contratti in yuan per vendere petrolio per oro.

La Cina è pronta a cambiare il prezzo del petrolio in oro invece che in dollari. Tutto quello che deve fare è premere il grilletto, presumibilmente quando avrà venduto le proprie riserve di dollari per accumulare materie prime industriali. E quando il petrolio sarà effettivamente commerciato in oro attraverso i mercati dei futures, ci si può aspettare che altri prodotti seguiranno l'esempio.

Questo non dovrebbe sorprendere lo stato americano, vicino allo scacco matto da parte della Cina sulla scacchiera geopolitica. Il prezzo dell'oro in dollari potrebbe aumentare notevolmente, riflettendo la perdita di potere d'acquisto del dollaro e metterà fine al privilegio esorbitante del dollaro americano di cui ha goduto fin dalla fine del gold standard nel 1971. Rappresenterà potenzialmente il colpo di grazia sia per il dollaro cartaceo sia per l'imperialismo americano.



Conclusione

La Cina ha una propria comprensione univoca su come l'America gestisce il suo impero finanziario a beneficio della sua economia ed a scapito di tutte le altre. La Cina si è protetta, ed i tentativi dell'America di indebolire l'economia cinese hanno già fallito. L'attenzione è ora concentrata altrove. Gli ultimi venti di guerra che spirano contro la Corea del Nord, la Siria e forse l'Iran mirano a convincere il Congresso ad alzare il tetto del debito e ad incoraggiare il flusso di capitali nei US Treasuries senza dover rialzare i tassi d'interesse. Questo spiega chiaramente il voltafaccia di Trump riguardo le guerre estere.

L'attuale tentativo di pump/dump nei confronti delle economie del Giappone e della Corea del Sud, aumentando le tensioni in Corea del Nord e nei Paesi in Medio Oriente come Siria, Iraq del Nord ed Iran, probabilmente sarà l'ultimo tentativo di voler attuare una simile strategia. La pubblicazione dell'analisi di Qiao ha avvertito gli strateghi governativi ovunque nel mondo, riducendo l'efficacia di suddetta strategia. L'America sta esaurendo gli stupidi da imbambolare.

Il giro finale per il dollaro e la "vendemmia americana" dei Paesi esteri è in vista e probabilmente finirà con una crisi del dollaro. La Cina potrebbe accelerarla in un momento di sua scelta, introducendo semplicemente contratti futures in yuan sul petrolio a fianco di contratti futures in yuan sull'oro. Quando abbastanza liquidi, i produttori di petrolio saranno in grado di vendere petrolio in cambio di oro, ripristinando i rapporti di prezzo pre-1971. Ciò spiega le dinamiche in corso di svolgimento ai livelli più alti, e l'America è quella che ha più da perdere. Ma poiché la Cina possiede ancora grandi quantità di US Treasuries e riserve di dollari, per il momento potrebbe preferire di far passare più tempo prima di infliggere il colpo di grazia.

Ma alla fine lo infliggerà. Il suo obiettivo fondamentale è quello di togliere all'America la capacità di trarre profitto dall'avere tutto prezzato in dollari. Dal punto di vista logico questo significa fare in modo che il petrolio e altre commodity chiave siano prezzate in oro, come erano prima dello shock di Nixon nel 1971. L'America deve stare attenta a non accelerare la data della sua scomparsa attaccando la Corea del Nord, la Siria o l'Iran.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 1 giugno 2017

Da sola, la vendita di debito USA da parte della Cina non metterà in pericolo il dollaro





di Frank Shostak


Dopo essere arrivati a $1,315 miliardi a luglio 2011, i possedimenti di US Treasuries nelle mani della Cina sono calati a $1,058 miliardi a dicembre dello scorso anno — una calo del 19.5%.

La percentuale dei possedimenti totali di US Treasuries nelle mani delle aziende cinesi è scesa dal 28.2% a luglio 2011 al 17.6% a dicembre 2016.

Esiste una forte consenso secondo cui un calo dei possedimenti cinesi di US Treasuries potrebbe seriamente indebolire il dollaro USA e causare un notevole aumento della struttura dei tassi d'interessi americani. Quanto è realistico questo punto di vista?





Cosa determina il tasso di cambio?

I tassi di cambio sembrano muoversi in risposta a tanti fattori che rendono quasi impossibile stabilire dove siano diretti. Ma, piuttosto che prestare attenzione a questa molteplicità di variabili, è più ragionevole concentrarsi sulla variabile essenziale.

Per quanto riguarda la determinazione del tasso di cambio, la variabile essenziale è la variazione del potere d'acquisto delle diverse valute. È il potere d'acquisto relativo delle valute dei diversi Paesi che stabilisce il tasso di scambio.

Il prezzo di un paniere di beni è l'importo in denaro pagato per tale paniere. Possiamo anche dire che l'importo in denaro pagato per suddetto paniere, rappresenta il potere d'acquisto del denaro in rapporto al paniere di beni.

Se negli Stati Uniti il ​​prezzo di un paniere di beni è $1 e in Europa un paniere identico viene venduto a €2, allora il tasso di cambio tra il dollaro e l'euro deve essere $1 = €2.

Un fattore importante per stabilire il potere d'acquisto del denaro è l'offerta di moneta. Se nel tempo il tasso di crescita dell'offerta monetaria degli Stati Uniti supera il tasso di crescita dell'offerta monetaria europea, ceteris paribus, questo metterà pressione al rialzo sui dollari USA. Dal momento che un prezzo di un bene è la quantità di denaro pagato per esso, questo significa che i prezzi dei beni in termini di dollari aumenteranno più velocemente rispetto ai prezzi in termini di euro, ceteris paribus.

Se usiamo l'esempio numerico di sopra, allora possiamo dire che un rapido aumento dell'offerta di moneta statunitense farà aumentare il prezzo di suddetto paniere di beni a $2, mentre in Europa rimarrebbe a €2; il tasso di cambio diventa di $1 = €1. In altre parole, il dollaro s'è dimezzato di valore rispetto all'euro, mentre lo stesso paniere di beni è raddoppiato di prezzo in termini di dollari.

Un altro fattore importante che influenza il potere d'acquisto del denaro ed il tasso di cambio, è la domanda di moneta. Ad esempio, un aumento della produzione di beni farà aumentare la domanda di moneta. La domanda dei servizi del mezzo di scambio salirà poiché si prevede che più beni verranno scambiati, di conseguenza, per una determinata offerta di moneta, il potere d'acquisto del denaro aumenterà perché meno soldi "inseguiranno" più beni.

Vari fattori, come il differenziale del tasso d'interesse, possono far deviare temporaneamente il tasso di cambio dal livello dettato dal relativo potere d'acquisto. Queste deviazioni, tuttavia, mettono in moto forze correttive.

Diciamo che la FED aumenti il suo tasso d'interesse di riferimento mentre la Banca Centrale Europea mantenga invariata la propria linea di politica.

Abbiamo visto che se il prezzo di un paniere di beni negli Stati Uniti è di $1 e in Europa €2, allora secondo il quadro di riferimento del potere d'acquisto il tasso di cambio dovrebbe essere $1 = €2.

A seguito di un allargamento del differenziale del tasso d'interesse tra gli Stati Uniti e l'Eurozona, un aumento della domanda di dollari spingerà il tasso di cambio sui mercati verso, per esempio, $1 = €3.

Ciò significa che il dollaro è ora sopravvalutato se misurato dal relativo potere d'acquisto tra il dollaro e l'euro.

In questa situazione, sarà proficuo vendere il paniere di beni in cambio di dollari, scambiarli per euro e poi acquistare il paniere di beni in euro — facendo così arbitraggio.

Ad esempio, gli individui vendono un paniere di beni per un dollaro, scambiano un dollaro per tre euro e poi scambiano tre euro per 1.5 panieri, guadagnando uno 0.5 in panieri di beni.

Il fatto che chi possiede dollari aumenterà la sua domanda di euro per trarre vantaggio dall'arbitraggio, renderà l'euro più costoso in termini di dollari — spingendo di nuovo il tasso di cambio verso $1 = €2.

Ci sarà sempre un arbitraggio se il tasso di cambio devia, per qualsiasi motivo, dal tasso di cambio sottostante determinato dal potere d'acquisto delle varie valute.



Vendita di titoli di stato USA da parte degli investitori cinesi e il dollaro

La possibilità che le autorità cinesi possano ridurre i loro possedimenti di asset statunitensi e passare ad asset europei, viene vista da diversi commentatori economici come una minaccia per il dollaro statunitense.

Ora supponiamo che, a causa di questo cambiamento, il dollaro USA si indebolisca. Tale indebolimento, invece, è contrario al tasso di cambio sottostante, impostato dal potere d'acquisto delle varie valute.

Se, in base alla logica sopra illustrata, il dollaro non è troppo costoso (vale a dire, non sopravvalutato in termini di potere d'acquisto), allora il calo del dollaro derivante dalle modifiche nell'asset allocation da parte della Cina sarà di breve durata.

Questo perché — come sopra descritto — gli arbitraggi agiranno per riportare il tasso di cambio in linea con il relativo potere d'acquisto delle varie valute.

Ad esempio, un calo del dollaro rispetto all'euro renderà vantaggioso vendere merci in cambio di euro e poi scambiarli per dollari.

Con più dollari un individuo sarà in grado di comprare più beni e servizi. Ovviamente questo metterà in moto forze correttive fino a quando il tasso di cambio non si sposterà verso quello dettato dai mercati.

Si noti che il calo visibile dei possedimenti cinesi di debito pubblico statunitense dal luglio 2011 al dicembre 2016, non sono associati ad un forte calo del dollaro rispetto alle principali valute.

Al contrario, in questo periodo — quando i possedimenti sono diminuiti del 19.5% — il dollaro è aumentato del 27% rispetto all'euro e del 52.3% rispetto allo yen.




Il fattore chiave è che il potere d'acquisto del dollaro rispetto al potere d'acquisto dell'euro e dello yen, ha fornito il supporto al tasso di cambio del dollaro.

Al fine di cogliere i cambiamenti nel potere d'acquisto delle valute, confrontiamo, coi grafici qui sotto, la crescita relativa dell'offerta di moneta (utilizzando l'AMS, la nostra misura preferita) tra, da un lato, gli Stati Uniti e l'Eurozona e, dall'altro, gli Stati Uniti e il Giappone.

Rispetto all'Eurozona e al Giappone, la crescita dell'offerta di moneta negli Stati Uniti (AMS) ha mostrato un calo visibile, il che significa che il ritmo di pompaggio monetario negli Stati Uniti è diminuito rispetto all'Eurozona e al Giappone.

Ciò ha portato ad un dollaro più forte rispetto all'euro e allo yen.





Vendita di titoli di stato USA da parte degli investitori cinesi e tassi d'interesse degli Stati Uniti

La preferenza temporale degli individui è ciò che sostanzialmente va a determinare il tasso d'interesse. Mentre la ricchezza degli individui si espande, considereranno l'allocazione delle loro risorse in attività che, prima di questa espansione, non potevano permettersi.

Un aumento della ricchezza è associato ad un abbassamento della preferenza temporale, vale a dire, un passaggio ad una preferenza per il consumo futuro rispetto ad un consumo presente.

Ad esempio, l'abbassamento delle preferenze temporali a causa dell'espansione della ricchezza reale è associato ad una maggiore propensione al risparmio e all'investimento, riducendo così la domanda di moneta. Ciò significa che per un determinato prezzo del denaro, emergerà un aumento in eccesso nell'offerta di moneta in base alle esigenze delle persone.

Per sbarazzarsi di questo aumento in eccesso, ceteris paribus, le persone aumenteranno l'acquisto di vari asset, facendone salire nel processo i prezzi e riducendone i rendimenti. (Ricordate che l'aumento del bacino della ricchezza reale è associato ad un abbassamento della struttura dei tassi d'interesse. Avviene l'inverso con una diminuzione della ricchezza reale.)

Qual è la relazione tra i tassi d'interesse e un aumento dell'offerta di moneta? Un aumento dell'offerta di moneta, ceteris paribus, significa che quegli individui la cui quantità di denaro è aumentata, sono ora molto più ricchi. Questo a sua volta mette in moto un abbassamento delle preferenze temporali. Quindi emergerà una maggiore volontà d'investire e di prestare risorse reali. L'aumento dei prestiti e degli investimenti comporterà l'abbassamento della domanda di moneta da parte del prestatore e dell'investitore.

Di conseguenza, per un determinato prezzo del denaro, un aumento dell'offerta di moneta insieme ad un calo della domanda, faranno emergere un eccesso nell'offerta di moneta che a sua volta farà salire i prezzi degli asset ed abbasserà i loro rendimenti.

Capiamo quindi che la chiave per la determinazione dei tassi d'interesse è la preferenza temporale delle persone, la quale si materializza attraverso l'interazione tra domanda e offerta di moneta.



Il ruolo della Cina

Esaminiamo ora il ruolo della Cina in questo contesto. Per quanto riguarda l'offerta di moneta — ossia, l'offerta di dollari — la Cina non ha alcun effetto.

La fonte dell'offerta di dollari è la banca centrale (la FED) e le banche commerciali (tramite la riserva frazionata).

Dal punto di vista della domanda, quando la Cina aumenta le proprie esportazioni di beni negli Stati Uniti, il primo effetto è l'aumento della domanda cinese nei confronti dei dollari statunitensi.

Tuttavia una volta che la banca centrale cinese investe questi dollari in US Treasuries, ciò compensa la domanda cinese nei confronti del denaro degli Stati Uniti.

Quindi l'effetto netto complessivo non è un cambiamento della domanda. La domanda potrebbe anche emergere quando la banca centrale cinese interviene per fermare un rafforzamento dello yuan.

Una volta che la banca centrale investe questi dollari in altri asset, ciò va a ridurre la domanda di denaro americano.

Le azioni della Cina non influenzano né la domanda di denaro statunitense, né la sua offerta; ciò implica che le azioni della Cina non hanno alcun effetto duraturo sui tassi d'interesse degli Stati Uniti.

Se la Cina dovesse decidere di vendere le proprie quote di titoli di stato americani, potrebbe portare ad un aumento iniziale e di breve termine dei rendimenti.

Tuttavia è improbabile che i cinesi si siedano sui dollari ricevuti — probabilmente li spenderebbero comprando altri asset statunitensi, aumentandone di conseguenza i prezzi e riducendone i rendimenti.

Pertanto l'azione della Cina è improbabile che abbia un effetto sull'offerta di denaro americana. Di conseguenza, oltre a possibili ripercussioni di breve termine, la vendita di titoli del Tesoro USA non avrà alcun effetto sul livello generale dei tassi d'interesse degli Stati Uniti.

Infatti un calo dei possedimenti cinesi di US Treasuries tra il luglio 2011 e il dicembre 2016, è stato accompagnato da un calo dei rendimenti del decennale americano.

Inoltre, si noti che il rendimento ha una correlazione inversa con la crescita dell'offerta monetaria (AMS) — in linea con la nostra precedente discussione.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/