lunedì 16 marzo 2026

I leader dell’UE chiedono un “reset normativo”, ma è solo l’ennesimo gioco di potere

L'Eurozona è un esempio lampante di come uno stato ipetrofico distrugga la crescita dell'occupazione, i miglioramenti dei salari reali e gli investimenti. Il modesto miglioramento dell'attività economica si accompagna a un calo delle assunzioni e degli investimenti. Gli aumenti delle tasse e le linee di politica insistenti su emissioni zero hanno decimato l'industria e azzerato la crescita dell'occupazione. Questi evidenti trend di deterioramento economico si verificano in un periodo di crescita artificiale del PIL. La spesa pubblica è ora uno dei principali fattori di “crescita economica” in Francia, Regno Unito, Germania e altre grandi economie europee. Escludendo l'aumento della spesa pubblica, la maggior parte di queste economie è in recessione. Il Global Economic Outlook di ottobre 2025 di S&P Global ci segnala che la crescita della produzione è sempre più sostenuta dall'irresponsabilità fiscale piuttosto che dal dinamismo del settore privato. La relazione afferma che “le politiche fiscali più accomodanti negli Stati Uniti e in Germania sostengono la crescita”, ma avverte altresì che “la fragilità dei mercati del debito sovrano in molte delle maggiori economie europee rimane una fonte chiave di rischio”. I programmi di “investimenti pubblici” nell'Eurozona e nel Regno Unito hanno parzialmente compensato la debole domanda privata. Rimane un'enorme scia di debito, la quale porta a ulteriori aumenti delle imposte. La spesa pubblica e l'inflazione persistente gonfiano la crescita nominale, mentre la produttività economica reale e le opportunità di lavoro nel settore privato si deteriorano. Uno stato ipertrofico significa bassa crescita, tasse elevate, salari reali bassi e un persistente rallentamento della produttività. Investimenti improduttivi e interventi governativi eccessivi sono ormai la norma nelle principali economie europee. SP Global spiega inoltre che “i settori più sensibili ai tassi di interesse, come l'industria manifatturiera e l'edilizia, rappresentano una quota inferiore dell'attività economica nelle economie avanzate rispetto al passato”. Tuttavia il problema non sono solo i tassi di interesse, ma anche l'aumento delle tasse e le normative insormontabili che frenano l'attività nei settori ad alto moltiplicatore. L'agenda 2030, insieme alle cosiddette normative verdi e alle linee di politica emissioni zero, ha portato a un'allocazione errata del capitale e a distorsioni economiche, pertanto gli incrementi di produttività sono sempre più limitati ai settori digitale e finanziario. L'espansione fiscale ora alimenta la maggior parte dell'attività economica principale nei Paesi sviluppati, con effetti collaterali negativi ovunque. L'onere del servizio del debito sta manifestando un effetto crowding out sempre più marcato sul settore privato, le tasse elevate limitano gli investimenti e le assunzioni e la regolamentazione rende l'economia stagnante. La pistola fumante di questo esito è la generazione/consumo di energia elettrica e il consumo di gas: trend in vistoso calo in UE rispetto agli USA, sintomo che il comparto industriale europeo è diventato una “specie” a rischio estinzione come i panda. Con l'aumento dei rendimenti dei titoli di stato, poi, Paesi come la Francia e il Regno Unito si trovano già ad affrontare “circoli viziosi” di crescita più lenta e costi di finanziamento più elevati.

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-leader-dellue-chiedono-un-reset)

Le critiche alle politiche normative dell'Unione Europea si fanno sempre più forti. In una lettera a Ursula von der Leyen, 19 capi di governo dell'UE chiedono l'abolizione di “norme superflue e squilibrate”.

È un grottesco teatro politico quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Diciannove capi di governo dell'UE hanno firmato una lettera semi-pubblica – ottenuta da Handelsblatt – chiedendo nientemeno che un “reset normativo” a Bruxelles. Questa richiesta arriva dopo anni in cui gli stessi governi hanno diligentemente costruito il colosso eco-burocratico dell'UE.


Merz rinnova le sue critiche

La lettera seguiva di pochi giorni le dure dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha criticato l'eccessiva regolamentazione di Bruxelles e il conseguente onere burocratico, fattori che hanno contribuito in modo significativo alla crisi economica della Germania.

Intervenendo alla Giornata delle PMI della Mittelstands- und Wirtschaftsunion a Colonia, Merz ha dichiarato: “Permettetemi di essere un po' più schietto: dobbiamo dare una lezione a questa macchina di Bruxelles affinché si fermi una volta per tutte”.

Ha criticato aspramente la macchina legislativa dell'UE per aver continuato il suo lavoro di regolamentazione “senza sosta, indipendentemente dal fatto che sia stato eletto o meno un nuovo Parlamento, o che una nuova Commissione sia in carica o meno”.

Parole dure da parte di un cancelliere che, a livello nazionale, non è riuscito finora a riformare nemmeno un singolo aspetto dell'eccesso di regolamentazione della Germania, degli elevati oneri fiscali, o del suo Stato sociale ipertrofico.


Un’offensiva di pubbliche relazioni?

Le parole di Merz sembravano aver preparato il terreno per un'ondata di critiche più ampia, culminata nella lettera firmata da 19 leader dell'UE. Oltre a Merz, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni si sono uniti apertamente al coro contro la frenesia normativa di Bruxelles.

Il loro obiettivo dichiarato: riportare l'Europa su un percorso di crescita e competitività.

La lettera chiedeva l'eliminazione di “regolamentazioni superflue, eccessive o sbilanciate”. Una verità lapalissiana, forse, ma di fronte al disordinato apparato normativo di Bruxelles, questa sembra una richiesta massimalista, poiché una vera riforma richiederebbe anche lo smantellamento di parti della burocrazia stessa.

Gli autori chiedono inoltre che le PMI siano esentate dagli obblighi di rendicontazione, come quelli previsti dalla legge sulle catene di approvvigionamento, e dalle assurde normative climatiche, come il regolamento UE sulla deforestazione.


Sussidi, ancora una volta

Ancora più significativi sono i paragrafi finali della lettera. Qui venivano svelate le vere intenzioni: richieste di norme più flessibili su sussidi e fusioni aziendali. L'entità di questi sussidi non è un mistero: riguardano gli enormi fondi stanziati nei bilanci dell'UE e nazionali per i programmi climatici e, forse, per la costruzione di un'economia di guerra europea.

In altre parole la trasformazione verso un'economia UE sempre più centralizzata dovrebbe procedere in modo più fluido. Il recente appello di Merz a un “patto europeo per la competitività” e i suoi avvertimenti sulla concorrenza di Asia e Stati Uniti non sono di per sé sbagliati, ma la questione cruciale è come interpretare questa sfida e come affrontarla.

In particolare, non è stato fatto alcun accenno alla possibilità di ridurre le assurde tasse sulla CO2 imposte dal blocco europeo.


Il piano Draghi come modello

Bruxelles e le capitali dell'UE si stanno ora allineando, di fatto, al progetto delineato da Mario Draghi, il quale aveva auspicato un fondo di investimento del valore di €800 miliardi all'anno per l'economia dell'Eurozona, affiancato da una deregolamentazione laddove ciò fosse di interesse per Bruxelles.

In breve: i flussi di capitale devono essere incanalati meglio nei canali preferiti da Bruxelles, in modo rapido, concentrato e con una burocrazia minima. I decisori politici sperano che ciò inneschi una sorta di effetto economico auto-riparante, ma la crisi stessa è in gran parte la conseguenza proprio di questa cattiva allocazione dei capitali e di questa regolamentazione eccessiva dall'alto verso il basso.

L'Europa ha chiaramente scelto la strada dell'isolazionismo: centralizzazione, indebitamento e finanziamento cronico in deficit. È un vicolo cieco e Bruxelles ne è la manifestazione più evidente.


Cortine fumogene

Il fatto che 19 leader dell'UE abbiano criticato pubblicamente la linea di politica normativa di Bruxelles è degno di nota per due motivi. In primo luogo, solleva la questione se Bruxelles sia davvero diventata un'astronave burocratica, così distaccata dalla realtà che i suoi occupanti non si accorgono più del rapido declino economico dell'Europa.

Considerata l'orgia normativa degli ultimi anni, in gran parte giustificata da una visione apocalittica del cambiamento climatico, la risposta è molto probabilmente sì.

In secondo luogo il modo semi-pubblico in cui è stata presentata questa critica, tramite fughe di notizie selettive a testate come Handelsblatt, è stato scelto con cura per creare l'impressione che i governi nazionali siano ancora sovrani, economicamente competenti e attenti alle preoccupazioni dei loro cittadini.

In realtà si tratta del solito vecchio scontro tra Bruxelles e governi nazionali sempre più impotenti. A parte qualche caso isolato come l'Ungheria, la Repubblica Ceca o, di recente, la Polonia, tutti condividono la stessa linea ideologica.


Von der Leyen saldamente in controllo

La Von der Leyen potrebbe sembrare isolata, ma ha già raggiunto il suo obiettivo principale: espandere il bilancio della Commissione UE per il periodo 2028-2034 a circa €2.000 miliardi. Circa €750 miliardi – più di un terzo – finiranno nei canali inariditi del clientelismo verde. A ciò si aggiungeranno ingenti iniezioni di sussidi nazionali, come i fondi speciali per la Germania.

Un simile intervento statale non può essere attuato senza una regolamentazione aggiuntiva e una burocrazia ancora più grande.

Quindi, nonostante il linguaggio altisonante della lettera alla von der Leyen, non ci sarà alcun alleggerimento normativo o amministrativo reale per le imprese.

In definitiva, lei non dovrebbe essere giudicata dalle sue parole – o da quelle dei suoi critici – ma dalle sue azioni. E da questo punto di vista, la sua direzione politica è già chiara.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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