Recuperate l'articolo di ieri e quello di venerdì scorso, perché laddove altri brancolano nel buio, essi diradano la confusione imperante e rendono chiaro contro chi è stata mossa guerra dagli USA. La City di Londra è un concetto, non tanto il posto fisico in cui si trova. Si basa su processi ombra che, tramite la finanziarizzazione, permettono una concentrazione di potere e privilegi senza possedere nell'effettivo alcunché. I flussi controllano il mondo, soprattutto quello economico. La demolizione controllata di Londra è il segno distintivo che c'è una volontà ben precisa di spostare queste attività altrove, soprattutto da quando la Brexit ha rappresentato il primo colpo sparato nell'iterazione presente della guerra civile tra inglesi e americani. Pechino era la prima scelta, ma Xi ha resistito agli assalti finanziari e, tenendo chiusi i mercati dei capitali, s'è pappato quelli che erano stati spostati. La scelta poi è ricaduta su Dubai. Ritenuto lo scalo di chi parcheggiava soldi per “evadere le tasse” o metterli in “cassaforte” in una giurisdizione attraente, l'incertezza della guerra sta facendo cambiare idea a chi era stato polarizzato nel credere che in futuro sarebbe stata trasformata in una zona a statuto speciale. Oltre le pacificazioni in tutto il Medio Oriente ottenute da Trump e la bonifica delle influenze inglesi/francesi nella regione, uno dei sottoprodotti benvenuti dell'operazione americana in Iran è quella di chiudere le porte al “trasloco” della City altrove. Ma l'amministrazione Trump non si è limitata a questo, perché dopo l'avvio del drenaggio dei metalli preziosi dalla LBMA adesso sta passando alla materia prima più finanziarizzata al mondo: il Brent. Il divario tra quest'ultimo e il WTI non è un caso e vi racconta una storia. Ovvero quella di un contratto puramente sintetico che non prevede consegna del sottostante ed è la base del castello della finanziarizzazione che vi ha costruito sopra la City di Londra. Da qui ha espanso esponenzialmente la sua capacità di manipolazione dei mercati, inglobando il resto degli hard asset, e per estensione la sua capacità di tirare su capitali con cui manipolare elezioni, linee di politica nazionali, ecc. L'exploit dei metalli preziosi era solo l'inizio del processo di smantellamento targato Bessent-Trump-Powell di questa impalcatura che ha reso la City di Londra una piovra implacabile. L'obiettivo finale è sempre stato il Brent, dato che il petrolio è quell'asset su cui si basa attualmente tutta la società civile odierna. E se davvero questo scontro fosse risultato in una sconfitta per Trump allora avremmo visto una storia diversa raccontata dai mercati dei capitali. Infatti non c'è altro parametro tanto affidabile quanto i mercati dei capitali per capire come sta davvero andando il conflitto in Iran. Se fossero gli USA ad avere davvero la peggio, allora il differenziale tra i decennali inglesi e quelli americani si sarebbe assottigliato. Invece si sta ampliando a favore dei titoli di stato americani. E poi c'è l'UE, che oltre a vedersi strangolata dai costi energetici in aumento, viene strangolata anche dai costi finanziari: prima alcuni istituti di credito svizzeri, poi quelli lussemburghesi, poi le società di mutui inglesi e adesso il private equity. Scott Bessent, veterano di strategie finanziarie sin dai primi anni '90, sta facendo emergere criticità in tutti quei player che in precedenza avevano un canale diretto con la FED per linee di liquidità privilegiate e che le sfruttavano per svuotare la nazione. Adesso devono elemosinarle, grazie al prosciugamento del mercato degli eurodollari a opera di Powell. Non tutte le mosse dell'amministrazione Trump saranno piacevoli, dato che avranno poi come risultato anche l'aiuto di “cattivi”. Ma ecco il segreto: non esistono buoni o cattivi. Esistono solo percorsi peggiori o migliori; accordi volontari o accordi forzati. Dopo la sentenza della Corte Suprema americana sui dazi, è partita la controffensiva dell'amministrazione Trump e, nonostante il rischio elevato che comportava questa scelta, i risultati sono incoraggianti.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-prossima-crisi-delleuropa-un-crollo)
L'Unione Europea ha avuto anni per prepararsi a una crisi energetica dopo lo shock del 2022. Grazie a un inverno mite e all'abbondante fornitura dagli Stati Uniti, la crisi europea del gas è stata significativamente meno grave del previsto. Il continente, quindi, ha evitato blackout e un collasso economico grazie alla combinazione di condizioni meteorologiche favorevoli e di un eccesso di capacità produttiva negli Stati Uniti.
Invece di riconoscere il fattore fortuna, l'Unione Europea ha continuato a non fare nulla di serio per la sicurezza dell'approvvigionamento, mentre alcuni Paesi hanno mantenuto la chiusura delle centrali nucleari, il che li ha resi vulnerabili a future carenze energetiche. Invece di elaborare un piano per eliminare i divieti sullo sviluppo delle risorse, le chiusure delle centrali nucleari e i limiti agli investimenti, l'Unione Europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia, aspettandosi che non accadesse nulla.
L'Europa sta camminando verso il precipizio di un'altra crisi energetica, la quale potrebbe essere peggiore di quella del 2022. La guerra in Medio Oriente, una nuova crisi diplomatica tra Spagna e Stati Uniti, il conflitto in corso contro l'Algeria e la dipendenza irrisolta dall'approvvigionamento di gas russo hanno contribuito a far salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas, rappresentando una minaccia per la già fragile economia europea.
L'escalation della guerra con l'Iran ha influito negativamente sulla maggior parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati di tracciamento delle navi, il traffico marittimo giornaliero attraverso lo Stretto è sceso da 138 a 20 unità. Kuwait e Qatar hanno dichiarato forza maggiore, il che significa che tutti i contratti esistenti possono essere rivisti in termini di quantità e prezzo, mentre Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione di greggio a causa delle minacce dell'Iran.
Il Brent ha già superato i $90, con un aumento del 21% in una sola settimana, il maggiore incremento settimanale degli ultimi cinque anni. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti a $4 al gallone, ancora inferiori però alla media del periodo 2021-2023. Per l'Europa il quadro del gas naturale è ancora più allarmante.
Il benchmark olandese del gas naturale TTF è aumentato del 50% in una settimana, il salto più in alto sin dall'estate 2023. Il contratto TTF di aprile 2026 ha raggiunto i 58,42 dollari/MWh, in rialzo rispetto ai 37 dollari/MWh di appena una settimana prima. La volatilità implicita nei future TTF si è quadruplicata da gennaio.
Il Qatar, il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), ha interrotto la produzione di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione al mondo e ha emesso avvisi di forza maggiore. Qatar ed Emirati Arabi Uniti forniscono oltre il 20% della fornitura globale di GNL e sono ora offline. Secondo Kpler un approccio realistico all'approvvigionamento alternativo da tutte le possibili fonti ammonta a meno di 2 milioni di tonnellate al mese, a fronte di una perdita mensile di 5,8 milioni di tonnellate.
L'Europa non era preparata a questa interruzione e ha fatto ben poco per garantire l'approvvigionamento a lungo termine. Ricorrere alla forza maggiore consente ai fornitori di gestire i contratti nel modo più efficiente, tenendo conto dei rischi, il che è fondamentale nell'attuale contesto di carenza di approvvigionamento e di necessità di flessibilità nella gestione dei contratti.
La Cina ha posto la sicurezza dell'approvvigionamento come priorità. Le navi adibite al trasporto di GNL originariamente dirette in Europa vengono dirottate verso l'Asia. Perché? Ciò è dovuto al fatto che i premi spot asiatici stanno ora superando i prezzi europei, indicando il segnale di arbitraggio più forte sin dal 2022, come riportato dalla Reuters. Tre navi che trasportavano GNL statunitense e nigeriano sono state dirottate verso l'Asia solo questa settimana. L'Europa sta subendo una perdita nella guerra globale delle offerte per le petroliere.
Allo stesso tempo l'esaurimento dei siti europei di stoccaggio del gas ha raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni. L'Europa necessita di un afflusso significativo di merci in primavera e in estate per rifornire gli stoccaggi anche dopo la fine della stagione del riscaldamento, il 31 marzo. La costruzione di nuovi depositi sarà più difficile e significativamente più costosa a causa della crescente concorrenza per il gas naturale liquefatto (GNL) e delle potenziali interruzioni nella catena di approvvigionamento, aggravate dalle tensioni geopolitiche.
Il deterioramento delle relazioni diplomatiche della Spagna con gli Stati Uniti aggiunge un'ulteriore dimensione pericolosa. Il cambio di politica estera del governo Sánchez, guidato da una retorica provocatoria, dall'allineamento con posizioni ostili agli interessi statunitensi e dalle tensioni sulla cooperazione in materia di difesa, ha isolato Madrid diplomaticamente proprio nel momento sbagliato.
I maggiori fornitori spagnoli di gas naturale liquefatto sono l'Algeria e gli Stati Uniti: il governo Sánchez ha creato incidenti diplomatici con entrambi i Paesi. I sei terminali di rigassificazione spagnoli sono essenziali per la logistica europea del GNL, ma solo se i carichi arrivano. In un mercato con forniture limitate in cui gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di GNL, una crisi diplomatica con Washington non è solo un problema politico; rappresenta un rischio per l'approvvigionamento energetico. I produttori e i commercianti di GNL statunitensi potrebbero decidere di dirottare i carichi, e i segnali politici contano, soprattutto se le tensioni aumentano e incidono sugli accordi commerciali o sulle rotte marittime.
Anche le scarse relazioni diplomatiche tra Spagna e Algeria sulla questione del Sahara Occidentale sono state una delle cause principali della riduzione dei volumi di gas algerino in Spagna.
Il rischio di un ulteriore taglio delle forniture di gas russo aumenta ulteriormente. Sebbene l'Europa abbia ridotto la dipendenza dal gasdotto russo dal 2022, dal 40% al 15%, continuano a esserci flussi significativi, principalmente attraverso TurkStream verso l'Europa meridionale e sudorientale. Gli acquisti europei di gas russo hanno raggiunto oltre 40 miliardi di metri cubi e un valore di €15 miliardi nel 2025. Nonostante l'annuncio di un'eliminazione graduale nel 2027, l'UE importa ancora ingenti volumi di GNL (gas naturale liquefatto) dalla Russia, destinati in particolare a Spagna, Francia e Belgio, rendendo la Russia il secondo fornitore nel terzo trimestre del 2025, con una quota del 12,7%.
La Spagna, quinto importatore, ha acquistato €114 milioni di GNL russo a gennaio. Le importazioni francesi di GNL dalla Russia hanno registrato un massiccio aumento del 57% su base mensile, mentre i volumi totali delle importazioni hanno registrato un aumento molto più modesto del 15%, secondo il CREA.
Un blocco totale delle forniture in Russia, sommato alle difficoltà in Medio Oriente e alla probabile riduzione dei volumi negli Stati Uniti, spingerebbe l'Europa in una crisi energetica senza precedenti, che comporterebbe persino il razionamento. La recessione industriale della Germania, già al terzo anno consecutivo, si aggraverebbe; Spagna, Italia e le economie dell'Europa centrale si troverebbero ad affrontare un'inflazione a due cifre dei costi energetici e un crollo verticale della produzione industriale e dei consumi interni.
Le valutazioni dell'AIE hanno ripetutamente messo in guardia contro la tensione sui mercati del gas in caso di interruzioni dell'approvvigionamento. Nessuno a Bruxelles ha ascoltato e adesso se ne pagano le conseguenze.
La classe politica europea ha trascorso tre anni a congratularsi con sé stessa per essere sopravvissuta alla crisi energetica del 2022. Tuttavia ha raggiunto questa sopravvivenza distruggendo la domanda, smantellando le industrie, limitando i consumi e pagando prezzi significativamente più alti. Le vulnerabilità del settore energetico europeo non sono mai state affrontate. Nel frattempo la produzione interna è diminuita, la capacità nucleare è stata ridotta e la dipendenza è aumentata, mentre la burocrazia ha reso ancora più difficile investire nella sicurezza energetica, portando a una situazione precaria in cui l'Europa è ora vulnerabile a shock esterni e interruzioni dell'approvvigionamento.
Ora, con il petrolio che si avvicina ai $90-100 al barile, i prezzi del gas che raddoppiano in una settimana, lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il GNL del Qatar fuori servizio e alcuni Paesi impegnati in dispute diplomatiche con il loro più importante alleato fornitore di energia, l'Europa si trova ad affrontare le conseguenze della propria indifferenza.
La crisi energetica europea è una minaccia evidente. I leader europei devono ascoltare gli esperti del settore e rispondere con logica, non ideologicamente, riconoscendo il rischio di crisi. Purtroppo molti di loro vivono nella confortante illusione che qualcun altro risolverà il problema, mentre altri, come lo spagnolo Sanchez, preferiscono la crisi, aspettandosi che qualche elusivo vantaggio politico possa distogliere l'attenzione dagli scandali di corruzione che lo affliggono, il che in ultima analisi ostacola un'azione efficace e prolunga la risoluzione della crisi.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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