mercoledì 18 marzo 2026

La caduta libera geopolitica della Germania: Pechino mostra il cartellino rosso a Berlino

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di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/la-caduta-libera-geopolitica-della)

Il drammatico crollo economico della Germania sta trascinando con sé anche la sua posizione geopolitica. Il Ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha ormai imparato cosa significa essere trattato come un diplomatico di secondo piano, ricevendo il cartellino rosso da Pechino. Un'umiliazione e un rimprovero per la Germania.

La scuola della vita può essere crudele: crescere di solito significa abbandonare i propri ideali elevati, le ideologie marginali e la mentalità sognante di un'esistenza inesperta, a favore della dura realtà del mondo. La realtà segue le sue regole, indifferente all'autoinganno.

Quel momento di maturità, l'uscita dalla bolla dell'ideologia di partito, è ormai arrivato per il massimo diplomatico tedesco.


Un ministro delle fantasie

Johann Wadephul, che vagava nel Paese delle meraviglie attribuendo il miracolo economico tedesco agli immigrati turchi, ha dovuto annullare all'ultimo minuto la sua prima visita ufficiale in Cina perché Pechino non ha ritenuto necessario parlare con una delegazione tedesca.

Il cristiano-democratico sta scoprendo, proprio come il suo collega di partito, Friedrich Merz, che il drammatico declino economico della Germania ha come conseguenza immediata anche la perdita di rilevanza geopolitica.

Il primo viaggio di Wadephul in Cina era inteso come un ripristino delle relazioni diplomatiche con Pechino. Una delegazione imprenditoriale di alto profilo avrebbe dovuto accompagnarlo e contribuire ad allentare le tensioni sulle cruciali forniture di terre rare.

Da settimane la Cina minaccia di vietare completamente le esportazioni, una misura che paralizzerebbe all'istante importanti industrie tedesche.


Improvvisamente gli affari contano

La delegazione avrebbe dovuto includere rappresentanti dell'industria automobilistica tedesca, di Siemens Healthineers, dell'Associazione Tedesca di Robotica e di un importante importatore di terre rare. Insieme, avrebbero dovuto allentare la pressione a Pechino e garantire l'accesso alle risorse essenziali di cui la base industriale tedesca non può fare a meno.

Quando Pechino ha chiarito che non avrebbe preso in considerazione ulteriori colloqui oltre alla riunione obbligatoria dei ministri degli Esteri, Wadephul è stato costretto ad annullare il viaggio. Un ultimo disperato tentativo di salvare la faccia e limitare i danni politici.

Forse Wadephul avrebbe dovuto imitare il suo predecessore, Annalena Baerbock, e concentrarsi su un'evasione morale e filosofica come fece lei. È una strategia innocua, in linea con lo spirito del tempo tedesco e gli avrebbe fatto guadagnare punti preziosi tra i partner di coalizione a sinistra.


Il tallone d'Achille

In questo momento l'Europa avrebbe disperatamente bisogno di una delegazione che si posizioni in modo intelligente sulla scia degli americani.

Ogni gigante ha una debolezza. L'economia cinese è intrappolata in una spirale deflazionistica, innescata dai dazi draconiani statunitensi e da una crisi immobiliare di lunga data, causata da una massiccia allocazione di capitali da parte dello stato.

La deflazione è fatale, perché la crescita della Cina si basa sulla macchina del credito fiat. L'aumento delle insolvenze si traduce in una contrazione del portafoglio prestiti. Il turbo del credito si inceppa, il valore delle garanzie crolla a causa di svendite forzate e sovrapproduzione, soprattutto nel settore immobiliare. A questo punto lo stato deve intervenire di nuovo, iniettare altro credito e indebolire ulteriormente la propria valuta.

È un circolo vizioso che attanaglia quasi tutte le economie moderne.

La risposta della Cina è sempre stata la stessa: un colossale motore di sussidi alle esportazioni, un modello mercantilista costruito a spese dei partner commerciali che hanno perso capacità produttiva a favore della Cina.

Il surplus commerciale di Pechino rappresenta circa l'1% del PIL mondiale. Circa $1.000 miliardi, alimentato da ingenti aiuti all'esportazione.

A tutto questo si aggiungono i cavalli di Troia geopolitici come la Belt and Road Initiative, i quali aprono mercati ovunque la Cina abbia bisogno di materie prime.


La Cina è alla disperata ricerca di mercati sostitutivi

Il mercato interno europeo è diventato essenziale per Pechino per smaltire la produzione in eccesso. Il mercato statunitense è sempre più bloccato dall'offensiva tariffaria di Donald Trump: le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono crollate di un impressionante 27%.

Allo stesso tempo le esportazioni cinesi verso la Germania sono aumentate del 10,7% nella prima metà dell'anno.

Per evitare un collasso del mercato del lavoro interno, Pechino sta inondando i mercati alternativi con sovraccapacità. Il Partito Comunista si trova ad affrontare un tasso di disoccupazione giovanile intorno al 20%. L'esplosivo sociale è proprio qui.

È proprio qui che l'Europa, e in particolare Berlino, potrebbe fare leva. Nella crescente lotta per l'accesso alle terre rare, cruciale per l'industria tedesca e in particolare per le case automobilistiche, l'Europa potrebbe costruire un reale potere contrattuale alleandosi con gli Stati Uniti.


Irresponsabile e testardo

Considerando il predominio della Cina nel settore della raffinazione delle terre rare, pari al 90%, è irresponsabile non schierarsi con Washington e non assicurarsi vantaggi strategici per la sopravvivenza industriale dell'Europa.

Ideologicamente rigida, strategicamente ingenua e gravemente indebolita dai suoi disastri commerciali con gli Stati Uniti, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, barcolla da un pseudo-vertice all'altro come una regina di Bruxelles detronizzata.

Si ha l'impressione che l'intero circo del clima, la solidarietà teatrale nei confronti dell'Ucraina e l'atteggiamento delirante dei verdi siano diventati una sovracompensazione psicologica per il fallimento visibile del progetto di Bruxelles.


È tempo di cercare un'alleanza con gli Stati Uniti

L'Europa avrebbe dovuto abbracciare la suddivisione geopolitica del mondo con Washington fin dall'inizio. Soprattutto ora che gli Stati Uniti, sotto la guida di un presidente iperattivo in politica estera, rivendicano apertamente la leadership. Trump ha ragione a criticare il protezionismo dell'UE, l'onnipresente regolamentazione climatica e una politica sempre più ostile ai mercati.

Washington è all'offensiva: deregolamentazione, tagli alle tasse, abbandono del culto quasi religioso del clima. E funziona: l'economia statunitense cresce del 3,8%, il nuovo debito è sceso dal 6,7 al 5,8%. Trump sta ricalibrando il sistema mentre l'Europa precipita nella direzione opposta: debito più alto, recessione più profonda.

Wadephul e i suoi colleghi diplomatici europei devono accettare questa realtà e abbandonare la loro crociata sulla censura, abolire del tutto il Digital Services Act, il Digital Markets Act e il regime di sorveglianza online. Dovrebbero invece perseguire un commercio equo con gli Stati Uniti, senza protezionismo climatico.

L'Europa è povera di risorse e dipendente dall'energia, importando fino al 60% del suo fabbisogno energetico. Senza l'energia e le materie prime russe, il modello di prosperità europeo crolla.

E l'attacco a un riavvicinamento eurasiatico tra l'Europa continentale e la Russia, ricca di risorse, non è arrivato da Washington, nonostante i mantra mediatici contrari. È arrivato direttamente dal cuore dell'Unione Europea.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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