Le principali industrie tedesche stanno capitolando sotto la crescente pressione fiscale e la catastrofe della transizione energetica è innegabile. Ogni sussidio, soprattutto gli alti rendimenti garantiti dallo stato nell'economia verde, sottrae risorse preziose al libero mercato. I finanziamenti per le startup, i finanziamenti per la crescita e il capitale di rischio vengono sistematicamente ridotti o dirottati all'estero. Gli imprenditori potrebbero persino scegliere la strada più semplice, quella di seguire l'esempio e ottenere sussidi lungo il percorso verso il paradiso verde. Il problema è che l'economia gestita dallo stato, sia che venga attuata da aziende private come intermediarie del governo o direttamente dallo stato, non aggiunge alcun valore all'economia. È un meccanismo distruttivo, avvertito persino dagli elettori di Stoccarda e mostrato nei risultati elettorali recenti. Per quanto alti siano i muri delle illusioni, le onde della realtà economica li frantumeranno. Circolano già voci secondo cui la Porsche potrebbe dover licenziare fino a 5.000 dipendenti nella regione di Baden-Württemberg. La produzione industriale regionale non è più competitiva. Sarà un processo di apprendimento doloroso, ma nemmeno gli ambientalisti più ferventi della Germania possono eludere indefinitamente gli assiomi dell'economia. La competitività non si crea nei seminari delle ONG, o nei numerosi gruppi ambientalisti che predicano con toni fanatici attraverso i media generalisti. No, le aziende lo impareranno a proprie spese: la loro ricchezza, ora soffocata dalla palude del moralismo, era il prodotto di una rigorosa disciplina, dell'ordine del mercato e di una razionale etica borghese. Le conquiste ingegneristiche di fama mondiale hanno contribuito in modo significativo. Tuttavia circa il dodici percento della produzione economica totale della regione sopraccitata proviene dall'ingegneria meccanica, proprio il settore che si è indebolito maggiormente sotto il regime socialista-verde, secondo solo all'industria automobilistica, altro pilastro dell'economia regionale. Come Shakespeare, i Romeo e Giulietta dell'economia tedesca si stanno ora togliendo la vita. Dal 2018 la produzione industriale in Germania è diminuita di oltre il venti percento, con la sola ingegneria meccanica che ha perso il cinque percento lo scorso anno. Non si tratta più di una recessione, ma di un declino economico consapevole in nome del dio ecologista, venerato nel Baden-Württemberg con più fervore che in qualsiasi altra parte della repubblica tedesca.
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di Thomas Kolbe
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/i-pendolari-tedeschi-sopportano-il)
Sin dall'inizio della crisi con l'Iran l'eccessivo onere fiscale sui carburanti ha fatto lievitare i prezzi della benzina in Germania. Ciononostante sembra improbabile che i politici tedeschi alleggeriscano il peso sui pendolari o sulle imprese. A parte una task force, non è stato pianificato nulla. Altre regioni si stanno dimostrando più resilienti.
Il conflitto con l'Iran è entrato nella sua quarta settimana e, con esso, crescono le preoccupazioni per le conseguenze della crisi energetica, che si sta lentamente ma inesorabilmente aggravando nell'economia globale.
In Germania l'aumento dei prezzi del petrolio si è riflesso rapidamente sui prezzi alla pompa. I prezzi sono balzati da circa €1,65 al litro a oltre €2, con un incremento di circa il 25% in brevissimo tempo (come riportato da Apollo News).
Allo stesso tempo sorgono sospetti che le compagnie petrolifere stiano realizzando rapidi profitti vendendo petrolio già fatturato e raffinato, nonché scorte di benzina già esistenti, a prezzi al dettaglio ora notevolmente più elevati, incassando profitti eccessivi.
Tuttavia si tratta di un effetto temporaneo, che probabilmente verrà presto bilanciato dalle dinamiche di mercato. L'aumento, tra i più elevati a livello internazionale, dei prezzi della benzina in Germania è dovuto quasi interamente al fatto che lo stato, attraverso le sue linee di politica fiscali, rappresenta circa il 65% del prezzo al dettaglio. Un profittatore silenzioso della crisi, mentre i pendolari si trovano ad affrontare problemi sempre maggiori.
Che si tratti di tasse sulla CO₂, imposte sui carburanti, o IVA, il governo tedesco dovrebbe ora agire con rigore fiscale e fornire un sollievo significativo sia ai pendolari che alle imprese. Finora ciò non è avvenuto. La politica tedesca è come quei conigli che guardano negli occhi un serpente per quanto riguarda il conflitto con l'Iran. Lentamente diventa chiaro che decenni di linee di politica energetiche dettate da ideologie non erano altro che una fantasia da mille miliardi di euro, che ora si sta trasformando in un incubo.
Gli Stati Uniti operano in modo autarchico
Dall'altra parte dell'Atlantico la situazione è ben diversa. I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati di circa il cinque-dieci percento. A otto mesi dalle cruciali elezioni di medio termine, questo tema sarà decisivo per il presidente Donald Trump, che dovrà mantenere le promesse elettorali e tenere sotto controllo l'inflazione.
È ormai imperativo porre fine rapidamente alla guerra con l'Iran. Washington sta valutando le ripercussioni geopolitiche, il controllo dei mercati petroliferi globali e i rischi di inflazione interna.
Dal 2018 gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, con una produzione giornaliera di 18 milioni di barili, e sono anche un esportatore di “oro nero”. La loro posizione dominante li mette al riparo dai principali shock dei prezzi del petrolio, conferendogli al contempo una notevole influenza sul mercato.
Se la crisi dovesse persistere, il mercato energetico globale rischierebbe di frammentarsi. Incrementi massicci dei prezzi minaccerebbero gli stati dipendenti dalle importazioni, come molti Paesi europei, mentre le nazioni energeticamente autarchiche manterrebbero il potere di determinazione dei prezzi e sarebbero in gran parte protette da aumenti estremi.
La Corea del Sud come caso particolare
Guardando all'Asia, la Corea del Sud, come l'Europa, è fortemente dipendente dall'energia ma vanta una notevole capacità di raffinazione. Aziende come SK Energy, GS Caltex, o S-Oil operano in genere con contratti di fornitura a lungo termine e prezzi fissi, mantenendo al contempo ingenti scorte di greggio che possono essere utilizzate in caso di interruzione delle forniture.
L'economia sudcoreana è temporaneamente al riparo dal blocco di Hormuz. I prezzi del gas sono aumentati di circa il 13% dall'inizio della guerra, passando da €1,11 a €1,25 al litro, un incremento nettamente inferiore rispetto a quello in Germania.
In Corea del Sud tasse e imposte rappresentano solo circa il 40% del prezzo al dettaglio della benzina, un vantaggio rispetto alle tasse sulla mobilità e sull'energia in continuo aumento in Germania.
Potrebbero volerci fino a tre settimane prima che uno shock petrolifero raggiunga le stazioni di servizio coreane. Durante questo periodo, le aziende si coprono dai rischi monetari e di prezzo sui mercati dei futures. Le raffinerie e le attività di stoccaggio fungono da ulteriore riserva strategica di petrolio, direttamente integrata nella lavorazione della risorsa chiave dell'economia.
Sul piano politico il governo sudcoreano rimane in stato di allerta. Finora Seul si è astenuta dall'introdurre tagli temporanei alle accise sui carburanti, una misura storicamente utilizzata per sostenere l'economia. L'ultima volta ciò è avvenuto durante i lockdown. Questo suggerisce che le autorità coreane non prevedono un conflitto prolungato e certamente non un'invasione di terra da parte di truppe statunitensi o israeliane. Uno scenario del genere provocherebbe inevitabilmente un'escalation, anche sui mercati globali delle materie prime.
Previsioni con la sfera di cristallo
Al momento è quasi impossibile prevedere come si evolverà il conflitto. Un cambio di regime a Teheran non sembra essere un obiettivo né degli Stati Uniti, né di Israele. Allo stesso modo un intervento di truppe di terra rimane altamente improbabile, soprattutto in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Ciò rende probabile una breve durata del conflitto. Le riserve strategiche di petrolio nella maggior parte dei paesi dell'UE coprono circa tre mesi e non sono ancora state utilizzate. Nonostante i rapidi aumenti dei prezzi, al momento non si registrano gravi carenze di approvvigionamento.
Per alleviare la pressione sui prezzi alla pompa, sarebbe necessario ridurre le tasse sui carburanti. Tuttavia è improbabile che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, rinunci alle entrate aggiuntive generate dal temporaneo aumento dei prezzi dell'energia.
Sul piano politico l'attenzione rimane focalizzata sull'immagine: è stata concordata la creazione di una task force sul prezzo della benzina, una manovra mediatica in piena campagna elettorale, una chimera politica tirata fuori d'istinto dal repertorio degli strumenti governativi.
Le soluzioni strutturali alla pericolosa dipendenza energetica dell'Europa richiederebbero un riassetto geopolitico, che includa un accordo di pace con la Russia, lo sfruttamento delle risorse interne come le immense riserve di gas del continente e, potenzialmente, un ritorno all'energia nucleare in Germania.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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