mercoledì 30 settembre 2026

La stretta ambientale dell'UE minaccia l'industria europea nel contesto della de-industrializzazione

Ricordo a tutti i lettori che su Amazon potete acquistare il mio nuovo libro, “La rivoluzione di Satoshi”: https://www.amazon.it/dp/B0FYH656JK 

La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.

____________________________________________________________________________________


di Thomas Kolbe

(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://fsimoncelli.substack.com/p/la-stretta-ambientale-dellue-minaccia)

Bruxelles e Berlino stanno intensificando la pressione normativa sull'industria europea. Con l'inasprimento della Direttiva UE sulle emissioni industriali, l'agricoltura si trova ora ancora più nel mirino delle normative sul clima. Il fatto che l'UE si stia isolando sempre di più sulla scena internazionale sembra non preoccupare nessuno.

Se il Forum economico mondiale di Davos di quest'anno ha trasmesso un messaggio chiaro, è stato questo: la delegazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump ha mostrato il cartellino rosso alla trasformazione economica europea in chiave socialista-climatica. In termini inequivocabili, il presidente americano ha chiarito che il percorso europeo – il tentativo normativo di raggiungere un'economia a zero emissioni nette di CO₂ – è già fallito agli occhi degli americani, che hanno quindi premuto il freno.

Ora che il governo tedesco sta recependo nella legislazione nazionale l'inasprimento della Direttiva sulle emissioni industriali, imposto dall'UE, estendendolo anche al settore agricolo dopo l'approvazione parlamentare (come riportato da Apollo News), si consolida l'impressione che la crisi dell'industria europea, indotta da fattori politici – la lenta de-industrializzazione dei principali poli industriali europei – sia ancora considerata nei modelli economici della leadership politica come una questione di secondaria importanza, un danno collaterale sulla strada verso l'utopia verde.

Si sta ricorrendo alla domanda artificiale generata dallo Stato per cercare di rimpiazzare le capacità industriali liberate, sia attraverso la produzione militare sia tramite progetti ecologici sovvenzionati artificialmente, che però falliscono a causa delle pressioni sui costi o semplicemente non hanno domanda.


Pressione normativa ad hoc

Nello specifico, la nuova Direttiva UE sottoporrà circa il 30% degli allevamenti di pollame e suini alla regolamentazione delle emissioni industriali. Come se il settore non fosse già sull'orlo del collasso a causa delle pressioni normative esistenti, ora si sta orchestrando il prossimo attacco a queste attività.

In tutta l'UE, circa 50.000 aziende saranno tenute ad attuare sistemi di gestione ambientale vincolanti, sottoposti a verifiche periodiche da uno a tre anni. Nella sola Germania, 13.000 impianti sono soggetti alla conformità alle normative UE. Gli allevamenti con almeno 1.200 suini da ingrasso o 700 scrofe da riproduzione, così come gli allevamenti avicoli con circa 40.000 polli da carne o 21.400 galline ovaiole, saranno ora direttamente interessati dalle norme più severe.

Sotto la minaccia di pesanti sanzioni, pari ad almeno il tre percento del fatturato annuo in caso di violazioni, l'Unione Europea sta tentando di imporre il Green Deal con la forza. L'obiettivo è garantire la riduzione delle emissioni nocive nell'aria, nell'acqua e nel suolo, promuovendo al contempo l'efficienza delle risorse e un'economia circolare senza anidride carbonica entro il 2050.

Per il ministro dell'Ambiente tedesco, Carsten Schneider (SPD), l'inasprimento della direttiva è motivo di festa. Ha citato i successi ottenuti da questa linea di politica nell'ultimo decennio, i quali hanno già portato a significative riduzioni delle emissioni di CO₂ e promosso una produzione più ecologica in Europa. Il fatto che il progresso tecnologico derivi principalmente dalla concorrenza e dalle dinamiche di mercato è un aspetto che difficilmente trova spazio nella pianificazione politica centrale odierna.

Sono state erette alte fortezze ideologiche, che oscurano completamente la visione della realtà economica.

Per le aziende agricole interessate, l'attuazione della normativa significa soprattutto una cosa: un massiccio aumento degli obblighi di documentazione, approvazione e conformità. Saranno ora soggette a misurazioni periodiche delle emissioni e a relazioni dettagliate, che dovranno essere presentati alle autorità ambientali statali e inseriti in registri e portali pubblici a livello europeo: improvvisamente, la trasparenza diventa fondamentale. Questo requisito di trasparenza crea una forte pressione pubblica sulle aziende agricole affinché si conformino rapidamente e pienamente, indipendentemente da come verranno finanziati i costi aggiuntivi.

Gli esperti del settore stimano che i costi di conformità, ad esempio per la riduzione delle emissioni di ammoniaca, si aggirino tra i €100.000 e i €500.000 per stalla, a seconda delle dimensioni e della tecnologia. Se i requisiti delle BAT (“Best Available Techniques”, ovvero le tecniche disponibili migliori) devono essere implementati annualmente, questi oneri possono rapidamente raggiungere milioni di euro.

In precedenza, la direttiva UE si applicava principalmente a settori come quello chimico, siderurgico, del cemento, delle raffinerie e degli impianti energetici, prendendo di mira soprattutto le grandi installazioni con elevate emissioni e volumi di produzione. I funzionari governativi sottolineano ripetutamente che la maggiore pressione normativa si applica solo alle grandi imprese. In realtà, sia la legge sulle catene di approvvigionamento che la nuova direttiva creano una pressione significativa lungo l'intera filiera. Le grandi aziende sono costrette a trasferire i propri obblighi ambientali sui fornitori più piccoli, estendendo i meccanismi di ispezione e conformità all'intera catena del valore.


Paralisi politica

La politica europea rimane impassibile di fronte alla continua de-industrializzazione della sua base economica, difendendo ostinatamente la propria linea. Con l'erosione delle fondamenta industriali, diminuisce anche l'influenza geopolitica dell'UE. Ogni attività industriale che cede alle pressioni normative e all'aumento dei costi energetici e si trasferisce altrove, porta con sé un prezioso know-how. Le catene del valore si destabilizzano, i redditi elevati derivanti dai fattori produttivi scompaiono e lo Stato si trova ad affrontare crescenti pressioni fiscali.

La risposta a questo disastro – che ha portato a circa 24.000 fallimenti aziendali lo scorso anno – rimane prevedibile: una performance teatrale messa in scena dai rappresentanti del governo. Gli appelli benintenzionati del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia vengono ripetuti con crescente enfasi, soprattutto in vista delle elezioni. La riduzione della burocrazia è diventata una frase politica standard, priva di reali conseguenze.

La strategia di fondo diventa chiara: pubblicamente il governo tedesco si presenta come chi risolve i problemi, guadagnando tempo mentre persegue con fermezza l'obiettivo prefissato della transizione ecologica.

I politici tedeschi potrebbero facilmente invertire questa rotta distruttiva. La Germania è il maggiore contributore netto dell'UE e le leve del potere chiave sono detenute dai cristiano-democratici a Berlino, Bruxelles e al Parlamento europeo.

L'unica via d'uscita da questa trappola autoimposta sarebbe un ritorno a un'economia di libero mercato completamente deregolamentata, unitamente a un riavvicinamento politico con i flussi energetici russi. Eppure, lo spirito della pianificazione centralizzata e del presunto controllo industriale continua a prevalere.


Burocrazia in continua espansione

L'aumento della regolamentazione richiede inevitabilmente un apparato amministrativo in espansione. Negli ultimi cinque anni, l'occupazione nel settore pubblico è cresciuta di circa il due percento all'anno, ovvero circa 100.000 posti di lavoro in più. In questo contesto, i ripetuti appelli del Cancelliere tedesco alla riduzione della burocrazia appaiono come una farsa mediatica.

Gli obblighi di documentazione, prova e revisione contabile nell'industria tedesca hanno assunto dimensioni kafkiane. Solo negli ultimi tre anni, sono stati creati circa 325.000 posti di lavoro aggiuntivi nelle aziende per far fronte al crescente carico amministrativo proveniente da Bruxelles e Berlino. Di fatto, lo Stato sta esternalizzando la propria burocrazia al settore privato.

Queste decisioni politiche esercitano una pressione tangibile sulle imprese. Berlino e Bruxelles stanno rispondendo alla concorrenza internazionale e alla deregolamentazione statunitense con linee di politica che intensificano le sfide industriali esistenti anziché risolverle.

•••

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.

•••

Nessun commento:

Posta un commento