venerdì 26 giugno 2020

Il cammino verso il mondo magico e fatato del denaro fiat, Parte #1





di Francesco Simoncelli


Il seguente saggio che leggerete oggi è la prima parte di una più ampia dissertazione sugli apparenti benefici del denaro fiat, sull'illusione di prosperità che produce e gli effetti nefasti che nel frattempo si accumulano sotto la superficie per poi eruttare prorompenti con una perdita di controllo da parte delle banche centrali su quel sistema che fino al giorno precedente sembravano controllare a meraviglia. Come diceva Herbert Stein, quando qualcosa non può più andare avanti, si ferma. Nel nostro caso particolare ci sono molte cose che nel tempo si sono accumulate affinché gli ingranaggi che governano il sistema monetario fiat si inceppasse. Ogni crisi che si è presentata si è fatta più vicina a quella successiva e l'economia più ampia non è riuscita a ripulire gli errori economici del ciclo precedente. Quindi gli ingranaggi si sono incrostati, funzionando in modo asincrono e disconnesso da tutti gli altri. C'è chi si rallegra di questo fatto e parla di "pericolo scampato" poiché le banche centrali sono riuscite per l'ennesima volta a far tornare alla calma una situazione sull'orlo di esplodere. Volendo anche assecondare questo punto di vista, perché allora hanno permesso che emergesse una crisi? Perché non focalizzarsi sulla prevenzione? Questo i feticisti del denaro fiat non lo dicono, ma si congratulano con i banchieri centrali quando intervengono per rimettere a posto le cose. O almeno questo narra la storia ufficiale.

Ma ai lettori di questo blog presumo sia sempre interessata la storia ufficiosa dei fatti, quella che viene ignorata poiché è accademicamente sgarbato menzionarla. Io sono sempre stato accademicamente sgarbato, andando a sottolineare quegli aspetti del mondo economico che più andavano a cozzare con la versione ufficiale dei fatti. Di certo non è un esercizio che può essere svolto senza un metodo coerente e chiaro in proprio possesso, poiché altrimenti si finirebbe per avanzare ipotesi personali sulle vicende e quindi non risultare scientificamente credibile. Quindi, con buona pace del bon-ton accademico, alla base di ciò che leggete su queste pagine, e in particolare in questo saggio, ciò che viene descritto ha un fondamento solido nella realtà. A volte basta un grafico, altre un link con riferimento ai media generalisti, i quali, sempre in sordina, sono costretti infine a riportare lo stato reale delle cose. Perché? Perché le leggi dell'economia possono essere temporaneamente aggirate, ma non violate. E questa scelta ha conseguenze.

Inondare il sistema finanziario con "denaro gratis" ripristina solo l'illusione della stabilità, perché bisogna ostacolare e manipolare un processo di pulizia che avrebbe creato nuove condizioni avverse a quelle che i pianificatori centrali desiderano. Gli ingranaggi all'interno dell'economia vengono deteriorati, ma all'esterno tutto sembra funzionare come prima. Una crisi che sarebbe stata superata con facilità in passato, innesca invece un crollo dell'intero sistema. Chiunque abbia basato la propria fiducia nel sistema sulla sua stabilità esterna è sbalordito dalla rapidità del crollo. Come potrebbe un sistema così vasto, apparentemente robusto, implodere in così poco tempo?

Gli ingranaggi del sistema finanziario funzionano male da 20 lunghi anni, ma a nessuno sembra importare. La qualità del rischio, del debito, dei mutuatari e delle scommesse speculative sono diminuite, ma la fiducia nel sistema bancario centrale, che la Federal Reserve ad esempio possa aggiustare qualsiasi cosa stampando all'infinito, è quasi religiosa: pochi dubitano del potere illimitato di stampa della FED per superare rapidamente qualsiasi crisi. Ma ecco come crollano i sistemi: la fiducia mal riposta all'esterno genera compiacenza e la fragilità degli ingranaggi interni passa inosservata.



GLI INGRANAGGI INTERNI

Ciò che il lockdown ha messo in evidenza è una verità che l'economista francese, Jean-Baptiste Say, definì "la legge dei mercati". Contrariamente alla mentalità keynesiana, secondo cui tutti i nostri problemi economici sono "fallimenti aggregati della domanda" e derivanti da una mancanza di soldi in tasca, il crollo della produzione, l'impennata della disoccupazione ed il calo della spesa al consumo sono dovuti al fatto che gli stati hanno chiuso il "lato dell'offerta". Come diceva Jean-Baptiste Say, c'è sempre del lavoro da fare proprio poiché ci sono sempre desideri umani che non sono ancora stati soddisfatti; e non appena uno di questi viene soddisfatto, la mente umana guarda avanti e immagina altre cose desiderabili.

Le persone possono soddisfare i loro desideri in due modi, spiega Say: possono lavorare e produrre direttamente i beni che desiderano (tuttavia pochi dei nostri desideri possono essere realizzati attraverso i nostri sforzi), oppure possono lavorare e produrre qualcosa che gli altri potrebbero considerare di acquistare in cambio di ciò che possono offrire (beni che desideriamo o che non abbiamo la capacità di produrre da noi, oppure che possiamo produrre ma solo a costi più elevati).

La mia capacità di produrre, offrire e vendere precede la mia capacità di richiedere, acquistare e consumare. Parlando dell'economia nel suo insieme, se l'offerta diminuisce o aumenta la domanda di denaro, i prezzi dei beni tenderanno ad aumentare. Non tutti i prezzi salirebbero contemporaneamente o in proporzione l'uno con l'altro, ma in base alla relativa scarsità di ciascuno dei beni sul mercato e ai particolari gradi di domanda relativa alla quantità di soldi nelle tasche delle persone.

Ciò a cui stiamo assistendo in questo momento è stato un declino nella capacità delle persone di domandare beni desiderati in parte a causa dei decreti statali, in particolare nei settori della vendita al dettaglio e dei servizi. Ciò ha portato ad un enorme aumento della disoccupazione in questi settori. Allo stesso tempo, l'arresto imposto della produzione, ad eccezione di ciò che gli stati hanno dichiarato "essenziale", ha provocato licenziamenti di massa in altri settori dell'economia. Le restrizioni sugli acquisti al dettaglio combinate con il massiccio calo dell'occupazione ha ridotto la domanda di denaro per molti beni e servizi e le risorse utilizzate nella produzione. Nel gergo macroeconomico, la velocità della circolazione del denaro è diminuita durante i primi tre mesi del 2020 rispetto al quarto trimestre del 2019.

Con la fine del lockdown e le misure di politica monetaria/fiscale per sostenere le imprese e le persone in sofferenza, è difficile non aspettarsi un'inflazione significativa dei prezzi tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021.

Inoltre l'illusione di aver bisogno di denaro per produrre nell'immediato i beni desiderati deriva dalla mancata comprensione del fatto che tutta la produzione richiede tempo e qualsiasi interruzione dei processi e delle fasi della produzione minaccia l'intera struttura degli investimenti e della produzione. La struttura temporale della produzione è una componente fondamentale nelle catene di approvvigionamento globali, la cui interdipendenza collega risorse, trasporti e marketing. Tutte le fasi della produzione attraverso le quali passano sequenzialmente le merci, secondo le rispettive modalità richieste, si basano su un intricato coordinamento complementare. La natura e la logica di queste relazioni può essere presentata, in modo semplificato ovviamente, come mostrato nella seguente tabella.


Il numero di fasi per portare un particolare prodotto sul mercato richiede 5 fasi di produzione interdipendenti, ciascuna delle quali richiede un mese per essere completata. Pertanto se questo bene fosse voluto dai consumatori entro il maggio 2020, la sua produzione dovrebbe iniziare all'inizio dell'anno, a gennaio. Se si desidera lo stesso bene e nella stessa quantità entro il giugno del 2020, il suo processo di produzione dovrebbe iniziare a febbraio, nello stesso momento in cui la quantità del bene desiderato a maggio sta attraversando la fase 2. A marzo del 2020 il bene desiderato a maggio deve passare alla fase 3 del suo processo di produzione, mentre il bene desiderato a giugno deve passare alla fase 2; e se questo bene è anche desiderato nella sua forma finita a luglio, deve iniziare la fase 1 della produzione a marzo.

Qualsiasi interruzione dei processi produttivi e degli impieghi in una o più di queste fasi produttive minaccia la capacità della produzione di continuare senza intoppi nel tempo, in modo che il bene finale sia disponibile per i consumatori che lo desiderano.

Ciò evidenzia un altro aspetto della Legge di Say: se non ci devono essere sovrabbondanze di alcuni beni e carenze di altri, ciascuno di questi mercati interdipendenti deve essere coordinato attraverso le interazioni competitive di domanda e offerta, in cui i prezzi fungono da segnali guida. Inutile sottolineare che questi ultimi incentivano le persone ad usare le risorse economiche, capitali e manodopera, in modo coerente man mano che i beni in lavorazione passano attraverso le varie fasi di produzione. Che rimangano scevri da interferenze centrali che li manipolano, è fondamentale. In sintesi, liberare tutti i mercati dai controlli restrittivi delle autorità è imperante se vogliamo ripristinare il processo produttivo in accordo con le forze genuine di mercato. Qualsiasi tentativo top-down di dirigere questo processo non farà altro che sprecare ricchezza reale e ritardare l'inevitabile correzione (ad un costo più alto però).



GLI INGRANAGGI ESTERNI

Il problema, però, è che le autorità, i pianificatori centrali, non intendono rinunciare ai loro privilegi quindi continuano a peggiorare le cose perseverando diabolicamente nella loro agenda interventista. Di conseguenza è fuori discussione una liberalizzazione del sistema produttivo, poiché questo farebbe collassare il sistema clientelista che finora ha tenuto in piedi la pianificazione centrale ed i relativi clientes. Ovviamente questo processo, non essendo in sintonia con le forze di mercato, non crea ricchezza ma ridistribuisce quella esistente. Problema: dalla sezione precedente abbiamo visto che la torta della ricchezza reale si è ulteriormente ridotta. Questo è un onere non indifferente sui contribuenti, i quali sin dalla crisi finanziaria precedente hanno raggiunto il proverbiale Picco del debito. Questo per dire che se negli anni precedenti al 2008 avevano ancora margine di saturazione nel rapporto ricchezza reale indebitamento, esso è stato raggiunto con lo scoppio della bolla immobiliare. Un esempio calzante è dato dal debito degli studenti: per cercare di stare al passo con le distorsioni economiche progressive, gli attori di mercato hanno rinunciato a produrre ricchezza reale e cercare di entrare nella lotteria ridistribuzionista.


Il problema di fondo è che mentre il debito è salito alle stelle, la produttività e il reddito sono rimasti stagnanti. La narrativa statistica è stata messa in gioco per nascondere l'erosione degli standard di vita, ma anche con la "bassa inflazione" fasulla delle statistiche ufficiali, i salari per la popolazione più ampia sono decenni che calano.


Anche le metriche sulla produttività reale sono state manipolate statisticamente, in modo da mascherare la brutta realtà che la stragrande maggioranza dell'economia è rimasta stagnante schiacciata dal peso dei pagamenti degli interessi sul debito, cattivi investimenti in scommesse speculative, tasse più elevate, burocrazia asfissiante, costi elevati imposti da monopoli e cartelli, ecc. I magri guadagni dalla produttività sono stati scremati da coloro in alto alla piramide ridistributiva del denaro fiat. Se la produttività ristagna ed i clientes prendono tutto, i salari della maggior parte della popolazione non possono aumentare. La ricchezza reale è creata solo da aumenti della produttività del lavoro e del capitale; tutto il resto è ricchezza fantasma.

L'unico modo in cui i redditi stagnanti possono sostenere più debito è se i tassi d'interesse scendono. E infatti le banche centrali hanno abbassato artificialmente i tassi d'interesse quasi a zero, ma quale è stato il risultato (con buona pace di chi esalta il sistema bancario centrale come baluardo della stabilità economica/finanziaria)? La più debole ripresa economica mai registrata finora.


La FED ha alimentato il più grande torrente di liquidità di sempre e si sta facendo strada in un'offerta implacabile tra obbligazioni statali, titoli coperti da ipoteca, obbligazioni societarie, obbligazioni municipali e presto possiamo scommettere anche azioni tout court. Per dare un'idea dell'implacabilità del suo programma bisogna rendersi conto che l'Eccles Building ha monetizzato tutta l'emissione obbligazionaria dello zio Sam del 2020. Dallo scorso marzo il bilancio della FED è esploso da $4.300 miliardi a quasi $7.200 miliardi. Stiamo parlando di $32 miliardi al giorno, compresi i fine settimana, la Pasqua ed i giorni delle rivolte. Peggio ancora, nella loro ultima riunione Powell & Co. hanno promesso di continuare a stampare $120 miliardi al mese per un periodo di tempo indefinito. Ciò dovrebbe portarci ad un bilancio totale di $10.000 miliardi in meno di due anni.

Ciò significa, ovviamente, che una determinazione onesta dei prezzi a Wall Street è un flebile ricordo del passato. Ora esiste un'economia pseudo-capitalista in cui i prezzi più importanti, quelli degli asset finanziari, sono manipolati, truccati e manipolati dagli agenti delle banche centrali dello stato. Il risultato, ovviamente, è speculazione fine a sé stessa e malinvestment su scala biblica. Per quanto riguarda la prima, ora stiamo assistendo allo spettacolo assurdo di una IBO (Initial Bankruptcy Offer) dell'ormai fallita Hertz. Le azioni di Hertz non valgono nulla: la società ha $20 miliardi di debiti e una flotta di veicoli enormemente sopravvalutata. Ciononostante le abbiamo viste salire di oltre 10 volte il prezzo post-Chapter 11.

Mai prima d'ora è stato tutto così folle, perché non stiamo parlando solo di una nazione che ha spinto sull'acceleratore per quanto riguarda la politica monetaria. Tutto il mondo è sullo stesso treno, come possiamo notare in Giappone e in Europa. Ma si può creare tutto il denaro fiat che si vuole, si può gonfiare il mercato obbligazionario/azionario quanto si vuole, quando però le fondamenta dell'economia sono marce, ciò si rifletterà inevitabilmente nel corso del tempo e nessuna statistica manipolata potrà cambiare questo fatto. Ed è esattamente qui che troviamo il cuore dei problemi economici al giorno d'oggi, dove siamo praticamente giunti al fatidico "lungo termine" sdoganato da Keynes. Un bacino di accademici formati secondo le sue tesi e una manica di trader pragmaticamente fissati con i profitti, hanno lasciato che si aprissero le porte del vangelo ridistribuzionista, ignorando una domanda cruciale: che te ne fai dei guadagni quando tutt'intorno s'è diffusa una religione della violenza laddove ciò che uno guadagna deve essere equamente ridistribuito? Non esiste rispetto dei diritti di proprietà nella società moderna, proprio perché c'è mancanza di una teoria economica/sociale sana e solida.

E questa verità è stata egregiamente sottolineata anche da Eric Peters, CIO di One River Asset Management:
[...] Ogni crisi è stata risolta con la magia monetaria, portando la domanda futura al presente. Ciò ha permesso ai politici di evitare di fare scelte difficili tra la spesa nel presente e gli investimenti nel futuro. Senza tali dibattiti abbiamo preso in prestito dai nostri giovani per spendere per i vecchi. Il debito studentesco è una delle tante manifestazioni a tal proposito. I prezzi degli asset assurdamente gonfiati sono un'altra.

Il predominio della politica monetaria portata alle sue conclusioni porta a un mondo in cui l'intera prosperità futura viene portata al presente. A quel punto, non importa quante bacchette magiche monetarie vengano agitate, l'economia reale non risponde, la politica monetaria diviene assolutamente impotente. Man mano che ci si avvicina a questo punto, la politica monetaria perde gradualmente efficacia. Quindi i politici sono costretti a ricominciare a governare, a fare delle scelte, anche difficili, ma a differenza dei banchieri centrali che sono tutti uguali, ogni politico è diverso, eterogeneo.

[...] Tentano di coordinarsi con i banchieri centrali, ma questo produce solo benefici illusori perché la politica monetaria una volta impotente rimane tale fino al riavvio del sistema. L'omogeneità delle policy dei banchieri centrali ha prodotto una certa prevedibilità nell'economia, ma quando il mondo cambia anche i trend cambiano, e quell'omogenea prevedibilità è finita.



UNO SGUARDO ALL'ITALIA

Quanto descritto finora è condensato nell'esempio empirico più vicino alla maggior parte dei lettori di questo blog: l'Italia. Una rapida panoramica al mondo imprenditoriale italiano ci dà l'idea di come, nonostante tutti gli interventi centrali finora messi in campo, la situazione è peggiorata nel tempo, contribuendo ad alimentare solamente stagnazione economica. Infatti circa il 38% delle imprese in Italia sta evidenziando problematiche a livello di operatività e sostenibilità, ed entro settembre potrebbero essere costrette a chiudere. Inutile dirlo, ma il settore più tartassato è quello ricreativo e dell'aggregazione sociale, in particolar modo la ristorazione. Insieme al turismo hanno rappresentato la rete di protezione che ha attutito in qualche modo la caduta libera dell'Italia sin dal 2010. L'industria del turismo rappresenta il 13% del PIL e dà lavoro a circa 4 milioni di persone, confermandosi un salvagente visto che solo l'anno scorso è cresciuta di circa il 3% mentre l'intero comparto industriale italiano s'è contratto di circa il 2,5%.

Quest'anno, però, sulla scia delle nuove normative contro un morbo che ormai è praticamente sparito e non s'è mai dimostrato così letale come invece raffigurato dai media generalisti, s'è imposto un onere gravoso su tale settore che è equivalso ad una condanna a morte. Gli stranieri, vedendo che gli stessi dirigenti del paese lo trattano come un lazzaretto, se ne stanno ben lontani; e con la domanda interna soffocata dalle difficoltà finanziarie generalizzate e per niente "stimolata" dalle mancette elargite dal governo, possiamo stare sicuri che il turismo non si riprenderà. Stendiamo un velo pietoso sul comparto manifatturiero.

Il quadro generale è letteralmente impietoso, senza contare le menzogne riguardanti cassa integrazione e aiuti alle imprese: per quanto riguarda la prima, parecchi lavoratori restano ancora esclusi da questo strumento e se non fosse stato per le imprese che l'hanno anticipata, facendo i salti mortali dal punto di vista commerciale e monetario, a nessuno sarebbe importato. Per quanto riguarda i secondi, sono state ancora evase solo la metà di tutte le richieste presentate dalle imprese italiane (ovviamente una richiesta accettata non significa un prestito subito concesso). Guardiamo in faccia alla realtà, il governo italiano ha indirettamente suggerito alle piccole/medie imprese italiane di rivolgersi alla mafia per sopravvivere.

E veniamo adesso al comparto finanziario e bancario. Ancor prima che iniziasse questa crisi, il sistema bancario italiano languiva in cattive acque e l'infinita burocrazia rende il prestito un compito quasi impossibile, a parte per le legioni di quelle aziende zombi che non ripagheranno mai i loro debiti e devono essere periodicamente ristrutturati. Nell'ultima crisi la percentuale di imprese zombi è più che raddoppiata e qualcosa di simile, ma su scala ancora maggiore, è probabile che accada entro la fine dell'anno. E questa è l'ultima cosa di cui l'economia e il sistema bancario italiani hanno bisogno, poiché nonostante lo sforzo di risanamento negli ultimi anni i crediti deteriorati (NPL) rappresentano ancora il 7% dei prestiti totali in Italia, uno dei rapporti più alti in Europa.

Grazie alla cartolarizzazione di massa dei crediti deteriorati italiani, gli investitori hanno guadagnato i loro rendimenti in base ai proventi della vendita delle garanzie sottostanti (inutile sottolineare grazie a chi che faceva da prestatore di ultima istanza e ci metteva la sua di autorità). Prendiamo in considerazione un paio di fatti adesso. Moody's ha rinviato l'esame del rating sull'Italia, la quale ha già 1 giudizio su 3 a livello spazzatura. Se Moody's si dovesse aggregare, 2 delle 3 principali agenzie di rating valuterebbero l'Italia spazzatura; e questo a sua volta vorrebbe dire che tutti i fondi istituzionali (fondi pensione, fondi assicurativi, fondi sovrani, ecc.) che investono in titoli a basso rischio dovrebbero venderli quanto più in fretta possibile. Non solo, UBI è stata declassata a spazzatura e ad un solo livello sopra sono state declassate anche Unicredit, Intesa e Mediolanum. E a chiudere il cerchio ci sono i €107 miliardi di capitali che negli ultimi mesi hanno lasciato l'Italia.

Ora, il processo di cartolarizzazione dipende da tre condizioni di base: la volontà degli investitori di investire in debito tossico, la capacità di vendere gli asset sottostanti, un ambiente economico pressoché stabile. Se gli asset sottostanti non vengono venduti, il reddito generato potrebbe non essere sufficiente per pagare gli investitori che hanno acquistato i crediti deteriorati cartolarizzati. In tal caso gli investitori nella tranche mezzanina e junior perderebbero i loro investimenti e il governo italiano, già in difficoltà finanziariamente e che garantisce le tranche senior affinché ciò renda attraenti le operazioni, dovrebbe pagare il conto. Il sistema bancario italiano sarà presto travolto da una nuova ondata di prestiti in sofferenza, mentre legioni di imprese e famiglie finiranno sotto stress finanziario/economico. Le percentuali di crediti deteriorati nel settore bancario italiano saliranno nuovamente a doppia cifra e il sistema bancario italiano non tornerà dov'era nel 2015 ma si troverà in una situazione decisamente peggiore.

Entro la fine di quest'anno il debito pubblico italiano sarà salito a circa il 150% del PIL, il risultato di tre processi: crescita della spesa pubblica, una crisi delle entrate fiscali e un forte calo del PIL. Se il governo italiano non è in grado di far fronte all'avvicinarsi dello tsunami di crediti in sofferenza, presto saranno necessari aiuti esterni. Gli altri membri dell'Eurozona sono sulla stessa barca, motivo per cui la BCE sta parlando della creazione di una bad bank per "immagazzinare" centinaia di miliardi di debiti deteriorati. Ottenere la benedizione di alcuni Paesi del Nord Europa, in particolare la Germania, sarà un compito arduo, soprattutto alla luce dell'attuale situazione tra la Corte costituzionale tedesca e la BCE. E questo, a sua volta, metterà forte pressione sui BTP dato il malessere economico italiano, l'enorme debito pubblico e la fragilità politica.

E chi è ad oggi il maggior compratore di BTP? La BCE insieme allo stuolo di  player che vi fanno front.-running. E che valore possono avere questi titoli quando la garanzia collaterale su cui si basano, l'economia di Main Street che ormai è sull'orlo del precipizio, continua a stagnare e consumare ricchezza reale? Le obbligazioni statali non sono solo in una bolla. Sono in una super bolla. Il suo scoppio si porterà dietro fondi pensione e compagnie assicurative (già gravemente sottofinanziati), nonché il mercato immobiliare, che è costruito su una montagna di debiti. Sarà davvero brutto. I tassi artificialmente bassi sono altamente distruttivi perché incoraggiano le persone a fare cose che normalmente non si sognerebbero di fare. Il risultato è allocazioni di capitale errate ed investimenti errati. Con tutto il debito del mondo, molte persone non saranno in grado di ripagarli e questo include anche gli stati.

Ad esempio, il governo argentino non può ripagare i suoi debiti, così come non può farlo quello italiano. Nemmeno il governo degli Stati Uniti, il quale è solo un ciclo o due dietro i suddetti.



CONCLUSIONE

Nel 1941 l'Argentina era ricca. La maggior parte del denaro veniva guadagnata dai proprietari terrieri che esportavano carne e cereali nel resto del mondo. Purtroppo la maggior parte dei voti erano concentrati a Buenos Aires, dove milioni di immigrati erano sensibili alle idee che Perón portò con sé dall'Italia. Molti elettori cedettero al "peronismo" e fino ad oggi gli argentini non hanno mai sviluppato un'immunità collettiva contro questo virus. La formula è abbastanza semplice: rubare ai produttori, dare ai clientes e farsi eleggere. I sindacati erano importanti a Buenos Aires e Perón divenne il loro campione. Come ministro del lavoro, risolse gli scioperi dando ai lavoratori un aumento di stipendio.

Eletto presidente nel 1946, continuò con le elargizioni a pioggia. I salari orari reali salirono del 27% nel 1947 e di un altro 24% nel 1948. Salari minimi, baby pensioni (si potevano incassare già a 50 anni), limiti ai licenziamenti, ecc. Non solo, il governo argentino prese il controllo delle esportazioni agricole e delle industrie chiave, come le ferrovie. I prezzi vennero controllati per rendere felici gli elettori. Ma gli investimenti si prosciugarono: le ferrovie, ad esempio (costruite da società inglesi), mancavano di manutenzione, perdevano denaro e venivano per lo più abbandonate.

Quanto più lo stato interferiva nell'economia, tanto peggio andava; e minori erano le entrate fiscali. Come fece Perón a pagare tutte quelle elargizioni che nel breve termine sembrarono fantastiche? Stampando denaro, ovviamente! Promesse, deficit, prestiti e denaro fiat a profusione. E come ha funzionato per le masse sudanti? Nel 1920 l'Argentina era il settimo paese più ricco del mondo, con redditi più alti di quelli di Francia, Italia o Spagna. Cento anni dopo è al 38° posto in termini di reddito mediano, appena sotto la Bielorussia, e con un'inflazione dei prezzi al 50%.

Questo è il passato dell'Argentina e il futuro della società occidentale. Senza una teoria sana e solida ve ne fate ben poco di pragmatismo, guadagni e rendimenti stellari, visto che l'economia tutt'intorno marcisce e viene coltivato risentimento sociale nei confronti di chi ha successo.


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