venerdì 5 maggio 2023

Il danno socioeconomico dell'interventismo è ormai evidente

 

 

di Francesco Simoncelli

Se dovessi scegliere un libro dalla bibliografia di Mises e consigliarne la lettura, per la sua lungimiranza e "preveggenza", la scelta cadrebbe su Bureaucracy. Per quanto ci sia Planned Chaos che in qualche modo ha descritto con sommi dettagli e particolari il meccanismo alla base della collisione dell'economia mista in quella socialista, tale processo teorico non ha la stessa portata impattante rispetto al manuale in cui si analizza la malattia nella sua parte pratica. La maggior parte delle persone è giocoforza costretta a interfacciarsi con la pletora crescente di burocrati che oggi infestano quasi ogni ambito della vita sociale. Che siano lavoratori attivi all'interno di questo girone infernale oppure attori passivi che beneficiano delle rimesse del welfare state, essi rappresentano un avallo di quella che potremmo definire Legge di Parkinson applicata alla burocrazia: quest'ultima si espande all'aumentare del tempo che c'è bisogno per conformarsi a essa. Scartoffie, pratiche, norme, regole, abilitazioni sono tutte analogie per rappresentare un furto del tempo e, di conseguenza, di risorse. La linfa vitale della pianificazione centrale è rappresentata esattamente da questa crescita ipertrofica, la quale, però, sterilizza progressivamente tutti i tentativi dell'economia di mercato di riportare equilibrio nell'allocazione e segnalazione corretta dei fenomeni di mercato. La burocrazia preme violentemente sul bacino della ricchezza reale, andandolo a svuotare al crescere della sua ingerenza.

Il problema, per dirla in breve, è che non ci si può più permettere illusioni. Con l'aumento dei prezzi non ci si può permettere di "stampare" denaro per pagarli. C'è stato un tempo in cui suddetto bacino era vigoroso e prospero, ma i pianificatori centrali, giustificati dalla dottrina keynesiana che ha permesso loro di abusare dell'interventismo centrale nell'economia, l'hanno prosciugato fino all'osso. Promesse elettorali, spese faraoniche e posti di lavoro insostenibili sono solo tre dei principali aspetti che hanno parassitato e rischiano di farlo diventare negativo (se non c'è già diventato). Il mondo alla rovescia costituito da politiche fiscali e monetarie deliranti hanno venduto una comoda illusione agli elettori/contribuenti, solleticando la loro indole socialista: è possibile vivere al massimo col minimo sforzo grazie ai pasti gratis. In realtà questo dispositivo retorico aiuta solamente chi sta a monte dell'Effetto Cantillon, sottraendo risorse e tempo, invece, da chi sta a valle. Certo, alcuni di coloro che stanno a valle guadagnano qualcosa, ma sono solo briciole per far andare avanti il processo e alimentare l'illusione che esso sia sostenibile. Migliaia di miliardi in "stimoli" hanno rallentato la crescita del PIL, tagliato i salari reali, caricato i Paesi con migliaia di miliardi in debiti, premiato i clientes con prezzi degli asset più elevati, reso i poveri dipendenti dall'elemosina statale e portato l'inflazione dei prezzi al consumo a tutti.


“QUANDO QUALCOSA NON PUÒ PIÙ ANDARE AVANTI, SI FERMA”

La recente dichiarazione da parte del governatore della Banca d'Inghilterra vi dice tutto quello che dovete sapere quando l'economia mista finisce inevitabilmente per pendere prepotentemente sullo spettro socialista. Inutile dire che la causa di questo deragliamento è stata l'introduzione del denaro scoperto sulla scia della fine di Bretton Woods, più in particolare la fine del gold coin standard con la prima guerra mondiale. Da lì in poi è stata una classica discesa all'inferno monetario e sociale, dove la corruzione del denaro ha diffuso in tutto l'ambiente economico un decadentismo artificiale e forzato solo per mantenere in piedi una struttura organizzativa la cui sopravvivenza s'è sempre basata sul saccheggio. Ecco perché adesso si parla tanto di ripristinare una sorta di ordine in mezzo al caos, ma quest'ultimo non è stata altro che la risultante di un processo di pianificazione centrale il cui successo, per quanto fosse proferito a parole, ha sempre mancato di realizzarsi. L'intezione adesso di coloro che hanno propagandato questo status quo è quello di riciclare l'attuale sistema in uno "nuovo", ma che continui ad avere le caratteristiche di quello precedente. Il problema con questo approccio è che decenni di inflazionismo e distorsione dei segnali economici hanno frantumato i mercati dei capitali e la loro struttura, di conseguenza qualsiasi "grande piano" di ripristino del sistema attuale finirà in un fallimento. Perché? Perché essendo rotti i mercati dei capitali non c'è alcun spazio di manovra affinché un sistema basato sul saccheggio possa continuare ad andare avanti. Cosa si saccheggia se non viene creata nuova ricchezza reale?

Si finisce per avere una società che si autofagocita e l'unica cosa che la tiene insieme è un maggiore comando/controllo fino alla deflagrazione ultima. Ciò che ha ritardato questo esito è stato un arbitraggio una tantum sulle catene di approvvigionamento mondiali ampliate dalla tecnologia moderna. Non è stata solo una meraviglia del capitalismo, ma anche le folli politiche monetarie delle banche centrali, prima con Greenspan e poi con Bernanke. Quando Deng dichiarò che essere ricchi era bello e aprì le grandi fabbriche dell'export cinese, questo singolo evento ebbe un effetto disinflattivo sul costo e sul livello dei prezzi statunitensi (gonfiati dalla Grande Inflazione degli anni '70). Se Alan Greenspan avesse permesso alla struttura dei costi della nazione di sgonfiarsi per mantenere competitiva la produzione interna, sarebbe stato buttato fuori a calci da Washington; sarebbe stato diffamato dai politici perché la cura attraverso un rialzo dei tassi e la contrazione del credito avrebbe reso quasi impossibile finanziare i giganteschi deficit federali dell'era Reagan.

Così Greenspan finse di essere il paladino del libero mercato prendendosi il (falso) merito per quella che si compiacque di definire “disinflazione”. Quest'ultima equivaleva a deprezzare deliberatamente il potere d'acquisto dei risparmiatori e dei salariati, ad alimentare un'inesorabile riduzione della produzione interna e all'importazione di beni prodotti all'estero attraverso la manodopera a basso costo che veniva requisita dalle risaie della Cina. Inutile dire che in un'economia globalizzata il denaro fiat è un abile mezzo con cui imbrogliare chi sta a valle del cosiddetto Effetto Cantillon.

Ha anche permesso alla FED di affermare di aver sconfitto l'inflazione e che la sua nuova sfida fosse la "lowflation", o inflazione dei prezzi troppo bassa. Qui è stato quando i banchieri centrali keynesiani hanno completamente perso la testa. Il problema con la "bassa inflazione" è che si trattava di un'aberrazione una tantum, non di una condizione permanente o sostenibile: l'inversione dell'effetto della globalizzazione e l'esaurimento della Cina come contenitore di manodopera a basso costo e prodotti a basso costo sono la prova. Non sorprende quindi che l'inflazione dei prezzi che è stata alimentata dal sistema bancario centrale si stia ora dimostrando molto più ostinata di quanto avessero previsto i pianificaotri monetari centrali e molto più feroce di quanto avessero mai immaginato i politici.


LA RADICE DI TUTTI I MALI ECONOMICI MODERNI: L'INTERVENTISMO

Uno degli argomenti più forti contro l'intervento centrale nell'economia arriva dalla Scuola Austriaca e da Friedrich Hayek in particolare. La chiave che guida la loro teoria è che le risorse economiche, che siano capitale o lavoro, non sono intercambiabili. Ovvero i beni capitali e gli esseri umani possono contribuire solo in un numero finito di modi al processo produttivo di creazione del valore. La struttura produttiva dell’economia è come un puzzle dove le tessere che rappresentano capitale e lavoro devono essere combaciare secondo combinazioni particolari. Solo pezzi specifici possono essere collegati ad altri. Tuttavia, a differenza dei puzzle reali, non possediamo un’immagine completa di ciò che stiamo andando a comporre. Invece utilizziamo il feedback prodotto dai prezzi e dal meccanismo profitti/perdite per sapere se i pezzi combaciavano bene assieme oppure no. Se questi segnali funzionano bene, allora riusciremo a creare buone combinazioni di pezzi. Un’altra cosa interessante che distingue il processo produttivo dai puzzle è che potremmo non aver bisogno di tutte le tessere assieme per creare un’immagine che abbia senso e sia desiderabile.

I tassi d'interesse artificialmente bassi imposti dalla banca centrale e dagli interventi statali indeboliscono i segnali che prezzi e profitti forniscono in merito alla bontà delle combinazioni dei pezzi. Il risultato è un puzzle che usa quasi tutte le tessere a disposizione, ma dove queste ultime sono tenute assieme in modo forzato e in un modo che non produce nessuna immagine che abbia senso. In altre parole, la struttura produttiva dell’economia non è più sostenibile, come accaduto nel 2008. La recessione consiste nello smantellare il puzzle e la ripresa è invece il tentativo di ricostruirlo, ma stavolta in maniera tale che i pezzi si combinino bene assieme. La nostra situazione attuale, ovvero un modo dominato da alta disoccupazione e basso investimento, è l’equivalente di un puzzle dove tanti pezzi sono in attesa di essere combinati assieme.

Chi chiede a gran voce uno stimolo pubblico argomenta che ciò di cui abbiamo bisogno è la spesa, la tanto buona e vecchia spesa, per far ripartire l’economia. Ma questo ragionamento presume che non sia importante dove capitale e lavoro inoperosi siano messi all’opera e in quali attività. Per necessità devono far finta che le risorse non siano specifiche e lo scopo di un puzzle non è usare tutte le tessere ma ordinarle in modo da formare un’immagine comprensibile. Il presupposto di chi richiede più stimolo pubblico è che ci sono dei progetti che non aspettano altro di essere portati a compimento, se solo ci si vuole spendere denaro. Comprare, assumere e produrre per il solo scopo di “fare qualcosa” andrà a creare una struttura produttiva che si dimostrerà presto insostenibile. Alcuni progetti potrebbero essere anche già pronti a partire immediatamente, ma moltissimi altri richiederanno ingegneri e altri che li pianifichino. Se la maggioranza dei disoccupati è nel settore delle costruzioni e della finanza, i progetti non saranno in grado di trovare gli ingegneri di cui hanno bisogno al salario che si possono permettere e quindi la disoccupazione non calerà.

Politici e burocrati non hanno la conoscenza per sapere quali pezzi si combinano bene tra loro, anche perché non possono sapere la natura delle risorse non utilizzate e dei desideri dei consumatori. Non sanno ciò che è necessario per creare una ripresa sostenibile. Una delle più importanti deduzioni di Hayek e degli Austriaci è che prezzi, profitti e perdite servono come surrogato di questa conoscenza per coordinare in modo decentrato la decisioni di produttori e consumatori, le quali spesso sono basate su altra conoscenza che non possono comunicare in altro modo. 

Politici che strutturalmente non sono in grado di sapere come allocare in modo efficiente le risorse economiche, finiscono inevitabilmente per distribuirle a quelle persone e gruppi che daranno loro il supporto elettorale maggiore. La cautela degli Austriaci sui limiti della conoscenza dei politici suggerisce che non importa quale sia la teoria, la politicizzazione dello stimolo fiscale non è un caso e non potrà essere evitata. E finanziamenti diretti a gruppi sulla base del loro potere elettorale assicureranno che non si raggiungerà la giusta combinazione di capitale e lavoro.

Che si può fare quindi? La risposta è contenuta all’interno della critica stessa: liberare la concorrenza, i prezzi, i profitti e le perdite in modo che gli imprenditori e non solo loro possano portare a termine il processo di smantellamento degli errori del boom e capire come riallocare le risorse in modo che siano utilizzate nel modo migliore. Questo processo richiede tempo, ma se i politici smettono di metterci le mani e lasciano che i processi di mercato facciano il loro lavoro, in modo particolare smettendo di salvare le aziende in bancarotta e lasciando che queste vendano i loro asset a chi li potrà mettere all’opera in modo più efficiente, la ripresa arriverà molto velocemente.

Prima dell’avvento del keynesismo, quasi tutte le recessioni duravano poco dal momento che i produttori era lasciati liberi di ricombinare le tessere del puzzle in combinazioni migliori. È proprio la mancanza di fiducia nel mercato, assieme alla mal riposta fiducia nel processo politico, prodotti dalla dottrina keynesiana ad averci portato a pensare che uno stimolo fiscale/monetario sia necessario ed efficiente per farci uscire dalla crisi. Hayek e gli Austriaci, invece, ci hanno dato buone ragioni per pensarla diversamente.


LA GIUSTIFICAZIONE  DELLA RADICE DI TUTTI I MALI ECONOMICI MODERNI: IL KEYNESISMO

Ho dedicato un intero capitolo nel mio libro, La fine delle fallacie economiche, per confutare la dottrina keynesiana ed evidenziare il male economico che ha praticamente abilitato nel mondo. Oggi mi vorrei concentrare su un punto specifico di quella dottrina: la giustificazione dell'interventismo centrale nell'economia.

Innanzitutto, chi era Keynes e perché era considerato una mente brillante? Quest’uomo merita veramente le lodi che riceve dall’establishment intellettuale strettamente allineato al governo? Per rispondere a queste domande, è necessario osservare i primi anni del XX secolo del famoso economista. Innanzitutto Keynes non nacque in una famiglia con pochi mezzi: venne incredibilmente privilegiato durante la crescita da suo padre, John Neville Keynes, il quale fu una figura importante all’interno della Cambridge University. Con l’aiuto di suo padre e del buon amico di suo padre ed economista Alfred Marshall, il giovane Keynes venne introdotto alla vita aristocratica della classe intellettuale della Gran Bretagna e aderì agli Apostles come studente dell’Università di Cambridge. Gli Apostles erano una società segreta riservata a coloro connessi con o nella classe dirigente del paese. L’appartenenza di Keynes avrebbe finito per plasmare la sua visione dell’umanità in generale: ciò lo avrebbe portato all’adozione di una tendenza egocentrica ed elitaria per gran parte della sua carriera.

Quindi tutto cominciò a Cambridge con gli Apostles. Lui e gli altri membri avrebbero spesso fatto riferimento a quelli che non erano all’interno della cricca altamente segreta come “fenomeni” e non “reali”. Come studente universitario, Keynes scrisse in una lettera al suo amico Giles Lytton Strachey:

E’ monomania — questa colossale superiorità morale che percepiamo? Ho la sensazione che la maggior parte del resto [del mondo esterno agli Apostles] non abbia mai visto niente — sono  troppo stupidi o troppo malvagi.

Il senso di superiorità di Keynes era anche accompagnato dal disprezzo degli Apostles verso concetti e valori morali in possesso della classe media, come la parsimonia. Dopo la laurea avrebbe contribuito a formare il Bloomsbury Group, che divenne una forza intellettuale nel XX secolo in Inghilterra. Il Bloomsbury Group, come gli Apostles, abbracciava i punti di vista d’avanguardia verso l’estetica e la morale e detestava i valori tradizionali. Gran parte dell’odio di Keynes verso le visioni del bene e del male fu il frutto dell’influenza di un professore di filosofia al Trinity College, di nome G.E. Moore. Per Maynard, il capolavoro di Moore, Principia Ethica, era “eccitante, esilarante, l’inizio di un nuovo rinascimento, l’apertura di un nuovo paradiso in Terra”. Nel suo libro di memorie, My Early Beliefs, Keynes insisteva sul fatto che l’etica personale di Moore “rese la morale inutile. [...] Abbiamo completamente ripudiato la responsabilità personale dell’obbedienza a regole generali”. Verso la fine dello scritto, garantisce ai suoi lettori che “rimango e sempre rimarrò un immoralista”.

La razionalizzazione di Keynes dell’intervento statale e l’ego gonfiato lo portarono a essere uno degli economisti più ricercati durante i primi anni della Grande Depressione. Per il politico che si immagina come un modellatore della società perfetta, le teorie presentate da Keynes, che divorziavano da ogni parvenza di realtà, erano una manna dal cielo: la General Theory avrebbe continuato a fornire la copertura intellettuale necessaria alla classe politica, per convincere l’uomo della strada che solo lo stato avrebbe potuto consegnare la terra dell’abbondanza. La più controversa delle teorie di Keynes era quella secondo cui gli investimenti devono essere socializzati per praticare, in un certo senso, l’”eutanasia” del redditiero, che non possedeva redditi giustificabili. Arrivò persino a scrivere “L’interesse, oggi, non premia alcun sacrificio vero e proprio. [...] Non ci sono ragioni intrinseche per la scarsità del capitale”. La soluzione definitiva sarebbe stata quindi quella di progettare “un aumento del volume del capitale fino finché cessi di essere scarso”. Fare ciò significava ridurre il tasso d'interesse per i mutuatari, ampliando l’offerta di denaro. Per la gioia dei funzionari pubblici, a ciò avrebbe fatto seguito, in tandem, un aumento della spesa pubblica.

Naturalmente questa strategia avrebbe successo se non fosse per un dettaglio fondamentale: il capitale non è costituito da pezzi di valuta fiat; il capitale è formato da risparmi reali rappresentati da cose come le macchine industriali, le catene di montaggio, l’attrezzature delle fabbriche, i cavi ottici e le materie prime. In altre parole, non è vero che il capitale non può essere reso scarso poiché può essere stampato a comando. Tuttavia questa verità non riesce a far smettere le promesse politiche di pasti gratis a vita agli elettori suscettibili. Ed è per questo che la General Theory non era solo un libro sulla teoria economica; era una guida sul come vincere le elezioni. Ci sarebbe da meravigliarsi allora perché così tanti apologeti dello stato sostengono che esso contenga una saggezza senza limiti?

Infatti quale politico non adora sentire che la prosperità si trova a poche leggi di distanza? Il mondo degli aggregati omogenei che Keynes presentò all’establishment alimentò il desiderio lussurioso di controllo della società. In un mondo di fredde statistiche, le persone non sono altro che pedine su una scacchiera da spostare avanti e indietro. Le obiezioni non contano nulla; il percorso verso la virtù è visto solo da quei pianificatori centrali che, come Keynes, si considerano “eletti”, non vincolati dagli istinti primordiali della gente comune. In breve, John Maynard Keynes non si è limitato a fornire una mappa per un’economia gestita a livello centrale, lo ha fatto avvolgendo la sua disonestà intellettuale in un gergo incomprensibile ma carismatico. Come Murray Rothbard ha sottolineato nella sua breve biografia “Keynes, The Man”:

Egli mostrava piacere per la menzogna politica: stilava abitualmente statistiche in base alle sue proposte politiche e si sarebbe esaltato per un’inflazione monetaria mondiale con un’iperbole esagerata pur sostenendo che “le parole dovrebbero essere un po’ selvagge – l’assalto dei pensieri sull’impensato”. Ma, rivelando la sua vera natura, una volta raggiunto il potere, Keynes ammise che tale iperbole doveva essere lasciata cadere: ‘Quando vengono raggiunti i posti del potere e dell’autorità, non ci dovrebbe più essere la licenza poetica’.

L’ego di Keynes era così grande che quando veniva pressato dall’amico ed economista Austriaco, Friedrich Hayek, sul tipo di totalitarismo che le sue teorie stavano ispirando, gli assicurò che poteva far oscillare facilmente l’opinione pubblica, con un semplice gesto della sua mano. La domanda interessante non dovrebbe essere “cosa farebbe Keynes?” ma piuttosto “perché dare retta a qualcuno così pomposo e nichilista in primo luogo?”. Proprio come Keynes non vide arrivare la Grande Depressione, i keynesiani moderni non hanno visto la bolla immobiliare e il crollo finanziario. Dal suo disprezzo per i principi morali al suo entusiastico sostegno per l’eugenetica, Keynes vedeva il mondo come qualcosa di separato dalla bolla dei suoi compagni elitari. Era un ciarlatano che convinse una generazione di economisti che il bacino dei risparmi reali per ogni dato paese poteva essere reso infinito, se solo lo stato avesse pienamente abbracciato la stampante come un dittatore abbraccia il gulag.

Per Keynes e i suoi seguaci il capitalismo è intrinsecamente ignorante, perché è basato sul consumatore; il che significa che l’uomo comune determina ciò che viene prodotto e in quale quantità. Per qualcuno che si è raffigurato al di sopra della massa degli stolti, la crescita dell’economia di mercato deve aver occupato parecchio i suoi pensieri. Forse la migliore sintesi di Keynes arriva da Rothbard, che una volta osservò:

Per Robbins (Lionel) è una figura simile a Dio con una luce dorata [...] intorno ad un alone. Ho avuto una valutazione leggermente diversa. Riassumiamo Keynes: arrogante; sadico; avido di potere; bugiardo intenzionale e sistemico; intellettualmente irresponsabile; nemico della logica; amante dell’edonismo di breve termine e avversario nichilista della morale borghese [...];  nutriva un profondo odio della parsimonia e del risparmio; un tizio che voleva liquidare e sterminare la classe creditrice; un imperialista, antisemita e un fascista.

Al di là di ciò credo fosse un bravo ragazzo!


CONCLUSIONE

Secondo John (Pascià) Glubb ogni impero ha un'aspettativa di vita di circa 250 anni e nel mentre affronta sette stadi:

  1. l'era della nascita (pionieri);
  2.  l'era delle conquiste;
  3. l'era del commercio;
  4. l'era della ricchezza;
  5. l'era dell'intelletto;
  6. l'era della decadenza;
  7. l'era del declino.

L'introduzione del dollaro fasullo nel 1971 ha rappresentato l'inizio del passaggio dalla fase 5 a quella 6 per l'America. I grandi imperi devono declinare in qualche modo e tipicamente ciò accade con una combinazione tra frode (inflazione) e violenza (guerra). Per quanto riguarda la guerra i pianificatori centrali stanno facendo del loro meglio per far durare il più a lungo possibile la guerra in Ucraina e per preparare gli americani alla guerra con la Cina. Nel frattempo, sul fronte inflazione, la FED si trova in una rara fase di ritorno alla "normalità". Se si lascia che questa correzione continui, possiamo aspettarci che i prezzi degli asset scendano ulteriormente e che i tassi d'interesse salgano. Dopo 4 decenni di boom servono almeno un paio di decenni di bust. E sarebbe una buona notizia per la classe media, perché impedirebbe all'inflazione di continuare a rubare la sua ricchezza.

Dal punto di vista teorico ciò che sta facendo la FED è quello che gli Austriaci dicevano per anni: lasciar salire i tassi fino al punto in cui essi puliscano i mercati. Dal punto di vista pratico, in realtà, la storia va più in profondità, con una guerra finanziaria che è entrata nel vivo sin dalla crisi dei pronti contro termine del 2019. Per quanto possa sembrare paradossale, la FED fa parte di una fazione di attori che stanno attivamente contrastando il futuro distopico così immaginato da gente come la cricca di Davos e che ha il pieno controllo dell'Europa. Il prosciugamento del mercato degli eurodollari è l'arma nucleare più potente in mano a Powell e la sta usando, con tutte le conseguenze del caso, sia per gli europei sia per gli americani. Questi ultimi sono la garanzia collaterale dietro le strategie della FED, così come gli europei sono la garanzia collaterale dietro le strategie della cricca di Davos. Questo per dire che, per quanto Powell e chi lo sostiene possa evitare un futuro peggiore nel caso in cui dovesse realizzarsi il Grande Reset immaginato da Schwab & Co, la FED resta sempre un'agenzia governativa antitetica a un mercato sano e onesto.

Anche perché non è la "gente comune" a controllare la FED, bensì uno stuolo di pianificatori centrali con una loro agenda. E mentre l'economia degli ultimi 4 decenni non è stata molto piacevole per la classe media, è stata una manna per pianificatori centrali e i loro clientes. E più la FED aiuta i mercati a "correggere" gli eccessi del passato, più i cientes vorranno un'inversione di marcia.

In genere un impero contribuisce alla propria distruzione con spese eccessive, complicazioni burocratiche, corruzione, ecc. Indebolisce la sua economia mentre emergono altri Paesi. Dal 1945, ad esempio, gli Stati Uniti hanno speso migliaia di miliardi di dollari nel settore della "difesa", ma la loro sicurezza non è mai stata in pericolo. Invece si è cimentata in "guerre di sua scelta", pratica standard per gli imperi che stanno raggiungendo il proprio picco. L'idea è spendere soldi, non vincere guerre. I carri armati Abrams, per esempio, sono veicoli enormi e sofisticati. Sono stati costruiti per proteggere i profitti della Chrysler Defense, non per difendere gli Stati Uniti. Avrebbero senso come arma difensiva solo se credessimo che un esercito straniero possa attaccarci a terra, come nel caso di orde cinesi che irrompono sul suolo americano, o le guardie iraniane che attraversano improvvisamente il Rio Grande e avanzano su New York. Nessuna di queste cose è plausibile. Invece quei carri armati vengono inviati lontano, in un pantano estero dopo l'altro. Lì serve bene il suo vero scopo. Inevitabilmente si rompe e necessita di un'attenta manutenzione e di riparazioni, le quali comportano enormi spese aggiuntive.

Il denaro è spesso un ostacolo in guerra, non un aiuto. È la vera arma che si ritorce contro chi non ne capisce la natura, alimentando una burocrazia con troppi consulenti strapagati e troppi vertici. Urge una inevitabile correzione. Da parte di chi? In passato, governatori come William McChesney Martin o Paul Volcker "sapevano" quando tirare i remi in barca e lasciare che i mercati ripulissero gli errori del passato. Altri governatori, invece, non sapevano tracciare questa linea nella sabbia, come Arthur Burns o George William Miller (figuriamoci poi Bernanke e la Yellen). Oggi frenare l'inflazione significa un tasso di riferimento della FED almeno un paio di centinaia di punti base al di sopra dell'indice dei prezzi al consumo. I tassi artificialmente bassi del passato hanno portato $91.000 miliardi tra debito pubblico e privato, $50.000 miliardi di valutazioni patrimoniali "in eccesso" e un mutuo medio di $300.000. Un tasso di riferimento ragionevole oggi dovrebbe essere di circa il 7%, circa 20 volte superiore a quello di 3 anni fa. Già la nuova rata mensile media del mutuo è di $2.500, se l'intero Everest del debito fosse rifinanziato al 7%, ciò significherebbe costi annuali per il servizio del debito di oltre $6.000 miliardi, ovvero un quarto del PIL. Inutile dire che ciò porterà con sé una valanga di insolvenze, fallimenti e crolli dei prezzi degli asset.

E per quanto possa aver colto di sorpresa alcuni l'affermazione di Powell in questo "scherzo" (sì, certo, come i leak "casuali" in altri settori industriali), ovvero che l'economia statunitense debba aspettarsi una recessione quest'anno, il FOMC aveva già espresso una posizione simile nella riunione di marzo. Chi ancora crede al ritorno di una politica monetaria coordinata tra le banche centrali, non ha idea di cosa stia facendo Powell e una parte degli USA. È fondamentale capire che la Federal Reserve non ha mai usato la parola "recessione" nei suoi comunicati stampa. Anche prima della crisi finanziaria del 2008 e di quella del 2000, la FED discuteva regolarmente di un "atterraggio morbido" o di un'economia "goldilock". Insomma, aveva un atteggiamento cauto. Se in precedenza tale atteggiamento di cautela è stato araldo di profonde recessioni, adesso che invece si dice, "Preparatevi, sta arrivando una recessione", quanto sarà grave la prossima?


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giovedì 4 maggio 2023

Bitcoin, il biglietto vincente della lotteria per la Bulgaria

 

 

da Bitcoin Magazine

La Bulgaria, un piccolo Paese situato nel sud-est dell'Europa, incastonato tra la Romania e la Grecia, è destinato a diventare uno dei Paesi più ricchi al mondo.

La ragione è presto spiegata: il suo possesso di 213.000 bitcoin sequestrati nel 2017 dalle autorità bulgare a una banda di presunti criminali. Secondo il South East European Law Enforcement Center (SELC), suddetta banda aveva violato i computer dell'agenzia doganale bulgara e aveva apportato modifiche a il sistema in modo che le loro aziende partner potessero importare merci evitando di pagare le tasse.

Immediatamente dopo il giro di vite, i bitcoin sequestrati valevano circa $500.000; ora invece valgono $6 miliardi. Mentre i dettagli sul sequestro di BTC non sono chiari, e non è del tutto chiaro se il Paese detiene ancora quei bitcoin o cosa intende farci, vale la pena esplorare il potenziale di una nazione come la Bulgaria che detiene così tanti BTC.

Poiché il valore del bitcoin è, secondo molti, destinato a salire ancora di più nei prossimi anni, la Bulgaria potrebbe diventare molto ricca.


UNA MANNA LETTERALMENTE DAL CIELO PER LA BULGARIA

Mentre il prezzo futuro di Bitcoin è impossibile da prevedere, ci sono alcuni esperti che spiegano perché sono fiduciosi che le disponibilità della Bulgaria cresceranno esponenzialmente di valore.

Jesse Meyers, il COO di Onramp Bitcoin e che detiene un MBA presso la Stanford University, ha previsto che il prezzo di Bitcoin raggiungerà i $10 milioni nei prossimi decenni. Il CEO di Ark Invest Cathie Wood ha previsto che Bitcoin raggiungerà $1 milione entro il 2030. Arthur Hayes, co-fondatore di BitMex, ritiene che Bitcoin potrebbe raggiungere il milione di dollari entro il 2026.

Più di recente l'ex CTO di Coinbase, Balji Srinivasan, ha previsto che Bitcoin avrebbe raggiunto $1 milione entro il 15 giugno 2023, scommettendo addirittura $2 milioni a tal proposito.

Sebbene la maggior parte delle persone non creda che il prezzo di Bitcoin possa raggiungere $1 milione per allora, tutto è possibile. Ad esempio, se ci fosse una crisi bancaria prolungata e un'iperinflazione del dollaro, come previsto da Srinivasan, chissà quanto prezioso potrebbe diventare lo stack di bitcoin della Bulgaria...

Ad esempio, poco dopo la scommessa di Srinivasan (sebbene non ci fosse correlazione) diverse nazioni, tra cui Cina, Russia, Arabia Saudita e Kenya, hanno iniziato ad abbandonare l'uso del dollaro nelle loro operazioni, con il presidente keniota che avvertiva i propri cittadini di sbarazzarsi delle loro riserve in dollari.

Il governo degli Stati Uniti ha in atto misure per prevenire ulteriori corse agli sportelli, come il programma di finanziamento a termine da $25 miliardi della Federal Reserve (BTFP) e l'apertura della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) a coprire tutti i depositi.

Penso che se la FDIC decidesse di assicurare tutti i depositi, ciò sarebbe sufficiente a scoraggiare vere e proprie corse agli sportelli, ma è chiaro che il dollaro non è così forte come una volta. E questo apre le porte all'ascesa di un'unità monetaria mondiale decentralizzata come Bitcoin.

Di conseguenza se la Bulgaria trattenesse la sua scorta di BTC, potrebbe accumulare più valore rispetto alle partecipazioni di altri Paesi in tutto il mondo e diventare uno dei più ricchi del mondo.


COSA FARÀ LA BULGARIA CON I SUOI BITCOIN?

La Bulgaria potrebbe utilizzare i futuri guadagni su Bitcoin per investire nella sua economia, ma dovrà prima saldare i debiti nazionali. A partire dal 2022, il debito pubblico della Bulgaria ha raggiunto i $20 miliardi.

Entro il 2030, se il prezzo di Bitcoin raggiungesse $1 milione e la Bulgaria detenesse ancora la sua scorta sequestrata di 213.000 BTC, le sue partecipazioni potrebbero valere $213 miliardi.

Dopo aver estinto il proprio debito, la Bulgaria potrebbe utilizzare i fondi generati dalla vendita dei 231.000 BTC per investire in vari settori, come quello tecnologico o immobiliare. Inoltre il governo bulgaro potrebbe utilizzare i fondi generati dalla vendita dei suoi bitcoin per migliorare le infrastrutture, l'istruzione e l'assistenza sanitaria del Paese. Investendo in questi settori essenziali, la Bulgaria potrebbe attrarre investimenti esteri e questo darebbe ulteriore impulso all'economia del Paese.

La Bulgaria ha una significativa opportunità per diventare uno dei Paesi più ricchi del mondo se HODLasse i bitcoin in suo possesso e ne vendesse alcuni al momento giusto. In realtà sarebbe saggio se il Paese mantenesse una parte significativa di bitcoin in riserva per sempre, poiché le valute fiat, come il dollaro, continuano a veder evaporare il proprio potere d'acquisto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 3 maggio 2023

La Grande Inversione e il semi “pivot” di Powell

 

 

di Alasdair Macleod

Siamo tutti ormai consapevoli di quanto sia estremamente fragile il sistema bancario mondiale. A guidare le bancarotte delle banche c'è la contrazione del credito, fattore che a sua volta fa salire i tassi d'interesse. Sebbene non sia generalmente compreso, le banche centrali non sono riuscite a sopprimerli.

Alcune banche regionali sono fallite negli Stati Uniti e la corsa agli sportelli di Credit Suisse ha costretto le autorità svizzere a forzare un riluttante salvataggio da parte di UBS; man mano che la grande liquidazione del credito andrà avanti, ci saranno altri salvataggi.

In queste prime fasi di una crisi bancaria, alcune domande trovano risposta. Possiamo escludere i bail-in quando invece saranno privilegiati i bail-out e possiamo presumere che quasi tutte le banche saranno salvate: devono esserlo per prevenire un contagio sistemico.

In questo articolo quantifico la posizione delle banche di rilevanza sistemica globale (le G-SIB) e sottolineo come le banche centrali che dovrebbero sostenerle sono esse stesse in bancarotta.

Poiché anche un piccolo fallimento nel sistema bancario potrebbe minare l'intero sistema mondiale, il tanto annunciato "pivot" è già arrivato, ma non in bella vista. Poiché le banche centrali hanno perso il controllo sui tassi d'interesse, l'obiettivo di preservare i mercati finanziari alla base del sistema bancario si è spostato sulla soppressione dei rendimenti obbligazionari. Questo è il motivo per cui la FED ha introdotto il suo Bank Term Funding Program, struttura che probabilmente verrà copiata in altre giurisdizioni.

È un semi "pivot" da parte di Powell: la sua linea nella sabbia. È l'ultimo disperato lancio dei dadi e dipende interamente dal fatto che l'inflazione sia transitoria e che i tassi d'interesse non salgano molto di più.

Il prezzo di una conservazione del sistema bancario è la distruzione delle valute fiat, perché il quadro generale è ancora quello della più grande bolla creditizia della storia che sta scoppiando; e tal processo è iniziato solo di recente.


La Grande Inversione accelera

Ora che tutti nel mondo finanziario sanno che c'è una crisi bancaria, prevale il cinismo. Quando un banchiere centrale o un ministro del Tesoro cerca di rassicurare la popolazione, non viene creduto. Il rischio per un sistema bancario estremamente fragile è che se tale inaffidabilità riguardo le dichiarazioni pubbliche si diffonde dal mondo finanziario alla popolazione in generale, il sistema è condannato. Tutto il credito si basa solo ed esclusivamente sulla fiducia.

È ancora troppo presto per dire che la fiducia è stata irrimediabilmente scossa, ma due mesi fa UBS è stata involontariamente costretta dalle autorità svizzere a rilevare Credit Suisse con uno scambio di azioni (valutate a circa 70 centesimi). Ciò ha portato le azioni di Credit Suisse a essere scontate del 94% rispetto al valore contabile. Certo, questa cifra non è affidabile quando i depositi vengono ritirati e non si tiene conto dell'intero valore dei derivati ​​di cambio, ma getta un'ombra sulle valutazioni di tutte le altre banche europee d'importanza sistemica mondiale: le G-SIB sono tutte interconnesse, quindi se una fallisce, lo stesso fato si scaglierà sulle altre. Forse dovrebbero essere tutte valutate allo stesso modo.

Molto probabilmente i banchieri centrali non avrebbero mai pensato che si sarebbe arrivati a questo. Dopo tutto le autorità di regolamentazione hanno condotto spesso stress test e tutte le principali banche li superano regolarmente a pieni voti, ma come ha affermato Kevin Dowd, professore di finanza ed economia alla Durham University in una delle sue numerose revisioni critiche della regolamentazione bancaria:

Lo scopo del programma di stress test dovrebbe essere quello di evidenziare la vulnerabilità del nostro sistema bancario e la necessità di ricostruirlo. Invece ha ottenuto l'esatto contrario, dipingendo come forte un sistema bancario debole. È come avere un sistema radar navale che non è in grado di rilevare un iceberg in bella vista.

Mentre il sistema bancario dell'UE entra in una nuova crisi, il sistema bancario del Regno Unito non è in grado di resistere alla tempesta. Una volta che il contagio si diffonderà dall'Italia alla Germania, e poi al Regno Unito, avremo una nuova crisi bancaria, ma su scala molto più ampia rispetto a quella del 2007-08.

La Banca d'Inghilterra è di nuovo addormentata al volante e torneremo a banchieri assediati che implorano salvataggi; il contribuente verrà derubato ancora una volta, ma questa volta più in grande.

Sfortunatamente sono l'analisi e la conclusione del professor Dowd che hanno superato la prova del tempo. E nulla, ripeto nulla, è stato fatto per modificare questa situazione. Di recente il presidente della BCE ha dimostrato questo punto rilasciando la seguente dichiarazione ufficiale:

Accolgo con favore l'azione rapida e le decisioni prese dalle autorità svizzere. Sono strumentali per ripristinare condizioni di mercato ordinate e garantire la stabilità finanziaria. Il settore bancario dell'area Euro è resiliente, con solide posizioni patrimoniali e di liquidità. In ogni caso, il nostro strumentario è completamente attrezzato per fornire sostegno al sistema finanziario dell'area Euro, se necessario preservare la regolare trasmissione della politica monetaria.

Il pensiero di gruppo sugli stress test si basa su parametri arbitrari comunemente concordati tra le banche centrali e le autorità di regolamentazione e sul loro desiderio di essere visti adempiere ai propri doveri piuttosto che basarsi sulla realtà. Stando così le cose, ciò che abbiamo visto in Svizzera, e che ha portato Credit Suisse a essere valutata solo al 6% del suo valore contabile, è un messaggio importante non solo per la regolamentazione bancaria europea, ma anche altrove.

Quali che siano le loro rassicurazioni, le banche centrali ora devono essere molto preoccupate. La Banca nazionale svizzera ha deciso che, nell'ambito del salvataggio di Credit Suisse, ci sarebbe stato un bail-in delle obbligazioni di rango più elevato, cancellando S₣17 miliardi. Che gli azionisti debbano ottenere qualcosa mentre i creditori senior no è una parodia del diritto societario. Il tutto è avvenuto solo pochi giorni dopo che il presidente della BCE ha rilasciato la dichiarazione formale di cui sopra, esaltando le autorità svizzere per le loro azioni.

È probabile che le conseguenze della cancellazione dei creditori senior da parte della Banca nazionale svizzera non siano solo l'imposizione di perdite ad altre banche che si trovano esse stesse in uno stato fragile e non possono permettersi che il loro debito senior venga ridotto in questo modo, ma anche che il finanziamento obbligazionario futuro delle banche sarà più difficile. Inoltre le banche, le compagnie assicurative e i fondi pensione rivaluteranno la loro esposizione al rischio nei confronti di tutte le obbligazioni denominate in franchi svizzeri, fino al punto di avere un impatto su UBS, il soccorritore di Credit Suisse.

Le dispute legali e il declassamento del rating probabilmente iniziano qui e nessuno ne uscirà senza danni alla propria reputazione. E come già notato sopra, il credito dipende interamente dalla fiducia. Si può solo presumere che ciò porterà le banche centrali e le loro autorità di regolamentazione ad abbandonare il concetto di bail-in nei loro tentativi di garantire la sopravvivenza dei loro sistemi bancari commerciali. La maldestra gestione della crisi di Credit Suisse da parte delle autorità svizzere sta mettendo a rischio la sua reputazione nazionale di probità e stabilità finanziaria.

Il problema più grande è che la fiducia nel settore bancario sta iniziando a essere pubblicamente indebolita. Non si tratta solo d'individuare gli anelli più deboli, ma sta diventando un problema sistemico di vaste proporzioni. L'illusione del controllo da parte delle banche centrali viene infranta dalla grande liquidazione del credito, di conseguenza la priorità sta passando dal mandato inflazionistico alla pura sopravvivenza. E come abbiamo visto dalle autorità svizzere, il margine di errore è abissale.


Il pasticcio G-SIB

La legislazione sul bail-in non è stata l'unica risposta del G-20 alla crisi della Lehman. La terza iterazione del regolamento del Comitato di Basilea, ancora non pienamente attuata, è stata il contributo della Banca dei Regolamenti Internazionali alla riforma bancaria post-Lehman creando la designazione di una nuova categoria di banche: quelle d'importanza sistemica mondiale, o G-SIB. Le G-SIB sono tenute a disporre di riserve di capitale aggiuntive per far fronte ai rischi sistemici a cui sono esposte dalle controparti internazionali rispetto alle banche regionali nazionali.

Ecco alcuni fatti rilevanti. Ai tassi di cambio correnti, gli attivi di bilancio delle G-SIB sono di $63.978 miliardi, supportati da soli $4.444 miliardi di patrimonio netto di bilancio, con un rapporto tra asset/equity netto di 14,4 volte. Ma questo rapporto non è distribuito uniformemente, con le sette G-SIB dell'Eurozona in media a 19,7 volte e le tre G-SIB del Giappone a 23 volte. All'estremità inferiore della scala, le otto G-SIB statunitensi hanno una media di 11,4 volte e le quattro banche cinesi a 12,0 volte. Tutti questi rapporti si traducono in una leva finanziaria inaccettabile quando il credito viene liquidato e i tassi d'interesse salgono, minacciando d'innescare livelli di prestiti in sofferenza in rapido aumento.

Ciò è riconosciuto almeno in parte nei mercati azionari, dove le azioni G-SIB generalmente presentano sconti significativi rispetto al valore contabile. Solo quattro delle ventinove G-SIB quotate hanno rapporti prezzo/valore contabile superiori a 1. Sulla base dei prezzi recenti delle azioni, il prezzo medio per le G-SIB dell'Eurozona è a uno sconto del 56%, per il Giappone al 47%, per la Cina al 54% e per gli Stati Uniti al 7% (JPMorgan Chase e Morgan Stanley sono le uniche due banche statunitensi che sono trattate a un premio ragionevole rispetto al valore contabile). C'è una notevole variazione all'interno di queste cifre, ma il messaggio dai mercati è chiaro: qualunque cosa dicano le autorità di regolamentazione e le banche centrali, e nonostante le loro riserve di capitale extra, le G-SIB sono ancora un investimento rischioso.

Queste statistiche, però, non raccontano tutta la storia. Come abbiamo visto con il fallimento di Silicon Valley Bank, vengono usati metodi contabili per nascondere le perdite sugli investimenti obbligazionari. Al 31 dicembre 2022, SVB aveva investimenti per circa $120 miliardi, principalmente obbligazioni di alta qualità, come titoli del Tesoro statunitensi e debito delle agenzie governative. Secondo il modulo 10-K depositato a febbraio, la banca aveva solo $74 miliardi di prestiti ai mutuatari, pertanto i suoi investimenti erano significativamente maggiori dei suoi prestiti. Dei $120 miliardi d'investimenti, $91 miliardi erano classificati come investimenti “detenuti fino alla scadenza” e non sono stati riportati al valore equo in ogni periodo di rendicontazione. Sono stati invece iscritti al costo ammortizzato, al netto di eventuali fondi per coprire il rischio di credito secondo i principi contabili.

SVB originariamente acquistava le sue obbligazioni quando la curva dei rendimenti era positiva: il costo del finanziamento a breve termine era inferiore al rendimento delle scadenze più lunghe acquistate da SVB. Ma quando la FED ha rialzato il suo tasso di riferimento, la curva dei rendimenti è diventata nettamente negativa con due conseguenze per SVB. In primo luogo, i suoi costi di finanziamento a breve termine hanno iniziato a salire; in secondo luogo il valore capitale delle obbligazioni è iniziato a calare. Il suo capitale sociale in bilancio è stato spazzato via e i tentativi tardivi di correggere la situazione hanno semplicemente acuito i problemi di SVB, portandola alla sua scomparsa.

Ci sono altre banche regionali negli Stati Uniti e altrove che sono cadute nella stessa trappola. E non sarà un problema limitato alle banche regionali. Si può ipotizzare che l'incentivo ad acquistare obbligazioni con scadenze più lunghe di quelle che le banche detengono normalmente nei propri bilanci fosse più forte nelle giurisdizioni che imponevano tassi d'interesse negativi. Una banca dell'Eurozona o giapponese ha avuto un costo di finanziamento a breve termine nullo o addirittura leggermente negativo nei rispettivi mercati monetari, incoraggiandola ad acquistare titoli di stato a più lunga scadenza. E come SVB, saranno travolte da un forte aumento dei tassi a breve termine.

Questo ci porta a ragionare su quante perdite simili possano essere nascoste nel sistema G-SIB. Sono tali da spazzare via il capitale sociale di tutte le G-SIB, che sappiamo essere di $4.444 miliardi?

Ma questo problema non è nemmeno la madre di tutti gli elefanti nella stanza: tal premio va ai derivati. La partecipazione delle G-SIB a futures regolamentati e derivati over-the-counter è valutata nei loro bilanci ai valori netti mark-to-market, che sono frazioni molto piccole dei loro valori nominali. Tuttavia i futures regolamentati sono impegni di credito per l'intero ammontare e dovrebbero essere valutati come tali. Analogamente le opzioni vendute sono impegni per i loro importi esercitabili, mentre le opzioni acquistate no. Gli importi di open interest alla fine del 2022 erano valutati dalla Banca dei regolamenti internazionali a $36.630 miliardi per tutti i futures regolamentati e ulteriori $43.182 miliardi per le opzioni. Ma questo è solo un aspetto dell'open interest, mentre quello più importante è rappresentato dall'esposizione bancaria come market maker, trader e investitore per i propri clienti.

Nei derivati OTC i contratti su cambi e commodity sono passività per il loro intero ammontare, mentre i credit swap no. A fine giugno 2022 i contratti in valuta estera ammontavano a $109.587 miliardi, con ulteriori $12.951 miliardi in opzioni. I contratti sulle commodity aggiungevano altri $2.341 miliardi. Possiamo escludere la categoria dei credit default swap, poiché i loro valori lordi sono puramente figurativi. Queste esposizioni rappresentano solo un lato degli impegni di credito, l'altro è distribuito tra istituzioni finanziarie non bancarie, hedger, speculatori e altri istituti finanziari. Dal punto di vista del bilancio collettivo delle G-SIB, dovrebbero essere tutti inclusi a valore pieno.

Lo scorso dicembre Claudio Borio, capo del dipartimento monetario ed economico della BRI, ha persino scritto un articolo su questo argomento. Borio ha affermato che “le posizioni di swap in valuta estera indicano oltre $80.000 miliardi di debito nascosto in dollari [parte dei $109.587 miliardi di cui sopra] riportati fuori bilancio. Il volume delle transazioni giornaliere in valuta estera soggette al rischio di saldo rimane ostinatamente elevato nonostante i meccanismi per mitigare tali rischi”. Infatti Borio ha confermato che per un apprezzamento reale del rischio bancario globale, i valori lordi OTC per i contratti di cambio dovrebbero essere registrati su entrambi i lati dei bilanci delle banche, e non solo come valori netti dei contratti mark-to-market.

Tra derivati regolamentati e non regolamentati, stiamo quindi parlando di ulteriori $210.000 miliardi di passività di bilancio, da aggiungere ai $64.000 miliardi di bilanci G-SIB totali ufficialmente registrati, il tutto supportato da soli $4.444 miliardi di fondi degli azionisti. E mentre le G-SIB statunitensi sembrano essere meno indebitate rispetto ai loro omologhi nell'Eurozona e in Giappone, va notato che, come sottolinea Borio, la grande maggioranza dell'esposizione OTC è in contratti denominati in dollari, per i quali le G-SIB statunitensi sono le controparti.

Se solo una G-SIB fallisce, i suoi rischi di controparte potrebbero facilmente minare tutte le altre. Come ha sottolineato Borio, il rischio di saldo rimane ostinatamente elevato e questo spiega perché la FED era pronta a presentare così rapidamente linee di swap per la Banca nazionale svizzera in modo da aiutarla nel suo tentativo di sostenere Credit Suisse. E ciò ci permette di trarre un'ulteriore conclusione: l'espansione del credito a livello di sistema bancario centrale per garantire la sopravvivenza del sistema finanziario mondiale porrà l'onere maggiore sul dollaro, essendo la valuta in cui viene regolata la maggior parte di questi derivati.


Le banche centrali possono davvero gestire una crisi del credito?

Avendo investito in titoli di stato e altri titoli al picco dei mercati, le banche centrali sono ora in bancarotta a meno che non si ricapitalizzino. Per tutte loro, ad eccezione della BCE, è teoricamente facile da fare, ma è meglio farlo prima che le banche commerciali abbiano bisogno del loro sostegno.

Il modo più semplice per ricapitalizzare una banca centrale consiste nell'espandere i suoi attivi di bilancio a favore del patrimonio netto anziché di altre passività. Queste ultime continueranno ad ammassarsi man mano che il credito delle banche commerciali continuerà a contrarsi, perché è la contrazione del credito che fa salire il livello reale dei tassi d'interesse. La Banca del Giappone ha già accumulato asset finanziari a rendimenti negativi, tanto che basta un piccolo aumento dei rendimenti affinché le sue perdite rispetto allo scorso anno supereranno quattromila volte il suo capitale di bilancio di soli ¥100 milioni. Prima o poi la sua credibilità sarà messa in discussione se non riuscirà a risolvere questo problema.

Ma tra tutte le banche centrali, la BCE è probabilmente la più difficile da ricapitalizzare. Gli azionisti della BCE non sono un singolo stato, ma le banche centrali nazionali dei venti Paesi membri (compresa la Croazia che ha aderito all'Eurosistema lo scorso gennaio). Purtroppo anche le banche centrali nazionali dell'Eurosistema hanno tutte bisogno di essere ricapitalizzate.

Pensate solo agli ostacoli legislativi. La Bundesbank, diciamo, presenta un caso al Bundestag per approvare una legislazione che le consenta di ricapitalizzarsi e di sottoscrivere più capitale nella BCE. Immaginiamo che i ministri delle finanze siano persuasi dal fatto che non ci sia alternativa a una tale proposta, solo che poi i politici farebbero notare che la Bundesbank ha un credito di oltre €1.100 miliardi nel sistema TARGET2. Quasi certamente si sosterrà che tali crediti debbano essere pagati alla Bundesbank, in modo da non passare attraverso ricapitalizzazioni interne.

Se solo fosse così semplice... Chiaramente non è nell'interesse della Bundesbank coinvolgere i politici negli affari monetari: il dibattito pubblico rischierebbe di andare fuori controllo, con conseguenze forse fatali per l'intero Eurosistema. Sarebbe una lite nel peggior momento possibile e con tutte le altre banche centrali nazionali che affrontano ostacoli simili, i loro contributi al rifinanziamento della BCE richiederebbero il consenso unanime per le sottoscrizioni proporzionali in conformità con le loro chiavi di capitale.

Oltre alla confusione su bail-in e bail out che ora speriamo sia stata risolta, rimane ancora un enorme punto interrogativo sul fatto che le banche centrali abbiano i mezzi per assolvere l'onere potenzialmente enorme dei salvataggi. In ogni caso ci sarà bisogno di enormi quantità di ulteriore credito in tutte le valute rilevanti per sostenere i vari sistemi monetari/finanziari. La distruzione dei bilanci sia a livello di banche centrali che commerciali rafforza il punto: è probabile che le banche centrali spostino la loro attenzione dai tassi d'interesse a breve termine ai rendimenti obbligazionari che possono ancora influenzare. È probabile che vengano ideate diverse versioni del Bank Term Funding Program e questo si tratterà di un semi “pivot”.


Il semi “pivot”

In una classica crisi bancaria, i bilanci delle banche diventano eccessivamente estesi e i banchieri diventano cauti nel concedere prestiti, limitando l'espansione del credito. La carenza di credito porta a tassi d'interesse più elevati per i pochi mutuatari ritenuti meritevoli di credito e in grado di ripagarli. Ne risentono sia i produttori che i consumatori. La carenza di credito e l'aumento dei costi d'indebitamento provocano il fallimento delle imprese e ne consegue un crollo dell'attività economica. Questo porta a sua volta al problema identificato da Irving Fisher, il quale la descrisse come teoria della deflazione del debito. Secondo Fisher, quando il ciclo del credito bancario vira verso la fase di bust, le banche sono spinte a richiamare i prestiti, liquidare le garanzie e far scendere ulteriormente i valori di queste ultime. La natura di questo fenomeno approfondisce la crisi e porta a fallimenti bancari.

Il saggio di Fisher venne pubblicato sulla scia del numero record di fallimenti bancari in America tra il 1930 e il 1933; e va anche notato che sin da allora ha formato ogni economista statalista. La paura di una crisi esacerbata dalla liquidazione delle garanzie è nella mente di ogni economista, ma finora non sono emerse molte prove di una scarsità del credito tale da minare l'economia non finanziaria. Presumibilmente le flessioni dell'espansione del credito riflesse nelle statistiche generali sull'offerta di denaro hanno rispecchiato il ritiro delle banche dagli asset finanziari, quindi il colpo all'attività non finanziaria deve ancora arrivare. Ciononostante la questione del calo dei valori delle garanzie identificata da Fisher è riemersa nei problemi creati dagli stessi policymaker, perché l'improvviso aumento dei tassi d'interesse ha avuto lo stesso effetto.

Questo è il motivo per cui ora stiamo assistendo al passaggio dal controllo dell'inflazione alla conservazione del sistema bancario commerciale. Il pericolo di un fallimento sistemico è più insito nel DNA dei banchieri centrali che in quello dell'inflazione e, francamente, si sono comunque dimostrati abbastanza ignoranti riguardo la gestione dei tassi d'interesse. Sono pronti a fare "tutto il necessario" per preservare sia i valori del mercato finanziario che lo status quo, ma le cose sono cambiate rispetto al famoso aforisma di Mario Draghi. Non più solo una volontà a parole, qualunque cosa serva rischia di minare il potere d'acquisto delle valute; qualunque cosa serva ora è un impegno a tempo indeterminato qualunque possa essere il costo.

Non c'è dubbio che passare dalla paura dell'inflazione alla paura di una crisi bancaria indebolisca le valute, ma i banchieri centrali sembrano avere difficoltà ad ammetterlo pubblicamente. La soluzione della FED è quella di accettare tutti i titoli del Tesoro USA, il debito delle agenzie governative, i titoli garantiti da ipoteca e "altri asset idonei come garanzia" alla pari in cambio di liquidità per un anno. Inoltre, con gli stranieri che non sono più acquirenti netti di titoli del Tesoro, c'è anche un problema di finanziamento da affrontare.

La FED ha dichiarato che il suo nuovo programma di finanziamento a termine (BTFP)

[...] metterà a disposizione finanziamenti aggiuntivi per gli istituti di deposito idonei in modo da garantire che le banche abbiano la capacità di soddisfare le esigenze di tutti i loro depositanti. Questa azione rafforzerà la capacità del sistema bancario di salvaguardare i depositi e garantire l'erogazione continua di denaro e credito nell'economia. La Federal Reserve è pronta ad affrontare qualsiasi pressione di liquidità che possa eventualmente emergere.

È una linea di politica che potrebbe essere stata scritta dal fantasma di Irving Fisher. La durata di un anno dello strumento mostra che la FED considera questo come un problema temporaneo e che quando la situazione migliorerà l'inflazione tornerà verso il suo obiettivo del 2%. Sì, tutte le previsioni sono fiduciose che l'inflazione sia transitoria, solo che ci vorrà solo un po' più di quanto si pensasse inizialmente.

Il BTFP è un QE sotto mentite spoglie e il termine di un anno si trasformerà molto presto in perpetuo. Qualsiasi obbligazione a sconto può essere collateralizzata al valore di rimborso finale, indipendentemente dal suo attuale valore di mercato. Ciò ha già portato il rendimento del decennale statunitense al di sotto delle sue principali medie mobili, indicando che sono in arrivo ulteriori cali del rendimento.

Chiaramente questa è una struttura che probabilmente porterà a un'espansione massiccia e aggiuntiva del bilancio della FED, ma mettendo una durata del prestito di un anno la FED si sentirà giustificata a ignorare la perdita automatica che il BTFP crea sulla base del fatto che le obbligazioni acquistate verranno semplicemente restituite ai venditori e che poi ripagheranno il denaro preso in prestito. Sarà trattato come un contratto di riacquisto a lungo termine.

Sapendo che questo pronti contro termine si rivelerà perpetuo, l'uso da parte delle banche del BTFP consentirà alla FED di ridurre le perdite sulle sue posizioni obbligazionarie esistenti man mano che i rendimenti di quest'ultimi caleranno ulteriormente. E, cosa importante, il deficit del governo continuerà a essere finanziato.

La crisi bancaria esiste in modo simile in altre giurisdizioni, quindi è probabile che le altre principali banche centrali introdurranno le proprie versioni del BTFP. Tutto ciò che serve è una malsana dose di pensiero di gruppo: il mostro dell'inflazione si ritirerà nella sua caverna, facendo quindi scendere i rendimenti obbligazionari. Ad alimentare questa speranza c'è il vantaggio per i bilanci delle banche centrali: se i loro attivi fossero valutati correttamente, le metterebbero tutte in un patrimonio netto profondamente negativo.[1]

Se funziona, la pressione sulle banche con obbligazioni etichettate come "detenute fino alla scadenza" diminuirà e la situazione potrebbe diventare più gestibile. Malgrado ciò permane il problema della contrazione del credito, che non se ne andrà. La FED riuscirà a sopprimere sufficientemente i rendimenti obbligazionari quando il costo reale del prestito, alimentato dalla contrazione del credito, continuerà a salire? Il BTFP sembra la scommessa finale della FED.


Il rifugio per eccellenza da questa crisi del credito è l'oro

Questo saggio ha tentato di spiegare il vero stato in cui langue il credito mondiale. Tutto sembrava andare bene, fino a quando la FED si è resa conto che stava perdendo il controllo sui tassi d'interesse e ha dovuto rialzarli. Altre banche centrali hanno seguito l'esempio, con la sola eccezione della Bank of Japan. Di conseguenza la bolla del credito che aveva gonfiato i valori degli asset finanziari negli ultimi quarant'anni è ora scoppiata.

Chi analizza spassionatamente le condizioni del credito deve giungere a questa conclusione. Inoltre, lungi dall'essere uno shock inaspettato, stiamo assistendo solo all'inizio di una grande inversione che continuerà a imporre crescenti tensioni sul sistema bancario mondiale. Anche al primo ostacolo è diventato chiaro che le principali banche centrali del mondo faranno tutto il possibile per preservare lo status quo, ma le conseguenze sono che la credibilità delle valute fiat continuerà a essere minata man mano che si procederà con un salvataggio dopo l'altro.

Si è iniziato con una crisi bancaria e adesso si proseguirà con l'economia non finanziaria, poiché gli investimenti sbagliati e i consumatori troppo indebitati sono esposti, portando a ulteriori liquidazioni a livello bancario. E infine toccherà gli stati stessi, travolti dall'aumento dei costi del welfare e dal crollo delle entrate fiscali. C'è solo un esito probabile: essendo solo credito, le valute fiat alla fine perderanno la loro credibilità.

Il credito bancario bancario dipende per il suo valore da un'altra forma di credito: le banconote. Ma all'insaputa della maggior parte delle persone, una banconota non è denaro: è una passività di una banca centrale. Come abbiamo visto, il marciume del sistema creditizio non si limita a poche mele marce nel sistema bancario: l'intero contenuto del paniere del credito è marcio.

Per gli individui c'è solo una via di fuga dall'inevitabile distruzione del valore del credito e questo significa uscire del tutto dal sistema creditizio fiat. Il collasso può sembrare lento oggi, ma in una fase indefinibile nel futuro diventerà improvviso. Non saranno solo gli scettici e i cinici a trovare difetti nel sistema, ma la popolazione in generale perderà fiducia nelle proprie valute. E quando accadrà, il punto di non ritorno sarà superato.

La forma di credito corporea, opposta a quella incorporea, è l'oro. È credito senza alcuna controparte; è credito solo nel senso che è il prodotto non speso del lavoro e del profitto. Questa distinzione ci permette di definire l'oro come un mezzo stabile di scambio, o denaro giuridico. L'oro è stato denaro sin dalla fine del baratto. Nel sistema monetario odierno è denaro giuridico da quando è nata la moneta romana, che secondo il giurato romano Gaio è identificabile con l'epoca delle Duodecim Tabularum, le Dodici Tavole ratificate dall'Assemblea della Centuria nel 449 a.C. Il credito va e viene, ma l'oro rimane per sempre.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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https://opentip.io/freedonia


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Note

[1] La Banca d'Inghilterra ha un accordo in base al quale tutti i profitti e le perdite verrebbero trasferiti al Tesoro inglese, quindi è l'unica grande banca centrale che può giustificare il non ammettere perdite sui bond statali inglesi acquistati attraverso il QE.

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martedì 2 maggio 2023

La leadership cinese emergente non è solo il risultato dei sussidi: l'imprenditoria ancora conta

Durante la guerra arabo-israeliana del 1973, l'OPEC aveva guadagnato influenza imponendo un embargo petrolifero, causando gravi sconvolgimenti nell'economia mondiale. Nel 1974 Henry Kissinger fece da mediatore a un accordo: Israele avrebbe rinunciato alle sue ambizioni territoriali, gli stati arabi avrebbero posto fine all'embargo e il petrolio sarebbe stato scambiato in dollari. E così nacque il petrodollaro a sostituzione degli accordi di Bretton Woods, infranti da Nixon nel 1971. Il petrodollaro ha concesso agli USA la licenza di stampare valuta ed esportare l'inflazione, una gigantesca tassa sul commercio mondiale. Essersi opposti a questo sistema ha significato invasioni militari o "rivoluzioni colorate". L'Iraq ha tentato di abbandonare il dollaro compiendo una mossa particolarmente decisa nell'ottobre 2000; nel 2003 è stato invaso senza aver attaccato l'America o nessun altro Paese. Muammar Gheddafi ha tentato di creare un dinaro coperto dall'oro in tutta l'Africa; è stato assassinato nel 2011. Naturalmente il coinvolgimento degli Stati Uniti in questi Paesi non è monocausale e altri fattori (es. garanzie di sicurezza per Israele, crociata progressista) hanno giocato un ruolo, ma garantire l'egemonia del dollaro è una questione critica nella politica estera di Washington. Malgrado ciò le azioni recenti a quanto pare sono state troppo estreme per essere accettate dalle altre potenze mondiali. La Russia ha già collegato il rublo a un semi-gold standard e la Cina sta andando nella stessa direzione. Anche l'India si sta allontanando dall'establishment americano. Il disaccoppiamento, però, è un viaggio complicato poiché le economie di questi Paesi sono state legate al dollaro per decenni e c'è anche il rischio che Washington si scagli violentemente contro di esse per mantenere il suo status egemonico. Molto dipende dalle azioni dell'Arabia Saudita, poiché è il suo petrolio che sostiene il valore del dollaro: più scambia petrolio in altre valute, meno valore possiede il dollaro. E di recente il ministro delle finanze saudita ha dichiarato di essere aperto al commercio di petrolio in valute diverse dal dollaro; inoltre la leadership cinese e saudita hanno discusso di garantire il commercio bilaterale senza il coinvolgimento del dollaro, una delle priorità cinesi. Insomma, per quanto ci siano movimenti decisi verso una transizione dal dollaro verso altre valute di saldo comemrciale internazionale, questa è una tendenza a medio-lungo termine. Non è affatto facile e scontato questo disaccoppiamento e per 4 ragioni fondamentali: stato di diritto, mercati finanziari liquidi e potenza economica e militare (senza contare che il 60% delle riserve monetarie mondiali è in dollari e circa il 90% degli scambi avviene in dollari). Mentre la Cina sta rapidamente crescendo come economia e potenza militare, deficita dello stato di diritto e di mercati dei capitali liquidi per sostenere una valuta mondiale; per di più è difficile vedere come un Paese comunista possa superare queste sfide. La morte del dollaro, quindi, come valuta di riserva mondiale, arriverà un giorno e la valuta di qualche altra nazione, Bitcoin, l'oro, l'argento o qualcos'altro prenderà il suo posto. Tuttavia quel giorno non arriverà tanto presto.

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di Mihai Macovei

La Cina è diventata un leader mondiale nel settore dei veicoli elettrici e i governi occidentali temono che il suo vantaggio comparativo si rafforzerà. Ancora una volta, gli esperti attribuiscono il successo della Cina ai sussidi statali e alla concorrenza sleale, ma questo è solo un pretesto per avallare un maggiore interventismo in un settore che, fin dall'inizio, non è stato guidato da un'autentica domanda dei consumatori ma da un'agenda politica green.


La Cina è in testa alla corsa mondiale per i veicoli elettrici

Circa un decennio dopo aver superato il mercato automobilistico statunitense, la Cina è diventata il più grande mercato e produttore di veicoli elettrici al mondo. Secondo le previsioni degli analisti le vendite nazionali di veicoli elettrici dovrebbero salire a circa 8-10 milioni di auto nel 2023, rispetto alle vendite record di 6,5 milioni nel 2022; ciò supera di gran lunga le vendite di quasi tre milioni di auto elettriche in Europa e due milioni negli Stati Uniti. A livello mondiale sette auto elettriche su dieci sono vendute in Cina, la quale vanta anche una delle più alte quote di mercato di veicoli elettrici nelle vendite totali di auto. Nella prima metà del 2022 le vendite di veicoli elettrici hanno rappresentato il 21% delle vendite totali di auto in Cina rispetto al 18% in Europa e al 6,5% negli Stati Uniti. Si stima che circa la metà di tutte le auto vendute in Cina saranno veicoli elettrici entro la fine del 2025.

Fonte: EV-volumes.com

Fonte: EV-volumes.com

I vincitori del boom dei veicoli elettrici sono case automobilistiche cinesi in rapida crescita che rappresentavano oltre l'80% delle vendite nazionali di veicoli elettrici nel 2022, mentre un decennio fa gli stranieri occupavano il 70% del mercato. Tra i primi quindici produttori di veicoli elettrici in Cina, solo quattro possono essere considerati di proprietà straniera oggi. Nei mercati globali, BYD, la star dei veicoli elettrici sostenuta da Warren Buffett, ha superato Tesla, costringendo quest'ultima a tagliare i prezzi di circa il 20% quest'anno per rimanere competitiva.

Fonte: EV-volumes.com

Le prospettive sembrano buone per BYD, la quale prevede di vendere tre milioni di veicoli plug-in nel 2023 dopo aver venduto più di 1,85 milioni lo scorso anno. Una dozzina di altri produttori cinesi di veicoli elettrici hanno sovraperformato rispetto alle loro controparti a livello mondiale e ora si rivolgono ai mercati internazionali, in particolare all'Europa. A differenza dei motori a combustione interna, le auto elettriche cinesi godono sia di prezzi accessibili che di buona qualità. Possono anche beneficiare di sussidi all'acquisto in Europa, dove i dazi sono relativamente bassi e i produttori locali si concentrano sulla produzione di auto con motori a combustione interna e con margini più elevati (prima che vengano gradualmente eliminate nel 2035).

Ancora più importante, il settore dei veicoli elettrici in Cina è diventato sempre più innovativo e capace di progressi tecnologici. La tecnologia dei veicoli elettrici ha avuto origine in Occidente e inizialmente il governo cinese ha spinto alcune imprese statali a creare joint venture con produttori stranieri per poter poi avviare la produzione nazionale. I produttori privati ​​indipendenti sono gradualmente entrati nel mercato e sono emersi circa trecento produttori di veicoli elettrici, senza contare che molti di loro poi hanno scavalcato le case automobilistiche già affermate. Le aziende cinesi possono ora produrre veicoli elettrici tecnologicamente avanzati ma anche sicuri e affidabili. I flussi tecnologici sembrano essersi invertiti all'interno delle joint venture durante l'ultimo decennio: molti produttori stranieri come Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW stanno collaborando con partner cinesi per attingere al loro know-how superiore in batterie, sostituzione di batterie, soluzioni software automobilistiche e guida autonoma. Stanno anche incanalando investimenti significativi nei centri di ricerca e sviluppo locali per attingere all'ecosistema dell'innovazione cinese.

Fonte: MERICS

Le case automobilistiche cinesi hanno in programma di assorbire gran parte delle catene del valore mondiali, capitalizzando la loro leadership nella produzione di componenti chiave dei veicoli elettrici come batterie e tecnologie per auto intelligenti. Hanno istituito centri di ricerca/sviluppo e progettazione in Europa e stanno progettando di aprire siti di produzione sia per le auto che per le batterie. Le batterie sono la parte più preziosa dei veicoli elettrici, rappresentando dal 35 al 50% del suo valore. La Cina ha raggiunto tecnologicamente i principali produttori mondiali Panasonic, Samsung e LG in un settore che ha subito enormi cambiamenti tecnologici negli ultimi tre decenni.

Oggi sei dei dieci maggiori produttori mondiali di batterie sono cinesi con circa il 60% della quota di mercato mondiale: CATL (37%) e la casa automobilistica BYD (13,6%) in testa. Anche giganti di Internet e della tecnologia come Baidu, Alibaba e Xiaomi sono entrati nel mercato dei veicoli elettrici portando soluzioni digitali e quasi dimezzando i cicli di sviluppo delle auto a due o tre anni. Supportati da loro, le case automobilistiche cinesi hanno convertito le auto in dispositivi intelligenti su ruote, soddisfacendo il gusto specifico dei consumatori cinesi.


Cosa sta alimentando il successo dei veicoli elettrici in Cina?

La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che il settore cinese dei veicoli elettrici non esisterebbe affatto senza un sostanziale sostegno dello stato. In solo un decennio il settore dei veicoli elettrici è decollato aiutato dai governi centrali e locali. Alcune misure hanno stimolato la domanda di automobili (sovvenzioni all'acquisto, trattamento fiscale favorevole e inasprimento delle norme sulle emissioni), mentre altre hanno mirato all'offerta (sovvenzioni per ricerca/sviluppo ai produttori, appalti pubblici, joint venture obbligatorie per i produttori di automobili stranieri e dazi all'importazione).

Altri analisti ammettono che l'approccio della politica industriale ha prodotto risultati non ottimali nonostante il suo enorme costo fiscale. Il governo cinese ha speso circa $60 miliardi tra il 2009 e il 2017 per far ripartire il settore automobilistico; quasi $37 miliardi sono stati destinati ai sussidi ai consumatori, i quali rappresentano un enorme 25% delle vendite totali di veicoli elettrici nel periodo summenzionato. Sebbene le aziende di veicoli elettrici siano diventate più di trecento, solo il 15% circa di esse produceva effettivamente auto di alta qualità. La maggior parte non è riuscita a raggiungere la fase di produzione e probabilmente è entrata nel mercato soprattutto per beneficiare delle generose sovvenzioni. Ironia della sorte, i produttori indipendenti, come BYD, Geely, Chery, Xiaopeng e NIO, sono emersi come le case automobilistiche di maggior successo e non come imprese statali privilegiate.

Nel 2016 Pechino ha cambiato rotta e si è spostata dal sistema dei sussidi a uno basato più sul mercato in modo da stimolare la concorrenza. I sussidi diretti ai prezzi sono stati gradualmente eliminati e il sostegno del governo è stato spostato sulla costruzione d'infrastrutture di ricarica. Pechino ha introdotto un meccanismo basato sul credito sociale, simile a quello nel mercato dell'anidride carbonica, il quale consente alle case automobilistiche di vendere i crediti dei veicoli elettrici in eccesso ad altre società. Questo è stato anche il modo in cui Tesla è riuscita a essere redditizia nel 2020-21, ma il passo più importante è stato consentire ai produttori di veicoli elettrici stranieri di entrare nel mercato interno. L'ingresso di Tesla è stato un punto di svolta per il settore, perché ha spinto i produttori cinesi a progettare da zero veicoli elettrici con funzionalità di guida intelligenti.

Allo stesso modo in cui i sussidi della Cina non sono stati la ricetta per il successo nel campo dei veicoli elettrici, l'Occidente ha già dimestichezza col gioco interventista. Il sostegno dei governi occidentali ai produttori di veicoli elettrici in termini di prestiti, sovvenzioni, sconti fiscali e generosi sussidi ai consumatori è stato pervasivo quanto quello della Cina. Sono addirittura andati oltre fissando obiettivi per la graduale eliminazione delle auto con motori a combustione interna. L'unica differenza è l'entità dei finanziamenti statali rispetto alla Cina.

Ma invece di rendersi conto che l'intervento della Cina era imperfetto, gli esperti occidentali considerano la corsa ai veicoli elettrici come una "guerra per procura tra l'Occidente e la Cina" la quale richiede un maggiore sostegno statale. Il governo degli Stati Uniti ha annunciato un programma da $174 miliardi per accelerare la transizione ai veicoli elettrici all'interno del gigantesco Inflation Reduction Act. A sua volta l'Unione Europea teme che i sussidi statunitensi attireranno la tecnologia verde lontano dai propri lidi e quindi intende rispondere rafforzando i propri sussidi green e allentando le regole sugli aiuti di stato. Inutile dire che ciò minaccia di scatenare una guerra di sussidi tra entrambe le sponde dell'Atlantico.


Conclusione

È ipocrita incolpare la Cina dell'attuale pazzia dei sussidi al settore dei veicoli elettrici. L'Occidente ha alimentato l'agenda mondiale green e lo sviluppo del settore delle auto elettriche non è ostacolato dalla concorrenza sleale della Cina, ma dall'insufficiente domanda per i veicoli elettrici. Per la stragrande maggioranza dei consumatori (oltre il 90% negli Stati Uniti), le auto elettriche rimangono meno attraenti delle auto tradizionali, non da ultimo a causa dei loro prezzi elevati e di altri inconvenienti pratici.

Questo è anche il motivo per cui le case automobilistiche occidentali sono ancora concentrate sulla produzione di auto tradizionali più redditizie, nonostante la spinta dei governi per un'agenda verde. E non illudetevi, anche nel settore emergente dei veicoli elettrici i vincitori non saranno determinati dai generosi sussidi statali ma da una concorrenza di mercato senza ostacoli.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 1 maggio 2023

La linea sottile tra tribalismo e prosperità

 

 

di Barry Brownstein

Walter Grinder, grande paladino della libertà, è deceduto lo scorso dicembre. Era un eccellente studioso di letteratura e un leader presso l'Institute for Humane Studies. Si è speso affinché venissero rimosse tutte quelle barriere alla prosperità umana diffondendo gli ideali di libertà. John Hagel III, amico e collaboratore di lunga data di Walter, ha così commentato: “Walter era consumato dal desiderio di condividere le sue letture e i suoi pensieri con la sua rete di associati e protetti libertari, in modo che potessero vedere più chiaramente come si interfacciava con il loro lavoro e i loro interessi specifici”.

In una delle sue e-mail Walter ha scritto di aver tratto ispirazione dal lavoro dell'autrice turco-britannica Elif Shafak. Era meravigliato da “quanto ella conoscesse bene la condizione umana”.

Walter aveva compreso come le intuizioni sulla condizione umana sono fondamentali per comprendere quella forma mentis che favorisce od ostacola la prosperità umana. Su sua raccomandazione ho letto il romanzo di Shafak sulla guerra civile di Cipro, L'isola degli alberi scomparsi. Usando l'espediente narrativo di una coppia greco-turca divisa dalla guerra, Shafak impartisce saggezza poetica sui pericoli del tribalismo.

Il romanzo di Shafak racconta la discesa di quell'isola lussureggiante nell'odio tribale, mentre le persone compivano scelte sempre più primitive. I fanatici greci e turchi hanno lavorato senza pietà per instillare identità tribali, mettendo l'uno contro l'altro persino quei vicini affettuosi.

I tribali preferirebbero essere schiavi della loro identità piuttosto che membri di una società fiorente. Nel suo libro, Open: The Story of Human Progress, Johan Norberg ha citato il romanziere e saggista peruviano Mario Vargas Llosa:

Il "richiamo della tribù" – di quella forma di esistenza in cui gli individui si schiavizzano […] è sentito di volta in volta da nazioni e popoli e, anche all'interno di società aperte, da individui e collettività che lottano instancabilmente per negare la cultura della libertà. Le mentalità autoritarie nascono dalle questioni tribali.

Noberg ha poi aggiunto:

La mia ferma convinzione è che proprio perché siamo così tribali abbiamo bisogno di un mondo aperto e cosmopolita. Se non ci incontrassimo, comunicassimo e scambiassimo regolarmente idee con individui di altri gruppi, gli altri rimarrebbero per sempre il misterioso e pericoloso gruppo esterno, i barbari alle porte.

In The Road to Serfdom, Friedrich Hayek ha sottolineato che “l'uomo primitivo [...] era vincolato a un rituale elaborato in quasi tutte le sue attività quotidiane [...] era limitato da innumerevoli tabù e [...] riusciva a malapena a concepire di fare cose diverse dai suoi simili”. La crescita della civiltà, e quindi la prosperità umana, dipende dal superamento di tali limiti primitivi.

Prima che il conflitto tribale sfociasse in una guerra civile, Shafak descrive Cipro come una società con una rete di comunicazione e scambio: “Si diceva che greci e turchi fossero una carne e un'unghia. Non si può separare l'unghia dalla propria carne. A quanto pare si sbagliavano, visto che si poteva fare. La guerra è una cosa terribile, tutti i tipi di guerre lo sono, ma forse le guerre civili sono le peggiori, quando i vicini diventano i nuovi nemici”.

Quando iniziò il conflitto aperto negli anni '50, scrive Shafak, “i britannici credevano [...] che non ci fosse nulla da temere, perché come poteva esserci una guerra civile su un'isola così bella e pittoresca di fiori che sbocciano sulle dolci colline?” Quegli esperti si chiedevano come potessero “persone colte e civili [...] fare qualcosa di violento?” Le risposte a tali domande, come sempre, puntano verso l'inculcazione d'idee sbagliate.

Prima del conflitto, scrive Shafak, cristiani greco-ciprioti e musulmani turco-ciprioti lavoravano insieme. Poi, d'un tratto, questo è cambiato. “I leader politici e spirituali che rappresentavano un ponte con l'altra parte venivano messi a tacere, evitati e intimiditi; alcuni addirittura presi di mira e uccisi da estremisti della loro stessa parte”.

Greci e turchi assassinarono migliaia d'individui comuni. Apparvero cartelli "Morte ai traditori" e il tribalismo, ha scritto Shafak, alla fine trionfò: “Le strade non erano sicure. I turchi dovevano restare con i turchi, i greci con i greci”. Il commercio si fermò mentre le persone restavano a casa.

Shafak ha esplorato il modo in cui i tribali hanno eretto barriere contro la cooperazione pacifica: “Gli amici vendono gli amici. Questo è un tipo di male decisamente diverso, uno con cui non abbiamo ancora fatto i conti come umanità. È un argomento difficile in tutto il mondo: gli atti di barbarie che accadono fuori dal campo di battaglia”. La collettivizzazione attorno alle identità tribali favorisce la barbarie e i tribali si sacrificano prontamente quando si tratta di aderire a idee distorte.

Quando escludiamo "l'altro", rinunciamo ai frutti della cooperazione umana. Siamo sicuri che “loro” siano colpevoli, quando invece è il nostro fanatismo la causa della nostra sofferenza. Quando liberiamo gli altri dal nostro odio, liberiamo noi stessi.

Shafak ha scritto: “Penso al fanatismo – di qualsiasi tipo – come a una malattia. Insinuandosi minacciosamente, ticchettando come un orologio a pendolo che non si scarica mai, ti afferra più velocemente quando fai parte di un'unità chiusa e omogenea”.

Nel 1964 l'isola fu divisa. Dieci anni dopo, nel 1974, i turchi invasero Cipro e la spartizione, inclusa la capitale Nicosia, divenne permanente. Shafak scrive:

Alla fine di quell'interminabile estate [1974], 4.400 persone erano morte, migliaia i dispersi. Circa 160.000 greci che vivevano nel nord si trasferirono a sud e circa 50.000 turchi si spostarono a nord. Le persone divennero profughi nel proprio Paese. Le famiglie persero i loro cari, abbandonarono le loro case, villaggi e città; vicini e buoni amici si separarono, a volte si tradirono a vicenda.

Una zona cuscinetto larga fino a quattro miglia correva lungo la partizione permanente. Edifici e negozi all'interno della zona andarono in rovina. Shafak ha descritto la situazione penosa: “Le strade erano bloccate da bobine di filo spinato, pile di sacchi di sabbia, barili pieni di cemento, fossati anticarro e torri di guardia. Le strade finivano bruscamente, come pensieri incompiuti, sentimenti irrisolti”. Il commercio venne distrutto, poiché un “resort mondiale [...] divenne una città fantasma”. Shafak poi aggiunge:

Le spiagge di Varosha vennero delimitate con filo spinato, barriere di cemento e cartelli che ordinavano ai visitatori di stare alla larga. Lentamente gli alberghi si disintegrarono in ragnatele di cavi d'acciaio e piloni di cemento; i pub diventarono umidi e deserti, le discoteche crollarono; le case con i vasi di fiori sui davanzali si dissolsero nell'oblio.

L'odio tribale ha attraversato turchi e greci, ma Shafak ci tiene a sottolineare una cosa: “Ciascuna parte dirà solo la propria versione delle cose. Narrazioni che vanno controcorrente, senza mai toccarsi, come linee parallele che non si intersecano mai”. I tribali vedono solo il proprio dolore: “Le persone su entrambi i lati dell'isola hanno sofferto e le persone su entrambi i lati vi odieranno se lo diceste ad alta voce. Perché? Perché il passato è uno specchio oscuro e distorto [...]. Non c'è spazio per il dolore di qualcun altro”.

Quando gli odi tribali prendono piede, non c'è spazio per perdonare, né perdere l'identità di vittime. Shafak ha scritto: “Quando le anziane donne cipriote augurano il male a qualcuno, non chiedono che accada loro qualcosa di palesemente brutto. Non pregano per fulmini, incidenti imprevisti, o improvvisi rovesci di fortuna. Dicono semplicemente: che tu non possa mai dimenticare, possa tu andare nella tomba ricordando ancora”.

In breve, Shafak ci vuole dire una cosa importante: “Gli odi tribali non muoiono [...] aggiungono solamente nuovi strati a gusci induriti”.

L'autrice turco-britannica ha riflettuto su come le scelte sbagliate portino a una rovina inimmaginabile: “Se qualcuno ci avesse detto che l'isola sarebbe stata divisa in base a linee etniche e che un giorno avremmo dovuto cercare tombe anonime, non ci avremmo creduto”. L'odio tribale azzerò le aspettative per Cipro: “Ora non crediamo più che possa mai tornare a essere unita”. Tuttavia, poiché è avvenuta un'inimmaginabile rovina, Shafak offre la speranza che possa esistere una società aperta quando le persone fanno scelte migliori: “Ciò che pensiamo sia impossibile cambia con ogni generazione”.

Walter Grinder avrebbe convenuto che l'impossibile è possibile grazie al potere delle scelte. La luce creata dalla cooperazione umana è più potente dell'oscurità proiettata dall'odio tribale.

Cipro divisa potrebbe sembrare lontana anni luce dagli Stati Uniti, tuttavia Norberg ci avverte che gli esseri umani “sono predisposti sia al tribalismo che alla tolleranza, e l'atmosfera intellettuale rafforza diverse parti di questa complessa personalità. Una cultura che dice che il collettivo è tutto e l'individuo niente, trascinerà con sé il resto degli individui”. Per quanto distruttivi siano stati i leader tribali ciprioti di allora, gli attuali politici, educatori e altri non hanno imparato niente e incoraggiano gli americani ad adottare identità tribali. È finita male a Cipro e l'esito delle mentalità tribali che dividono gli americani può differire solo nella misura.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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