giovedì 25 luglio 2024

Quando Bitcoin a $100.000? Dipende dalla prossima mossa di Biden

 

 

 

da Zerohedge

Per gran parte dell'anno scorso Geoffrey Kendrick di Standard Chartered ha avuto in mente un bel numero tondo per il suo obiettivo di prezzo di fine 2024: dopo aver previsto (in modo piuttosto accurato) alla fine del 2022 che Bitcoin sarebbe potuto crollare fino a $5000 in seguito alla crisi di FTX, ha ribaltato la situazione a metà del 2023 e da allora ha sostenuto che a causa dei “cambiamenti sismici nell'approccio istituzionale a Bitcoin da parte degli Stati Uniti” avrebbe raggiunto i massimi storici nel 2024 (lo ha fatto) e sarebbe salito fino a $100.000 (non è ancora riuscito a farlo).

Poi all'inizio del 2024, e dopo che la SEC ha approvato gli ETF su Bitcoin, Kendrick ha raddoppiato i numeri tondi e ha affermato che, sulla base delle sue ipotesi sull'afflusso negli ETF, sebbene pensi ancora che un obiettivo di prezzo di fine 2024 di $100.000 sia realistico, guardando più lontano ha previsto che un livello di fine 2025 a $200.000 è possibile. Ciò presuppone che tra 437.000 e 1,32 milioni di nuovi bitcoin saranno detenuti negli ETF spot statunitensi entro la fine del 2024. In termini di dollari, questo dovrebbe essere di circa $50-100 miliardi.

Poi, all'inizio di maggio, una volta diventato sempre più realistico che non solo Trump aveva una possibilità di sconfiggere Biden ma che i giorni di Gary Gensler erano probabilmente contati — con l'incessante resistenza della SEC contro gli ETF su Ethereum — Kendrick ha aggiunto un'ulteriore osservazione riguardo la sua precedente previsione, affermando che Bitcoin supererà i $100.000 “quando ci avvicineremo alla vittoria elettorale di Trump, quindi ci sarà un forte rally da settembre fino a fine anno”.

Quindi eccoci qui, due mesi dopo, e non solo Bitcoin non è affatto vicino al bel numero tondo, ma in effetti è sceso in modo piuttosto notevole da dove veniva trattato a fine maggio.

Cos'è successo?

Come spiega Kendrick nella sua ultima nota pubblicata questa mattina, “i tori frustrati hanno escogitato una serie di teorie sul motivo per cui siamo bloccati in un intervallo. La più popolare (quella che ho sentito di più e che ha anche senso) è che i detentori a lungo termine continuano a vendere ad acquirenti a più breve termine, quindi i rally vengono venduti e i cali vengono acquistati”.

La domanda quindi è: quale macroelemento motore sarà in grado di fermare tutto ciò? Kendrick ritiene che ci sarà una combinazione di movimenti tra i rendimenti dei titoli del Tesoro e un contesto politico americano costruttivo, ed entrambi i risultati “avverranno presto”.

Partendo dal primo, sui rendimenti dei titoli di stato americani possiamo individuare 3 elementi motore che dovrebbero essere costruttivi per BTC:

• Una curva nominale 2Y/10Y più ripida

• Un aumento maggiore dei pareggi rispetto ai rendimenti reali

• Un aumento del premio a termine

E sebbene lungi dall'essere perfetta, Kendrick ritiene che esista una “correlazione ragionevole” tra ciascuno di questi fattori e i prezzi di BTC, mostrati qui come variazioni a 3 mesi. È interessante notare che nelle ultime settimane i movimenti UST hanno iniziato a migliorare nella direzione di BTC (o almeno hanno iniziato a lateralizzare) mentre i prezzi di BTC sono stati deboli, il che suggerisce che c'è qualcos'altro che sta soffocando i prezzi.

Ma se i movimenti sempre più favorevoli dei tassi non stanno avendo un impatto sui prezzi di Bitcoin, allora di cosa si tratta? Perché i prezzi di BTC sono stati più deboli di quanto suggerirebbero gli elementi motore del dollaro?

Qui Kendrick pensa che abbiamo a che fare con lo stato attuale delle elezioni presidenziali americane.

Ricordiamo la relazione positiva discussa in precedenza tra le probabilità elettorali di Trump (mostrate qui come percentuale di probabilità di vittoria riflessa nei mercati delle scommesse) e i prezzi di BTC. La logica qui è che sia la regolamentazione che il mining sarebbero visti in modo più favorevole con Trump.

Osservando il grafico qui sopra, si può affermare con certezza che i prezzi di BTC hanno superato le probabilità di vittoria di Trump rispetto agli afflussi degli ETF, ma ora però sono in ritardo. Perché?

Kendrick ritiene che questa volta i prezzi di BTC siano inferiori alle probabilità di vittoria di Trump perché la probabilità che Biden si dimetta/venga sostituito è in aumento. Nello specifico, questa settimana le probabilità combinate di Trump e Biden sono scese fino al 90%, il livello più basso da marzo. Cioè, i mercati delle scommesse dicono che c’è una probabilità del 10% che qualcun altro oltre a Trump o Biden possa andare alla Casa Bianca.

Infatti la storia di oggi proviene dal portavoce preferito della CIA secondo cui i democratici sono ora allo sbando e che Hunter Biden è effettivamente al comando del Paese...

... cosa che ha fatto impennare le probabilità di Kamala Harris di diventare la candidata democratica.

In senso probabilistico, ciò significa che il mercato ora dice che Trump ha più probabilità di vincere (buono per BTC), seguito da Biden (male per BTC), ma con una ragionevole probabilità diversa da zero che Biden possa essere sostituito da qualcun altro — Michelle Obama, Kamala Harris, o Gavin Newsom (male per BTC).

Da qui Kendrick vede 2 possibili esiti:

• Biden rimane in corsa e, dati i prezzi di mercato, si prevede che perderà contro Trump (buono per BTC);

• Biden esce dalla corsa e il nuovo arrivato potrà avere più possibilità di battere Trump rispetto a lui (male per BTC).

La buona notizia è che non dovremo aspettare molto per avere la risposta: la data chiave è il 4 agosto, data in cui la legge dell'Ohio prevede la registrazione dei candidati presidenziali. Quindi se Biden sarà ancora il candidato democratico dopo questa data, lo sarà ancora nella prima settimana di novembre.

Andando avanti ciò che gli analisti di Standard Chartered si aspettano di vedere è quanto segue:

Molto probabile (90%): a fine luglio sarà chiaro che Biden sarà il candidato a correre per la presidenza e le probabilità di vittoria di Trump aumenteranno ulteriormente. BTC si muoverà più in alto. È probabile un nuovo record in agosto, poi $100.000 entro il giorno delle elezioni americane;

Meno probabile (10%): a fine luglio Biden si farà da parte, i prezzi di BTC scenderanno a $50-55.000. Se il nuovo candidato democratico sarà molto credibile (Michelle Obama), i prezzi di BTC rimarranno bassi. In caso contrario, sarà una fantastica opportunità di acquisto. I prezzi di BTC andranno a $100.000 entro il giorno delle elezioni statunitensi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 24 luglio 2024

La follia dell'Impero e l'albatross del debito

 

 

di David Stockman

Come è accaduto con Roma, l'Impero sta mandando in bancarotta l'America. Il costo fiscale reale del bilancio della sicurezza nazionale supera ora i $1.300 miliardi l'anno (se si contano anche le spese per i veterani, le operazioni internazionali e gli aiuti), ma non esiste che possano essere in qualche modo ripagati.

Questo perché i 78 milioni di baby boomer sono al posto di comando della politica americana: non permetteranno che lo stato sociale da $3.500 miliardi l'anno venga tagliato. Allo stesso tempo Washington è diventata la Capitale Mondiale della Guerra dove l'Unipartito insediato ritiene che le gigantesche rivendicazioni fiscali dello settore militare non siano negoziabili.

Il bilancio federale è praticamente diretto verso l'abisso. Con i tassi d'interesse che finalmente si stanno normalizzando e il debito si accumula a un ritmo superiore alla crescita nominale del PIL, i costi degli interessi sul debito pubblico schizzeranno alle stelle.

Le prospettive sono così tetre che il CBO non si azzarda a pubblicare i numeri al ungo termine riguardo il debito. Invece tenta di mascherare questa catastrofe mostrando i numeri in termini di “% del PIL” senza pubblicare le cifre di quest'ultimo.

Ciononostante ci sono tutte le cifre per ricavarseli e salta fuori che il CBO nelle sue ultime letture ha proiettato un PIL nominale in crescita del 3.8% l'anno per 30 anni. Ciò significa $85.000 miliardi entro il 2054; e se si applica la cifra del 172% del PIL al debito pubblico, il risultato è $146.000 miliardi!

Non è un errore di battitura. In base allo scenario roseo del CBO per i prossimi tre decenni la linea di politica fiscale partorirà un debito talmente grande che la cifra non viene nemmeno pubblicata nei documenti ufficiali. Ciò significa, a sua volta, che l'America sta volando verso una spesa per interessi di $7.500 miliardi l'anno in base all'attuale rendimento medio sulla curva del debito statunitense.

Il CBO proietta che il debito pubblico raggiungerà i $146.000 miliardi entro la metà di questo secolo

Sfortunatamente la generazione che ha marciato sul Pentagono nel 1968 protestando contro la Guerra in Vietnam di Lyndon Johnson ha da tempo abbandonato la causa della pace. In questo modo i baby boomer hanno permesso al settore militare di crescere indisturbato, soprattutto da quando gli Stati Uniti sono diventati la sola superpotenza dopo che l'Unione Sovietica è finita nella pattumiera della storia nel 1991.

Ciononostante c'è una ragione per cui la fine della guerra dei 77 anni non permise al mondo di ritornare allo status quo pre-1914 dove regnavano una pace relativa e una prosperità mondiale alimentata dal capitalismo: l'ideologia dell'eccezionalismo americano e della Nazione Indispensabile.

Di conseguenza la missione di Washington era diventata quella di diventare un egemone mondiale. Si trasformò, sotto la presidenza di Bush e Clinton, nella Capitale Mondiale della Guerra e diede vita a tutta una serie di think tank, organizzazioni non governative, agenzia di consulenza, “agenzie legali” e lobby di tutte le specie. Ed è stata l'idea della Nazione Indispensabile che ha fornito il collante alla classe politica affinché appiccicasse a Washington l'etichetta dell'Impero e trasferisse quante più risorse fiscali al settore militare.

Inutile dire che l'Impero è una cosa terribile perché diventa la salute dello stato e l'acerrimo nemico della prosperità capitalistica e delle libertà costituzionali.

Cresce e si metastatizza abbandonando le verità repubblicane del non intervento all'estero e del commercio pacifico con tutte le nazioni del mondo, abbracciando invece il ruolo auto-insignito di Egemone Mondiale. Piuttosto che badare alla difesa interna, la linea di politica dell'Impero è quella di un ficcanaso imperiale, egemone militare e applicatore brutale di sanzioni, capricci, linee rosse e stati canaglia.

Non c'è niente di più emblematico del tradimento del non interventismo repubblicano di quello che succede oggi: la guerra per procura dell'Ucraina contro la Russia, vari cambi di regime falliti in Medio Oriente, la campagna ventennale fallimentare e sanguinosa in Afghanistan, la Settima Flotta statunitense che si intromette nel Mare cinese meridionale e, soprattutto, l'infinita ossessione di Washington nei confronti dell'Iran.

Per quanto riguarda quest'ultimo, non c'è assolutamente nessun motivo per cui l'Impero debba continuamente tenerlo nel mirino. Il proverbiale marziano che ci guarda dall'alto rimarrebbe perplesso riguardo al motivo per cui Washington vuole sempre attaccare briga contro i governanti puritani e totalitari dell'Iran, ma in fin dei conti innocui a livello geopolitico.

Dopo tutto l'Iran non ha violato il patto nucleare del 2014 agli occhi di una qualsiasi autorità affidabile – per giunta anche agli occhi della CIA. Né questo stesso consenso di istituzioni ritiene che abbia mai avuto un programma di ricerca sull'armamento nucleare sin al 2003.

Allo stesso modo il suo PIL modesto da $410 miliardi è uguale a soli cinque giorni di spesa statunitense, quindi sarebbe arduo considerarla una piattaforma industriale da cui i suoi teocrati possano plausibilmente minacciare l'America.

Né il suo minuscolo bilancio militare da $10 miliardi, che ammonta a soli quattro giorni di spese del Dipartimento della Difesa, può infliggere un qualsiasi danno ai cittadini americani.

Infatti l'Iran non ha una marina che può operare fuori dal Golfo Persico; i suoi aerei da combattimento possono a malapena raggiungere Roma senza fare rifornimento; il suo arsenale di missili difensivi a medio raggio non possono colpire la maggior parte dei membri della NATO, figuriamoci il continente Nord americano.

La risposta al proverbiale marziano è che l'Iran non è affatto una minaccia militare alla sicurezza dell'America. La sua demonizzazione, quindi, deriva dall'egemonia di Washington: non può avere una linea di politica estera indipendente e quindi stringere alleanze con la Siria, il partito politico di spicco libanese (Hezbollah), le autorità che governano Baghdad e gli Houthi in Yemen.

Tutti questi regimi, a eccezione dello stato pupazzo dell'Iraq, sono considerati da Washington come la fonte della proverbiale “instabilità regionale” e l'alleanza dell'Iran con essi è stata etichettata come un atto di sponsorizzazione del terrorismo.

Lo stesso discorso vale per il modesto arsenale di missili balistici a breve e medio raggio dell'Iran. Queste armi sono per autodifesa, ma Washington insiste sul fatto che siano per aggredire – salvo ignorare qualsiasi altro caso simile in cui altre nazioni sono clienti dei mercanti di armi statunitensi.

Per esempio, l'acerrimo nemico dell'Iran nel Golfo Persico, l'Arabia Saudita, ha una scorta cospicua di missili balistici forniti dalla NATO con percorribilità superiori (2600 km). Lo stesso vale per Israele, Pakistan, India e un'altra mezza dozzina di altre nazioni che sono o alleate di Washington oppure hanno ricevuto un lasciapassare dagli Stati Uniti per esportare armi.

In breve, l’incessante guerra economica e la pressione politica, diplomatica e militare di Washington sull’Iran è un esercizio di egemonia mondiale, non di autodifesa territoriale della propria patria. È una testimonianza del modo in cui la nozione storica di difesa nazionale si è trasformata nell'arrogante affermazione di Washington di costituire una “Nazione Indispensabile” che presumibilmente si erge come baluardo dell'umanità contro il disordine mondiale tra le nazioni.

Inutile dire che l’Iran è solo un tipico esempio di questo concetto in azione, ci sono anche altri punti caldi che non sono altro che esercitazioni dell’aggressione egemonica che ne deriva inesorabilmente.

Washington ha alimentato la carneficina ucraina sponsorizzando, finanziando e riconoscendo il colpo di stato del febbraio 2014 che rovesciò un governo favorevole alla Russia, sostituendolo con uno nazionalista e aspramente antagonista alla Russia. E lo ha fatto per la ragione più superficiale e storicamente ignorante che si possa immaginare: opporsi alla decisione del precedente governo ucraino alla fine del 2013 di allinearsi economicamente e politicamente con il suo storico egemone Mosca piuttosto che con l’UE e la NATO. Eppure il governo ucraino, giustamente eletto e costituzionalmente legittimo allora guidato da Viktor Yanukovich, aveva intrapreso quella strada principalmente perché aveva ottenuto da Mosca un accordo migliore di quello richiesto dagli artisti della tortura fiscale dell'FMI.

Inutile dire che il conseguente colpo di stato, sponsorizzato dagli Stati Uniti, scaturito dalla folla nelle strade di Kiev nel febbraio 2014, ha riaperto profonde ferite nazionali. L’aspro divario dell’Ucraina tra i russofoni nell’Est e sulla sponda del Mar Nero e i nazionalisti ucraini nel centro e nell’Ovest risale al brutale controllo di Stalin in Ucraina durante gli anni ’30 e alla collusione ucraina con la Wehrmacht di Hitler nel suo cammino verso Stalingrado.

È stato proprio il ricordo di quest’ultimo incubo, infatti, a innescare nel marzo 2014 lo scoppio, alimentato poi dalla paura, del separatismo russo nel Donbass e dal voto referendario del 96% in Crimea per riaffiliarsi formalmente alla madre Russia.

In questo contesto anche una vaga familiarità con la storia e la geografia russa ricorderebbe che l’Ucraina e la Crimea sono affari di Mosca, non di Washington.

In primo luogo, in Ucraina non c’è nulla di importante in gioco. Negli ultimi 700 anni è stato un insieme tortuoso di confini alla ricerca di un Paese.

Infatti gli intervalli in cui l’Ucraina è esistita come nazione indipendente sono stati pochi e rari. I suoi governanti, piccoli potentati e politici corrotti, facevano accordi o si arrendevano a ogni potere esterno che si presentava alla loro porta.

Questi includevano, tra gli altri, lituani, turchi, polacchi, austriaci, moscoviti e zar. Infatti nei tempi moderni l’Ucraina è stata parte integrante della Madre Russia, fungendo da granaio e crogiolo di ferro e acciaio sotto zar e commissari sovietici. Considerata questa storia, l’idea che l’Ucraina dovesse essere indotta ad aderire alla NATO era semplicemente folle.

Il territorio presumibilmente “occupato” della Crimea fu in realtà acquistato dagli Ottomani da Caterina la Grande nel 1783, soddisfacendo così la lunga ricerca degli zar russi per uno sbocco sui mari meridionali. Nel corso dei secoli Sebastopoli è diventata una grande base navale sulla punta strategica della penisola di Crimea, dove divenne sede della potente flotta degli zar e poi anche dell'Unione Sovietica.

Per i successivi 171 anni la Crimea fu parte integrante della Russia. Tal periodo che va finisce nel 1954 supera di gran lunga i 106 anni trascorsi da quando la California fu annessa a questo continente, fornendo così alla Marina degli Stati Uniti il ​​proprio porto a San Diego.

Sebbene nessuna forza straniera abbia successivamente invaso le coste della California, sicuramente non furono i fucili, l'artiglieria e il sangue ucraini e polacchi ad annientare la carica della brigata leggera nella città di Balaclava in Crimea nel 1854; i coraggiosi difensori erano russi che proteggevano la loro patria dagli invasori turchi, francesi e inglesi.

E il ritratto dell’“eroe” russo appeso nell’ufficio di Putin è quello dello zar Nicola I – il cui brutale regno trentennale ha portato l’Impero russo al suo apice storico. Eppure, nonostante la sua crudeltà, Nicola I è venerato nell’agiografia russa come il difensore della Crimea, anche se perse la guerra del 1850 contro ottomani ed europei.

In fin dei conti la sicurezza del suo storico porto in Crimea è la linea rossa della Russia, non quella di Washington. A differenza dei politici odierni a Washington, ignoranti quado si tratta di storia, anche l’indebolito Franklin Roosevelt sapeva di trovarsi nella Russia sovietica quando fece scalo nella città di Yalta, in Crimea, nel febbraio 1945.

Manovrando per consolidare il suo controllo sul Cremlino nella lotta per la successione a Stalin, Nikita Khrushchev cedette la Crimea ai suoi subalterni a Kiev.

La Crimea è diventata parte dell’Ucraina solo per volere di uno degli stati più crudeli e riprovevoli della storia umana – l’ex-Unione Sovietica:

Il 26 aprile 1954: il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell'URSS trasferisce l'oblast di Crimea dalla SFSR russa alla SSR ucraina [...] tenendo conto del carattere integrale dell'economia, della vicinanza territoriale e degli stretti legami economici e culturali tra la provincia di Crimea e la SSR ucraina [...].

Proprio così. Le accuse ipocrite e tendenziose di Washington contro il riassorbimento della Crimea da parte della Russia implicano che la mano del presidio sovietico dev'essere difesa a tutti i costi – come se la sicurezza del Nord Dakota dipendesse da questo!

Infatti il tumulto sulla “restituzione” della Crimea è un chiaro esempio dell’arroganza egemonica che ha preso il sopravvento sulla Washington imperiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991.

Dopotutto, durante i lunghi decenni della Guerra Fredda, l’Occidente non ha fatto nulla per liberare la “nazione prigioniera” dell’Ucraina – con o senza l’appendice della Crimea. Né ha tracciato alcuna linea rossa a metà degli anni ’90 quando un’Ucraina finanziariamente disperata ha restituito Sebastopoli e le ridotte strategiche della Crimea a una Russia altrettanto impoverita.

In breve, nell’era precedente all’acquisizione del nostro porto nel Pacifico nel 1848, e anche durante l’intervallo di 176 anni successivi, la sicurezza nazionale americana non è dipesa per nulla dallo status della Crimea, né da quello del resto dell’Ucraina. Che le popolazioni di lingua russa della Crimea, del Donbass e della zona del Mar Nero abbiano ora scelto la fedeltà a Mosca invece che ai ruffiani che hanno preso Kiev nel colpo di stato del 2014 è un’affare che riguarda solamente loro!

La verità è che quando si parla di Ucraina non c'è poi molto lì: i suoi confini si sono trasformati per secoli tra le tribù, i popoli, i potentati, i patriarchi e i pretendenti in lotta di una piccola regione, e non sono affari di Washington.

Tuttavia è stata la spinta aggressiva di Washington e della NATO negli affari interni dello storico vassallo della Russia, l’Ucraina, a portare avanti la demonizzazione di Putin. Allo stesso modo è la fonte della falsa affermazione secondo cui la Russia ha progetti aggressivi ed espansionistici nei confronti degli stati dell’ex-Patto di Varsavia nei Paesi Baltici, in Polonia e oltre.

Quest'ultima è una fabbricazione senza senso, sono stati i neoconservatori di Washington a schiacciare l’ultima parvenza di governo civile dell’Ucraina quando hanno consentito agli ultranazionalisti e ai cripto-nazisti di ottenere posizioni di governo dopo il colpo di stato nel febbraio 2014.

In un colpo solo quell'imperdonabile stupidità ha riaperto la sanguinosa storia moderna dell'Ucraina, la quale s'interruppe con il ripopolamento da parte di Stalin della regione orientale del Donbass con lavoratori russi “affidabili” dopo il genocidio dei kulak all'inizio degli anni '30.

Successivamente fu esacerbata dalla collaborazione su larga scala dei nazionalisti ucraini della Galizia e di altri territori occidentali con la Wehrmacht nazista. Insieme devastarono polacchi, ebrei, zingari e altri “indesiderabili” nel loro viaggio verso Stalingrado nel 1943. Successivamente seguì un’uguale e contraria ondata di barbare vendette mentre la vittoriosa Armata Rossa marciava di nuovo attraverso l’Ucraina nel suo cammino verso Berlino.

Quindi ci si potrebbe giustamente domandare: quale stupido non ha ancora capito che l'avvio del “cambio di regime” da parte di Washington a Kiev avrebbe riaperto tutta questa sanguinosa storia di conflitti settari e politici?

Inoltre una volta aperto il vaso di Pandora, perché è ancora così difficile capire che una spartizione totale dell’Ucraina con autonomia per il Donbass e la Crimea, o addirittura l’adesione allo stato russo da cui provenivano queste comunità, sarebbe una soluzione perfettamente ragionevole? Dopotutto questo è esattamente ciò che prevedeva l’accordo di Minsk II e ciò su cui Putin aveva concordato durante i negoziati del marzo 2022 a Istanbul – un accordo che avrebbe potuto evitare la successiva carneficina, ma che è stato sabotato da Boris Johnson.

Certamente ciò sarebbe stato di gran lunga preferibile piuttosto che trascinare tutta l’Europa nella follia delle attuali sanzioni anti-Putin e coinvolgere le fazioni ucraine in una guerra civile suicida. La presunta minaccia russa all’Europa, quindi, è stata fabbricata dalla Washington imperiale, non nel Cremlino.

Ancora più orribili sono le provocazioni e le manovre della Settima Flotta nel Mar Cinese Meridionale. Qualunque cosa stiano facendo su quegli isolotti artificiali non costituisce una minaccia per la sicurezza dell’America, né vi è alcuna ragione plausibile per credere che sia una minaccia anche per il commercio globale.

Dopotutto sono le economie mercantiliste della Cina e dell’Asia orientale a crollare quasi istantaneamente se Pechino tentasse d'interrompere il commercio mondiale: sono i $3.500 miliardi di guadagni in valuta forte derivanti dalle sue esportazioni che impediscono allo Schema Rosso di Ponzi di crollare.

Inutile dire che nessuno di questi interventi era nemmeno immaginabile nella sonnolenta città di Washington appena 110 anni fa. Ma si tratta di un’evoluzione funesta dalla capitale di una Repubblica focalizzata su un Impero mobilitato a livello globale, nato in ultima analisi dall’eresia della Nazione Indispensabile.

Infatti finché la Washington imperiale continuerà le sue varie missioni autoproclamate di stabilizzazione, mantenimento della pace, punizione, attacco, occupazione, sanzionamento e altre manovre egemoniche, non c’è alcuna possibilità che i conti fiscali americani possano essere salvati.

La follia della Nazione Indispensabile incombe, quindi, sull’edificio marcio del debito pubblico/privato americano da $98.000 miliardi, come una moderna Spada di Damocle.

Ma l’Impero è una malattia corrosiva per il governo democratico: alla fine metastatizza in arroganza imperiale, esagerazione e prepotenza; cade preda del dominio di bellicosi guerrafondai e teppisti come John Bolton e Mike Pompeo dal lato repubblicano e Antony Blinken e Jake Sullivan dal lato democratico.

Nel caso presente è la prima coppia che ha sfruttato l’ignoranza di Trump sull’accordo sul nucleare iraniano: è stata la loro polemica imperiale contro il diritto legittimo dell'Iran come nazione sovrana alla propria politica estera che gli ha dato la copertura per reimporre il massimo delle sanzioni, costringendo di fatto Teheran ad un atto di guerra. Mentre la seconda coppia non ha avuto il coraggio d'invertire gli errori commessi dai guerrafondai della precedente amministrazione.

Sì, l’establishment considera le sanzioni economiche una sorta di strumento benevolo al soldo di una sorta di diplomazia illuminata – la proverbiale carota che impedisce il ricorso al bastone; ma queste sono solo chiacchiere ipocrite.

Quando si perseguitano i porti del pianeta tentando di bloccare le vendite di petrolio dell’Iran, che sono la sua principale e vitale fonte di valuta estera, o di interrompere l’accesso da parte della sua banca centrale al sistema globale di saldo monetario noto come SWIFT, o si fanno pressioni politiche per fermare tutti gli investimenti e il commercio nei confronti dell'Iran – stiamo parlando di atti di aggressione tanto minacciosi e dannosi quanto un attacco missilistico.

O almeno una volta s'intendeva così. Nel 1960 il grande Dwight Eisenhower accettò con (molta) riluttanza di mentire sull'aereo U-2 di Gary Power quando i sovietici lo abbatterono e catturarono vivo il pilota della CIA.

Ma Ike lo fece perché era abbastanza antiquato da credere che anche penetrare nello spazio aereo di un nemico senza permesso fosse un atto di guerra. E questo non era nelle sue intenzioni, nonostante il programma di sorveglianza della CIA.

Oggi, al contrario, Washington invade con alacrità lo spazio economico di decine di nazioni straniere. Infatti l’Office of Foreign Asset Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti elenca con orgoglio 30 diversi programmi di sanzioni, inclusi quelli su Bielorussia, Burundi, Cuba, Congo, Libia, Somalia, Sudan, Venezuela, Yemen e Zimbabwe, insieme ai programmi più visibili contro i presunti malfattori di Iran, Russia e Corea del Nord.

Anche queste sono le impronte dell’Impero, non le misure di difesa della patria adatte ad una Repubblica in cerca di pace. Quest’ultima costerebbe circa $400 miliardi all’anno e farebbe affidamento su una capacità nucleare già costruita e pagata per la deterrenza, e su una Marina e un’Aeronautica modeste per la protezione delle coste e dello spazio aereo della nazione.

L' eccesso di $500 miliardi nell'attuale bilancio della difesa da $900 miliardi è il costo dell'Impero; è il peso fiscale schiacciante che deriva dalla follia della Nazione Indispensabile e dal suo presupposto disastrosamente sbagliato secondo cui il pianeta sarebbe precipitato nel caos senza gli interventi dell’Impero americano.

Inutile dire che non crediamo che il pianeta sia incline al caos in assenza delle cure di Washington. Dopotutto i dati storici dal Vietnam all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia, alla Siria e all’Iran suggeriscono esattamente il contrario.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 23 luglio 2024

Pericolo! L'antisemitismo potrebbe continuare a diffondersi

 

 

di Barry Brownstein

Cerchiamo di diffidare della narrativa rassicurante che minimizza la gravità del crescente antisemitismo: la convinzione che l’odio verso gli ebrei diminuirà una volta conclusa la guerra tra Israele e Hamas potrebbe essere fuorviante.

Nella mia vita quotidiana l’antisemitismo è ancora una cosa del passato. Non è così nei campus universitari e in alcune città. Come Elon Musk sono scioccato dalla denuncia del dilagante odio verso gli ebrei.

Lo scorso novembre, quando il nostro agricoltore di fiducia stava chiudendo la stagione, ci ha chiesto informazioni sui nostri programmi per le vacanze. È rimasto a bocca aperta quando mia moglie ha menzionato la celebrazione di Hanukkah e del Natale. Incuriosito, ha chiesto: “Chi di voi è ebreo?” Conosciamo questo agricoltore da trent'anni e la domanda non si era mai posta. Perché proprio in quel momento? È un uomo onesto e laborioso, che non presta attenzione alle caratteristiche superficiali dei suoi clienti.

L'economia di mercato premia chi dimostra una genuina empatia verso questi ultimi; infatti gli imprenditori empatici possono mettersi nei panni dei propri clienti e considerare come servirli al meglio. Il processo di mercato, sostenuto dallo stato di diritto, facilita l’empatia e il rispetto per gli altri e una società pacifica e prospera.

Allora perché dico che l’antisemitismo probabilmente crescerà? Quanto più siamo lontani dai legami e dagli affetti creati dal commercio, tanto più le nostre menti saranno occupate dallo spazio per l’odio primitivo.

Gli intellettuali che insegnano una miscela tossica di politica dell’identità, teoria critica della razza e marxismo hanno preso il controllo delle istituzioni educative e di altro tipo. In alcune classi K-12 vengono insegnati “Studi etnici liberatori” che fanno uso di “modelli liberatori basati su marxismo e maoismo”. Ciò che Helen Pluckrose e James Lindsay chiamano il “sistema delle caste di giustizia sociale” etichetta gli ebrei come oppressori a causa del loro successo economico.

Nel libro Marxism, Thomas Sowell sottolinea che Marx viveva come un intellettuale senza alcuna “responsabilità” per il suo sostentamento e per le “conseguenze sociali” della sua “visione”. Sowell spiega che “gli intellettuali di oggi vivono in una sorta di isolamento dalle conseguenze dell'errore, qualcosa di cui non gode nessun uomo d'affari, capo militare, ingegnere, o addirittura allenatore atletico”.

Nel suo libro Intellectuals, il defunto Paul Johnson descrive Marx come un uomo con un “atteggiamento infantile” che “prendeva in prestito denaro, lo spendeva e poi era invariabilmente stupito e arrabbiato quando arrivavano a scadenza i conti più gli interessi”.

Marx era un odiatore accanito che “si risentiva per la più piccola critica” ed era soggetto a “enormi scoppi di rabbia. Al centro della sua rabbia e frustrazione, e forse alla base del suo odio per il sistema capitalista, c’era la sua grottesca incompetenza nel maneggiare il denaro”. Johnson ci informa che alla madre di Marx “è attribuito l’amaro desiderio che ‘Karl accumulasse capitale invece di limitarsi a scriverne’”.

Le fantasie di Marx sugli ebrei e sui capitalisti che sfruttavano gli altri erano una proiezione del suo stesso sfruttamento nei confronti della sua di famiglia. La proiezione si verifica quando cerchiamo di scagliare i nostri fallimenti morali e la spazzatura psicologica sugli altri.

Marx era bloccato in una tale proiezione. Rifiutandosi di “intraprendere una carriera”, Marx perseguitava la sua famiglia in cerca di “elemosina”. Abituato a saccheggiarla, Marx vedeva il proprio comportamento negli altri, scrivendo che c’è sempre “una manciata di ebrei da cui frugare nelle tasche”.

Nel libro Sulla questione ebraica, Marx scriveva: “Qual è la religione mondana dell’ebreo? Mercanteggiare. Qual è il suo Dio terreno? [...] Il denaro è il dio geloso di Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere”.

Di Marx, Johnson scrive: “Tutta la sua teoria della classe è radicata nell’antisemitismo”.

Nel suo romanzo, Life and Fate, Vasily Grossman osservava che l’antisemitismo era uno “specchio dei fallimenti degli individui. Ditemi di cosa accusate gli ebrei e vi dirò di cosa siete colpevoli”.

Gli antisemiti ritraggono gli ebrei nei modi più mostruosi, perché vederl come vili giustifica i loro stessi fallimenti.

Marx non era solo un odiatore degli ebrei, era un odiatore e basta. Il suo antisemitismo faceva parte di un modello più ampio.

In The Road to Serfdom F. A. Hayek sottolinea che Marx espresse opinioni sui cechi e sui polacchi successivamente espresse dai nazisti. Marx scrisse dei Balcani che avevano “la sfortuna di essere abitati da un conglomerato di razze e nazionalità diverse, di cui è difficile dire quale sia la meno adatta al progresso e alla civiltà”.

Hayek esplorò il motivo per cui “il nemico, sia esso interno, come l’”ebreo” o il “kulak”, o esterno, è un requisito indispensabile nell’armeria di un leader totalitario”. In Germania e in Austria, scrisse Hayek, “l’ebreo era arrivato a essere considerato il rappresentante del capitalismo”.

Marx scrisse che “ogni tiranno è sostenuto da un ebreo”. Invertì causa ed effetto: i tiranni devono opprimere gli ebrei.

Hayek inoltre scrisse: “Sembra quasi una legge della natura umana che sia più facile per le persone mettersi d’accordo su un programma negativo – sull’odio di un nemico, sull’invidia di chi sta meglio – che su qualsiasi compito positivo”. L'odio per il capitalismo o l'odio per gli ebrei, per chi ha bisogno di odiare, è la stessa cosa.

Hayek aggiunse: “Il contrasto tra il 'noi' e il 'loro', la lotta comune contro coloro che sono al di fuori del gruppo, è un ingrediente essenziale in qualsiasi credo che unisce solidamente un gruppo verso un'azione comune”.

Coloro che non vogliono assumersi la responsabilità delle proprie scelte gravitano attorno a movimenti di massa che promettono di alleviare le conseguenze delle loro decisioni sbagliate. Dovrebbe sorprendere che le idee marxiste abbiano contribuito ad alimentare il comunismo, uno dei movimenti di massa più distruttivi della storia?

Dovremmo sorprenderci che l’attuale esplosione di antisemitismo si concentri nei campus universitari dove il sentimento anticapitalista è la norma?

Oggi il pensiero “noi” e “loro” è parte integrante della vita nei nei campus universitari. Si presume che se non riuscite a combinare niente nella vostra vita è perché “loro” vi hanno fermato. Dal punto di vista storico gli ebrei si sono ritrovati tragicamente costretti a ricoprire il ruolo ingiustificato di “loro”.

Oggi i professori e gli amministratori universitari evitano che gli studenti siano esposti a idee diverse dalle loro. Marx non volle mai affrontare le conseguenze della sua scarsa intelligenza emotiva e morale. Quanti studenti universitari, come Marx, non vogliono affrontare la loro scarsa intelligenza emotiva e morale?

Le forze illiberali hanno sempre bisogno di un “loro”. Anche nei Paesi senza popolazione ebraica, gli ebrei sono ancora “loro”. Ayaan Hirsi Ali è cresciuta in Somalia dove non c'erano ebrei, ma come ha spiegato al Wall Street Journal:

Quando ero piccola, mia mamma perdeva spesso la pazienza con mio fratello, con il droghiere o con un vicino. Urlava o imprecava sottovoce “Yahud!”, seguito da una descrizione dell'ostilità, dell'ignominia, o del comportamento spregevole del soggetto della sua ira. Non era solo mia madre; gli adulti intorno a me esclamavano “Yahud!”, il modo in cui gli americani usano la parola che inizia con la F. Mi fecero capire che gli ebrei – Yahud – erano tutti cattivi. Nessuno si prendeva la briga di costruire un quadro razionale attorno all’idea – cosa difficilmente necessaria, dal momento che non c’erano ebrei in giro.

La Somalia è una società chiusa e le società chiuse sono destinate al fallimento finché non emerge um’indagine critica dall’interno.

Gli studenti attraversano il sistema educativo addestrati ad avere menti chiuse piuttosto che a esplorare le idee. Il fallimento è una certezza quando queste ultime non vengono messe in discussione, e deve esserci un “loro” da incolpare per il fallimento. Per gli antisemiti e gli anticapitalisti, gli ebrei sono oggetto condiviso di odio. Gli ebrei vengono usati per rendere conto dei piani falliti generati da idee imperfette. Finché programmi illiberali domineranno i nostri sistemi educativi, entrambi gli odi non potranno far altro che crescere.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 22 luglio 2024

Chi governa gli Stati Uniti?

 

 

di Daniel Greenfield

Le elezioni presidenziali del 2016 si sarebbero dovute disputare tra due candidati, ovvero, Jeb Bush e Hillary Clinton, i cui “turni” erano arrivati.

E poi Donald Trump è sceso da una scala mobile, ha preso il suo “turno” e da allora l'establishment non è più stato lo stesso, proprio perché era il loro di “turno”.

Nel 2020 è stato il “turno” di Joe Biden, un uomo la cui unica credenziale politica era quella di essere rimasto in giro abbastanza a lungo da restare fedele a cose come il Senato e la Vicepresidenza.

Ora, nel 2024, è di nuovo il “turno” di Joe Biden. Nessuno nel suo partito aveva l'impressione che fosse il miglior candidato, il miglior attivista o il miglior presidente, ma dannazione, era il suo di “turno”.

E ora i democratici sono nel panico perché il candidato che sta prendendo il suo “turno” in realtà sta implodendo.

Il crollo pubblico di Biden ha spaventato i democratici, ma non hanno ancora una risposta su come fermare il disastro che tutti gli altri potevano vedere arrivare da chilometri di distanza; e non esiste una buona strategia se non quella di convincere i leader del partito a confrontarsi con il loro candidato e chiedergli di dimettersi. Ma come si fa a togliere il “turno” a Biden quando esso rappresenta la cosa più sacra in politica?

Non è un problema esclusivamente democratico. Il Partito repubblicano mise Bob Dole contro Bill Clinton e John McCain contro Barack Obama, perché era il loro “turno”; lasciarono che Mitt Romney si scontrasse con Obama una seconda volta perché era il suo “turno” e dopo che i repubblicani persero due elezioni presidenziali consecutive, perché presentavano candidati dell’establishment al loro “turno”, gli elettori ne erano così stufi che fecero quello che non avrebbero mai fatto prima e scelsero Trump.

Perché, infatti, non era il suo di “turno”.

La politica del “turno” è quella che continua a imperare.

I candidati alla presidenza concorrono perché hanno le reti più grandi di colleghi politici, donatori e attivisti di partito. È come se la Major League di Baseball favorisse i giocatori sulla base dell'anzianità e della loro capacità di creare reti, non sulla base di quanto bene sanno lanciare o colpire.

Ma a differenza dello sport, la politica non è una meritocrazia, non è nemmeno una democrazia, è un'oligarchia.

Gli elettori pensano con presunzione alle elezioni come a una grande competizione politica, ma è come giudicare le aziende in base ai discorsi principali dei loro amministratori delegati. Le elezioni sono la parte meno importante della politica, tutti gli aspetti veramente importanti si svolgono a porte chiuse. Ciò che fanno i politici non è candidarsi, ma creare reti, stringere accordi e pianificare la propria carriera.

Tale rete, che a volte chiamiamo con nomi del tutto inadeguati come “establishment” o “addetti ai lavori”, è la ragione per cui Biden è di nuovo attivo nel 2024: perché non è possibile liberarsene.

Le persone che pensano ingenuamente che Obama stia segretamente guidando l’amministrazione Biden non capiscono suddetta rete o come funziona. Obama affrontò Hillary quando fu il suo “turno” nel 2008, vinse e strinse un accordo che avrebbe spostato la rete democratica più a sinistra. Fece di nuovo la stessa cosa nel 2020 coinvolgendo la gente di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren in modo che l’amministrazione Biden fosse ancora più radicale ed estrema della sua.

Ma da dove viene Obama? Proviene da quella rete di attivisti radicali, donatori e personale governativo che ora governa il Paese. Obama non è un genio o un uomo brillante, è solamente un avvocato come tanti e per giunta poco originale; uno delle decine di migliaia usciti dalla Ivy League che si uniscono al lato politico della rete e che vogliono massimizzare le proprie ambizioni.

E le reti di sinistra gli hanno dato l’opportunità di farlo in cambio di una diffusione più profonda del Partito Democratico nel governo e nel Paese. E poi è arrivato il suo “turno”.

Obama non voleva che Biden gli succedesse. Lo scartò a favore di Hillary, e poi cercò di portare un candidato a sorpresa contro di lui nel 2020. Ma alcune cose sono sacre e nemmeno Obama, soprattutto una volta uscito dalla Casa Bianca, potrebbe togliere il “turno” a Biden due volte.

Ma, a dirla tutta, non è proprio il “turno” di Biden: è il turno degli strateghi, dei lobbisti, dei membri dello staff, dei donatori, degli alleati e delle figure più nebulose conosciute come “ammanicati” che hanno accumulato potere nel corso degli anni. Hanno investito nel suo successo, ne vogliono trarre profitto e non si arrenderanno facilmente.

Cercare di sostituire Biden con Gavin Newsom (a parte le questioni legali e logistiche) sarebbe uno scontro tra due reti che richiederebbe o attente trattative o una vera e propria guerra civile. Questa è una cosa che si fa sempre con i principali rivali che difatti diventano vicepresidenti o membri del gabinetto, ma sostituire un presidente in carica che ha anche vinto la nomina e ha raccolto/speso un'enorme fortuna richiederebbe un livello di trattative delicate come quelle necessarie a portare la pace in una guerra civile africana.

Soprattutto se quel presidente è instabile, incline ad attacchi di rabbia ed è isolato dagli stessi alleati politici la cui ricchezza e potere dipendono dalla vittoria di Biden per un secondo mandato.

Non si tratta solo di Jill e Hunter Biden: Joe Biden ha decine di migliaia di bocche politiche da sfamare. È stato raccolto denaro, promessi favori, la gente ha acquistato case nelle comunità dormitorio di Washington, i lobbisti si sono assicurati grossi contratti e i donatori hanno aperto i loro portafogli.

Sostituire Biden con un altro candidato sconvolgerebbe gran parte di Washington, manderebbe in fumo decine di miliardi di dollari e creerebbe una massiccia instabilità in questa corrotta economia locale. Gran parte di Washington preferirebbe affrontare la tempesta (dal momento che una nuova campagna elettorale richiederà tanti soldi quanti quelli già spesi) e preservare l'integrità delle reti e i giuramenti legati al mignolo che consentono agli “interessi speciali” di acquistare influenza.

Questo è ciò che significa veramente “è il suo turno”.

Non è impossibile per i democratici sostituire Biden, ma nonostante tutto l’allarmismo su Trump, che è il loro unico slogan elettorale, nessuno di loro lo vede come una minaccia esistenziale sufficiente a sconvolgere uno stile di vita politico che ha permesso a un truffatore mediocre come Biden di arrivare fin qui.

Le persone che non capiscono tutto ciò erano sconcertate dal fatto che Biden si sarebbe candidato e che avrebbe ottenuto la nomination. Dopo l'ultimo dibattito, gran parte del partito si è lasciato prendere dal panico e gli outsider hanno pensato che Biden sarebbe stato scaricato. La verità è che i democratici vorrebbero poterlo fare.

La corruzione del “turno” minaccia ancora una volta la sopravvivenza del partito e tuttavia non riescono a staccarsene perché i partiti sono veicoli di carrierismo e denaro.

Le reti attorno ai politici costruiscono carriere e muovono denaro, e tali reti governano il Paese.

Quando le persone si sono domandate “chi governa il Paese” dopo il dibattito Trump-Biden, la risposta è che sono le stesse persone che l'hanno sempre governato, ovvero, il circolo di insider a Washington.

I politici in uno stato di evidente declino mentale come Biden, o la senatrice Dianne Feinstein, che continuano a presentare bozze di legge, approvarle, twittare ed esprimere opinioni forti su questioni nei loro comunicati stampa non sono aberrazioni, sono sintomi di un problema molto più grande.

Non solo Biden, ma molti, se non la maggior parte, dei funzionari eletti sono prestanome che esistono per mediare accordi favorevoli tra le loro reti di donatori e membri dello staff, quelle di altri funzionari eletti e quelle della burocrazia che fanno la politica nell'effettivo. La porta girevole tra dipendenti, personale, incaricati e lobbisti che si spostano tra amministrazioni, uffici, consigli di amministrazione, aziende, think tank e aziende governative è la vera forza che governa il Paese. I politici fanno la loro parte, incontrandosi, salutando e approvando ciò che viene detto loro sarà positivo per la loro carriera all'interno delle reti di cui fanno parte. In breve, sono dei semplici addetti alle relazioni pubbliche.

E se accumulano abbastanza cachet, un giorno toccherà anche a loro “il turno” di essere al vertice.

Ecco perché i democratici non riescono a risolvere la grana Biden: il problema non è il declino di un uomo, ma una crisi sistemica. Biden incarna ciò che i democratici, il sistema e la politica sono realmente) e, sebbene sostituirlo potrebbe risolvere il problema nell'immediato, non aggiusterà l'intero sistema.

Biden è un test di quanto il sistema sia disposto a rischiare e quanto è alta l’implosione pubblica che è disposto a tollerare per proteggere il sacro diritto del “turno”. I democratici lasceranno cadere il loro partito per proteggere il sistema? Continueranno a mentire ai loro elettori e ai loro donatori? I media generalisti, che per breve tempo si sono allontanati dalle bugie dopo il dibattito, riprenderanno a sostenere la truffa?

Altri “Biden”, alcuni anziani, confusi e inetti come Joe, altri di mezza età, confusi e inetti come Kamala, e alcuni addirittura giovani, confusi e inetti come Alexandra Ocasio Cortez, riempiono il sistema perché è così che funziona. Non è una meritocrazia che eleva i migliori, una democrazia scelta dal popolo, ma un'oligarchia che gestisce il sistema ed è anche IL sistema.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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venerdì 19 luglio 2024

Una crisi prevedibile e prevista

 

 

di Francesco Simoncelli

I leader militari sono spesso degli invasati, così come i leader civili, e quando si riuniscono ciò che segue è un disastro. L'Unione Europea continua ad avanzare verso quella che promette di essere la crisi più attesa e più facilmente evitabile della sua storia. Se prendiamo come esempio l'Italia, essa ha un debito pubblico invalidante e – date le previsioni attuali – continuerà a crescere fagocitando tutti quegli altri settori che finora l'hanno reso, non senza difficoltà, sopportabile. Nessuna nazione è mai sopravvissuta a un carico di debito così enorme – non senza bancarotte, depressione, grave inflazione, sommosse popolari, o guerre… a volte tutte queste cose. Infatti secondo le ultime notizie c'è bisogno dell'intervento di ulteriore finanza creativa per permettere alle cose di non scollarsi improvvisamente, soprattutto per mantenere un paravento di sostenibilità agli occhi del mondo. Malgrado ciò basta poco per far crollare questo castello di carte, in particolar modo nelle condizioni di stress finanziario di oggi. Quanto detto, quindi, è il motivo per cui l'Unione Europea non farà eccezione.


IL COMPLESSO MILITARE-INDUTRIALE-MEDIATICO

Heinz Guderian inventò il Blitzkrieg: l'uso di carri armati senza supporto di fanteria per interrompere le comunicazioni dei nemici e creare panico tra le truppe. Nacque in quella che oggi è conosciuta come Chelmno, in Polonia, ma quando venne al mondo era territorio prussiano e i prussiani l'avevano conquistata secoli prima. Duri a morire, intelligenti, erano la spina dorsale degli ufficiali della Wehrmacht ed erano anche quelli che avevano più da perdere nella guerra di Hitler contro i sovietici.

La famiglia di Guderian perse la sua casa quando la Polonia riprese il controllo dell’area dopo la prima guerra mondiale, poi, nel 1939, prese il comando del 19° corpo d’armata, guidò un’offensiva in Polonia e “liberò” la sua casa d’infanzia. Sin dalla nascita delle società civilizzate, uno dei problemi principali è stato come tenere sotto controllo persone come Heinz Guderian. Per definizione le (nostre) società civili preferiscono risolvere i propri affari senza violenza; si basano su “regole consensuali”, non sulla forza bruta. Le persone concordano su quali leggi e regolamenti seguire: guidano a destra, o a sinistra; le donne possono apparire in pubblico senza velo, oppure no; votano per i loro leader, oppure no, ecc. Gli eserciti hanno lo scopo di proiettare violenza, non la civiltà. Sono i muscoli dello stato, ci si aspetta che uccidano o siano uccisi per promuovere l’agenda del governo in carica. Ma nel mondo moderno le loro tendenze all’omicidio e al caos dovrebbero essere tenute sotto controllo dai leader civili.

Questo è ciò che non accadde nella Germania nazista. Il potere militare e quello civile si unirono nella persona di Adolf Hitler, che indossò un'uniforme nel settembre 1939 e fu così che il generale Heinz Guderian si ritrovò subordinato all'ex-caporale ora Fuhrer. Nel 1943 Hitler insistette affinché i suoi carri armati attaccassero i sovietici a Kursk. Guderian si oppose alla campagna e dopo mesi di preparazione ed esitazione c’erano poche speranze di successo. I sovietici avevano già i piani di battaglia dei tedeschi e si erano preparati: potevano lasciare che i tedeschi si esaurissero contro le loro difese, e poi, con più carri armati e più uomini di quelli che la Wehrmacht avrebbe potuto mettere in campo, avrebbero contrattaccato. E questo è quello che è successo.

A quel punto i nazisti stavano perdendo la guerra. Gli Alleati stavano avanzando attraverso la Sicilia e l'Italia vacillava, preparandosi a impiccare Mussolini e ad accogliere le truppe americane d'invasione. Le uniche vere domande erano quando e come sarebbe arrivata la fine. Hitler rappresentava chiaramente un ostacolo a qualsiasi soluzione decente, non solo con i suoi comandi militari dilettantistici, ma anche in termini di negoziati. Nel gennaio del 1943 Roosevelt annunciò che gli Alleati avrebbero accettato solo una “resa incondizionata”. Tuttavia se la Germania si fosse sbarazzata del Fuhrer, avesse riportato le sue truppe in Germania e avesse promesso di non scendere mai più sul sentiero di guerra, forse sarebbe stato possibile evitare la resa totale e l’occupazione.

Imperatori, re e parlamenti hanno sempre lottato per mantenere in riga i loro soldati: erano costosi da tenere sul campo e pericolosi da tenere troppo vicino in patria. Un potente generale avrebbe potuto condurre un colpo di stato contro le autorità civili. Ecco perché Cesare non doveva marciare su Roma alla testa del suo esercito e le truppe dovevano rimanere dall'altra parte del fiume Rubicone. Cesare era popolare tra le sue truppe, ma anche lui dovette affrontare un ammutinamento, che però riuscì a gestire senza problemi. Dopo che Guglielmo il Conquistatore prese il controllo di gran parte dell'Inghilterra, tornò in Normandia, lasciando il suo nuovo regno a subordinati fidati. L’esercito si scatenò: stupri e saccheggi in gran parte del sud dell’Inghilterra. Guglielmo tornò per rimetterli in riga, ma a quel punto gli inglesi erano così infuriati che si ribellarono, portando a un'ulteriore guerra costosa. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero nel 1527, era forse un comandante meno abile e le sue truppe facevano ciò che volevano. Non aiutò il fatto che trascurò di pagarle: attaccarono Roma saccheggiando, stuprando e uccidendo. Papa Clemente VII fuggì a Castel Sant'Angelo e sopravvisse pagando un riscatto alle truppe ammutinate, ma le sue guardie svizzere furono annientate.

Cosa consente a un governo civile di controllare le sue forze armate? Il denaro... quello reale. Gli stati in genere controllano le entrate fiscali e le usano per tenere i loro combattenti al guinzaglio, ma quando siamo passati al denaro “fasullo” – stampabile in quantità apparentemente illimitate – sono stati scatenati i proverbiali mastini della guerra. I budget militari sono saliti, anche dopo il 1991, quando l’Unione Sovietica è finita nella pattumiera della storia e ciò ha messo nelle tasche del complesso militare-industriale miliardi di fondi “in eccesso”, utilizzati per corrompere i parlamenti e oliare gli ingranaggi di media, think tank e università.

Quella di Eisenhower non era una “teoria del complotto” quando avvertì che l’industria della potenza di fuoco avrebbe presto esercitato una “influenza ingiustificata” sul governo civile; stava semplicemente osservando una tendenza. I gruppi di potere ne vogliono di più e a meno che non siano ostacolati, lo otterranno.


UN DISASTRO PREVEDIBILE ED EVITABILE

Non che io sappia qualcosa a livello di insider e che quindi abbia notizie certe sui avari temi affrontati, ma miro a evitare la Grande Perdita ed è qui che penso che possa derivare: dal mondo della megapolitica, dalle forze più profonde e nascoste dietro i titoli dei giornali. Donald Trump ha avvertito l’Europa che farebbe meglio a pagare di più per la propria difesa, ma difesa da cosa? Dopo tre anni di guerra, la Russia ha dimostrato di riuscire a malapena a conquistare un’area, proprio al suo fianco, di russofoni che vogliono far parte della Federazione Russa e che chiamavano il loro Paese Nuova Russia. L’idea che la Russia, con un PIL inferiore al valore di Nvidia, rappresenti una minaccia per Germania e Francia, con un PIL tre volte più grande, è una fantasia. Perché allora gli europei dovrebbero sprecare soldi per acquistare più armi?

L'Europa si sta dirigendo verso un disastro prevedibile ed evitabile: il classico epilogo di un coacervo di popoli e culture. Ma non è ancora il presente, più immediata e inevitabile è una crisi del debito, fallimenti, depressione, inflazione, ecc. Perché allora i policymaker “non fanno qualcosa al riguardo”, qualcosa di talmente ovvio e facile come tagliare la spesa? Perché? Perché questo è un problema megapolitico, non un problema politico. Gli interessi di chi decide e gli interessi dela popolazione sono in conflitto. Ridurre i deficit richiederebbe tagli nell’unica area di spesa discrezionale che potrebbe effettivamente fare la differenza, ma è anche l’area che non può essere controllata. I mastini della guerra hanno tolto il guinzaglio e l’industria militare – compreso l’intero “bilancio dell’impero” costituito da aiuti esteri, spie, sovvenzioni universitarie e a think tank, contratti con fornitori di “difesa” – è la più grande e potente attività al mondo. È così grande e così ricca che non può più essere messa in ginocchio.

Quando gli europei spendono di più per la “difesa”, acquistano armi dall’industria statunitense. Quando l’Ucraina ottiene più soldi, i suoi leader corrotti ne prendono una parte; il resto va ad acquistare forniture dall’industria americana della potenza di fuoco e dai lobbisti che ne chiedono di più. Questa non è una previsione, è solo matematica. Gli interessi sui debiti sono soverchianti e gran parte di essi è stato contratto a tassi d'interesse tra i più bassi della storia economica. Man mano che tali obbligazioni verranno rinnovate, verranno rifinanziate a tassi più elevati. Ciò significherà che porzioni crescenti di tutte le entrate fiscali dovrà essere destinato al servizio del debito.

Cosa faranno i pianificatori centrali? Smetteranno di inviare gli assegni della previdenza sociale? Fregheranno i creditori e andranno in default sul debito? Spegneranno le luci dei monumenti e serviranno solo pasti freddi nei ristoranti dei parlamenti? Ciò che non faranno è tagliare le spese “militari”. È una lobby talmente radicata che è impossibile da sradicare, e poiché ciò che vuole più di ogni altra cosa è più potere e più denaro, la spesa per la potenza di fuoco non può essere tagliata, i bilanci non possono essere equilibrati e il disastro non può essere evitato.


LEZIONI DAL PASSATO

Alla fine degli anni ’80 quasi tutti erano convinti che il Giappone avrebbe conquistato una crescente gloria economica. Le business school statunitensi insegnavano tecniche di management giapponesi, termini giapponesi (come kaizen, miglioramento continuo) furono inseriti nei rapporti degli analisti di Wall Street, le scuole superiori alla moda sostituirono il latino e il francese con il “nihongo” (giapponese). Alla fine degli anni ’80 il Nikkei veniva trattato con un P/E superiore a 70; le singole società solo occasionalmente meritano prezzi così elevati, ma per un intero mercato azionario si trattava... beh... di un'esuberanza irrazionale. E la logica di tale fantasia era che il Giappone aveva più pianificatori centrali degli Stati Uniti, con l'MCII (Ministero del Commercio Internazionale e dell’Industria) accreditato a guidare l’economia verso il successo strategico.

Per quanto uno possa conoscere poco delle dinamiche future dei mercati, un P/E superiore a 20 è probabilmente una bolla in formazione; oltre i 70 è ora di andarsene a gambe levate.

Una cosa importante da sottolineare è che l'MCII non fu responsabile del successo del Giappone. I principali esportatori (aziende automobilistiche) ignorarono il consiglio dell'istituzione quando entrarono nel mercato statunitense e il coinvolgimento dei pianificatori centrali, non importa dove si trovino o quale lingua parlino, causa sempre problemi. Infatti i pianificatori centrali che causarono i maggiori danni furono negli Stati Uniti, non in Giappone: fecero pressioni sul Giappone affinché limitasse il numero di automobili che poteva importare negli Stati Uniti. Di conseguenza Honda e Toyota passarono a modelli più costosi e di qualità superiore, e presto dominarono l'intero mercato automobilistico mondiale.

Allora, come oggi, il ritornello popolare era: “Buy the dip!”. I giapponesi erano dei geni, si dicevano gli investitori, e si riprenderanno rapidamente. Poi, però, non si sono ripresi affatto: i gestori degli investimenti dovettero scusarsi con i loro clienti per i successivi 34 anni. Il Giappone non sarebbe più riuscito a sostenere un rally: sei volte il Nikkei ha tentato di rialzarsi e sei volte è stato rispedito al mittente. Nel 2012 – ventidue anni dopo il crollo – il mercato era ancora in calo di oltre l’80%.

Peccato per i poveri investitori! Distrutti i loro risparmi, ogni mattina si spostavano davanti allo schermo del computer, controllando i loro portafogli, solo per masticare amaro ancora e ancora. Piani per le vacanze, seconde case, pensione... tutti rimandati a data da destinarsi. Sono andati in rovina e sono impazziti. Gli investitori over 60 al momento del crollo hanno detto addio ai loro soldi e non li hanno più rivisti. Molti sono morti senza un soldo, maledicendo il giorno in cui avevano deciso di acquistare azioni.

E ora che le azioni del Nikkei sono tornate al futuro nel 1989, finalmente stanno dando i loro frutti... o forse no. I vecchi investitori sono stati risanati? No, subiscono ancora una perdita di circa il 20% al netto dell’inflazione e dopo un’intera generazione di perdite.

Questa è una Grande Perdita.


CONCLUSIONE

I pianificatori centrali hanno sempre sostenuto la natura anti-ciclica dell'industria bellica: in caso di recessione fare ricorso a tensioni geopolitiche per sistemare le cose. Il problema è che lo spazio di manovra s'è esaurito per quante volte si è fatto ricorso a questo espediente: bacino della ricchezza reale stagnante. Troppa torta economica è stata data in pasto a questa lobby. Almeno il nutrimento dato ai mastini di guerra avrà un risvolto positivo, tutto sommato: i piani del WEF sono andati in frantumi. Almeno in questa generazione non vedremo un governo unico mondiale... dal punto di vista politico. Infatti i sentieri perseguiti sono quelli battuti dal nazionalismo e dal protezionismo, in un contesto del genere è praticamente impossibile unire. Occhio, però, questo sviluppo non coincide con sovranità. A livello finanziario il discorso acquisisce una diversa accezione, invece, visto che sta emergendo sempre di più la possibilità di avere un registro contabile unico per tutte le valute con sede in Svizzera. Inutile dirlo, è un sistema di matrice cinese e la collaborazione tra Cina e Svizzera non si ferma qui, dato che va a toccare altri settori e sta irritando gli Stati Uniti. Infatti la piattaforma in evoluzione si prefigge di sostituire in un futuro prossimo il dollaro, inglobando invece l'euro; malgrado ciò stiamo parlando di una contabilità internazionale centralizzata e la creazione di un governo mondiale ombra alimentato tramite sistemi di regolamentazione finanziaria e restrizioni sull'uso del denaro.

Una severa correzione economica/finanziaria è incombente, una che farà a brandelli l'Europa in particolar modo: la Francia è ingovernabile ormai e il comparto industriale, soprattutto il settore automobilistico, è in caduta libera; la Germania condivide lo stesso fato ma su scala maggiore, senza contare l'assenza di un governo che decida per conto del popolo tedesco; l'Italia ha talmente tanti guai impilati l'uno sull'altro che è impossibile elencari tutti in serie e molti di essi sono anche emersi sulla scia della sciagurata regolamentazione europea; ecc. Stiamo, quindi, assistendo allo sgretolamento di un sistema globale che non sta più in piedi e l'epicentro è proprio l'Europa. La guerra, così come tutte le “emergenze”, maschera il passaggio da un sistema obsoleto a uno nuovo. Infatti non saranno risparmiate nemmeno le banche centrali: non è più possibile controllare un mondo finanziario diventato una giungla di derivati e tenuto insieme, fino al 2022, col nastro isolante attraverso l'eurodollaro.

Da qui la necessità di allargare ancora di più la platea di coloro che parteciperanno alla sopraccitata contabilità finanziaria centralizzata per cercare di tenere a bada le schegge impazzite che schizzeranno fuori da suddetta correzione. Nel frattempo il dollaro continuerà a essere predominante e si aiuterà a contrastare questa ondata di centralizzazione anche con Bitcoin. C'è un ricambio nel cosiddetto Deep State statunitense, con nuovi player che prendono il posto di alcuni di quelli precedenti. L'industria della tecnologia è una di questi, soprattutto il comparto legato all'intelligenza artificiale e, chissà, forse anche il mining.


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