lunedì 6 gennaio 2020

Le lezioni da apprendere dall'esperimento monetario giapponese

C'è un altro aspetto che l'articolo di oggi non considera e che serve a spiegare ulteriormente come mai il Giappone è riuscito a reggersi in piedi nonostante le distorsioni economiche che si sono succedute. Sto parlando dei controlli di capitale... in Cina. Infatti la nuova classe ricca che è emersa sulla scia di una maggiore liberalizzazione dell'economia da quando Deng nel 1978 ha professato come fosse bello essere ricchi e ridotto la pressione statale sull'agricoltura, ci tiene a ciò che è riuscita ad accumulare nel corso degli anni e di conseguenza cerca di evadere dagli stringenti cappi apposti su di essa dal governo cinese. Un modo che nel tempo è risultato efficace è stato quello di aprire un'azienda in Giappone o comprare casa lì, allargando quindi il bacino della ricchezza reale da cui il Paese nipponico ha potuto abbeverarsi. Agendo così, i cinesi che volevano sfuggire ai controlli di capitale hanno acquisito la residenza giapponese, elemento importante soprattutto dal punto di vista fiscale visto che Cina e Giappone non scambiano informazioni in tale senso (aspetto dovuto anche dall'astio che passa tra le due cultura sin dai tempi antichi). Ma soprattutto la polizia cinese non fa "sparire" la gente scomoda come accade a Honk Kong. Di conseguenza il flusso di capitali che è volato da Pechino a Tokyo è stata una componente non indifferente che ha permesso all'esperimento monetario giapponese di sopravvivere un giorno in più.
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di Daniel Lacalle


Un articolo recente sul Financial Times, "Abenomics provides a lesson for the rich world", sostiene che l'esperimento avviato dal primo ministro Shinzo Abe all'inizio del 2010 serve da importante avvertimento per i Paesi ricchi. Sfortunatamente le "lezioni" dell'articolo sono piuttosto deludenti, visto che quella principale recita che la banca centrale può fare molto di più di quanto la BCE e la FED stiano facendo e che il Giappone non sta andando così male. Non sono d'accordo.

Il fallimento dell'Abenomics è stato fenomenale. Il bilancio della banca centrale del Giappone si è gonfiato oltre il 100% del PIL del Paese, la banca centrale detiene quasi il 70% degli ETF del Paese ed è uno dei primi 10 azionisti della maggior parte delle più grandi società dell'indice Nikkei. Il debito pubblico in rapporto al PIL è cresciuto fino al 236% e, nonostante il relativo costo record, il governo spende quasi il 22% del budget in spese per interessi. Tutto questo per ottenere cosa?

Nessuno dei risultati attesi dal massiccio esperimento monetario, chiamato QQE (quantitative/qualitative easing), è stato raggiunto. Si prevede che la crescita sarà una delle più deboli al mondo nel 2020, secondo il FMI, e il Paese ha costantemente mancato sia gli obiettivi di inflazione che quelli di crescita economica, mentre il bilancio della banca centrale e il debito del Paese sono saliti alle stelle.

I salari reali sono rimasti stagnanti per anni e l'attività economica continua ad essere debole come nei due decenni precedenti di costante stimolo.

Le principali lezioni che le economie globali dovrebbero apprendere dal Giappone sono le seguenti:
  • Nessun Paese può compensare il problema dei dati demografici e della produttività con una maggiore stampa di denaro ed emissione di debito. Significa semplicemente voler calciare il barattolo lungo la strada, ma l'economia rimane più debole e la stagnazione diventa permanente.
  • Le sfide relative alla tecnologia e alla produttività non possono essere risolte incentivando i cattivi investimenti e la spesa pubblica. Si tratta di un massiccio e costante trasferimento di ricchezza dalle entità produttive a quelle non produttive, cosa che fa sì che i settori ad alta produttività si blocchino ed i settori obsoleti/clientelari rimangano zombificati.
  • Fare la stessa cosa che ha fallito con nomi diversi non genererà un risultato diverso.
  • Una diagnosi errata porterà a risultati peggiori. Quando lo stato è circondato da economisti che dicono che il problema dell'economia sono i troppi risparmi, lo stato deciderà di aumentare le tasse e creerà quindi un problema più grande attaccando i consumi. Con un debito privato al 221% del PIL il Giappone ha molti problemi, nessuno dei quali è un "eccesso di risparmi".
  • Se si abbandonano le riforme strutturali, i risultati saranno peggiori. Il programma QQE si basava su tre "frecce": politica monetaria, spesa pubblica e riforme strutturali. Indovinate quale freccia hanno dimenticato di scoccare? Proprio quella delle riforme strutturali: non sono mai avvenute e, quando si è mosso un passo verso tale direzione, sono arrivate tasse più alte e più interventismo, il contrario di ciò di cui l'economia aveva bisogno.
  • La più grande lezione da apprendere dal Giappone non è che la banca centrale può acquistare azioni e continuare a calciare ulteriormente il barattolo lungo la via; la più grande lezione è che la politica monetaria e fiscale non può rilanciare l'economia e migliorare la crescita o la produttività, ma serve solamente a perpetuare gli squilibri creati dall'eccessivo interventismo e trasferire la ricchezza dai risparmiatori allo stato e ai suoi settori clientelari indebitati.
  • La lezione da apprendere dal Giappone è che nessuno stato può fare due più due uguale ventidue, ma può prolungare gli squilibri di bilancio per molto più tempo di quanto la logica imponga.

La vera lezione da apprendere dal Giappone è che i pianificatori centrali continueranno a preferire la nazionalizzazione graduale dell'economia prima ancora di considerare una moderata riduzione delle dimensioni dello stato e del controllo sull'economia. Il risultato sarà una crescita inesistente, scarsa produttività e crescente malcontento, ma la macchina burocratica sarà al sicuro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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