La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
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(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/lamministratore-delegato-di-evonik)
Per lungo tempo l'economia tedesca è rimasta in silenzio di fronte agli obiettivi climatici dogmatici e al percorso politicamente distruttivo che ne consegue. Ora Christian Kullmann, amministratore delegato di Evonik, è il primo leader aziendale a parlare chiaro: è ora di seppellire il culto della CO₂.
Finalmente, si potrebbe dire, dopo anni di silenzio assordante da parte dell'industria tedesca, un amministratore delegato parla apertamente. Christian Kullmann, a capo del colosso chimico Evonik, è in prima linea nella lotta contro le normative climatiche sempre più severe imposte da Bruxelles e Berlino.
In vista del drastico inasprimento del sistema di scambio di quote di emissione previsto per il 2027, Kullmann non ha risparmiato parole in un'intervista alla FAZ: “La tassa sulla CO₂ in Europa deve essere abolita. Mette a rischio almeno 200.000 posti di lavoro industriali ben retribuiti in Germania”.
Crollo industriale
E questa è probabilmente una stima prudente. Attualmente l'economia è stata costretta a tagliare più di 10.000 posti di lavoro a settimana. Aziende come Bosch, con 22.000 tagli previsti, e ZF Friedrichshafen, che ne prevede 7.600 entro il 2030, stanno tagliando posti di lavoro su larga scala. Un'ondata di insolvenze sta travolgendo l'economia tedesca e si prevede che supererà ogni record con oltre 24.000 fallimenti entro la fine dell'anno.
La schietta affermazione di Kullmann potrebbe segnare l'inizio di un dibattito atteso da tempo sui costi reali della politica climatica europea per l'economia tedesca e per le famiglie pesantemente colpite.
Dal 2027 il sistema di scambio di quote di emissione di CO₂ minaccia la Germania con l'ennesimo tsunami di costi: il prezzo per tonnellata di CO₂ potrebbe salire fino a €200, con un drastico aumento per i costi di riscaldamento, carburante ed energia. Le famiglie potrebbero dover pagare €1.000 in più all'anno, mentre le aziende si troverebbero ad affrontare costi di produzione alle stelle, investimenti ridotti e tagli di posti di lavoro.
Dal punto di vista economico, questa misura radicale imporrebbe circa €40 miliardi in costi aggiuntivi all'anno su un consumo di 400 milioni di tonnellate, accelerando una deindustrializzazione pericolosa dal punto di vista sociale e politico.
L'UE: una faccenda costosa
Ciò che gli ideologi di sinistra e gli eco-socialisti hanno scatenato con il Green Deal si è trasformato in una frana socio-politica. Le burocrazie non si sono ancora rese conto che la loro campagna contro la società civile e le regole del mercato è già persa.
A Bruxelles, Berlino, Parigi e nelle altre capitali dell'Unione europea rispondono con ulteriori tasse per scongiurare il proprio collasso.
Le entrate derivanti dalla tassa sulla CO₂ vengono utilizzate quasi esclusivamente per stabilizzare i bilanci nazionali sovraccarichi: circa il 90% confluisce nelle casse nazionali, il resto nelle casse dell'UE di Ursula von der Leyen, che entro il 2034 inietterà circa €750 miliardi nei canali asciutti dell'economia clientelare verde.
E la megalomania di Bruxelles non conosce limiti. Ogni fonte di capitale viene sfruttata, dai dazi sull'acciaio alle tasse sul riciclaggio dei prodotti in plastica. L'UE è un costoso gioco ideologico. Ora è dovere etico dei leader aziendali resistere a questa campagna contro la ragione e i principi di mercato. In caso contrario si rischia uno scontro diretto sui mercati. Bruxelles sarà costretta a rifinanziarsi tramite i mercati obbligazionari, mascherati da Eurobond.
La Commissione europea si è posta a capo di un'unione del debito che soffoca il libero mercato con la sua economia clientelare ecologista, tentacolare e pianificata a livello centrale.
La Spagna come contro-esempio
È probabile che, dopo le critiche di Kullmann, si scateni un'ondata massiccia di contro-propaganda. Le ONG e i media affiliati allo stato mobiliteranno ogni risorsa per schierare gli europei a favore della presunta minaccia del cambiamento climatico causato dall'essere umano.
Gli scettici possono essere liquidati con un singolo esempio, a dimostrazione di quanto i funzionari di Bruxelles siano distaccati dalla realtà. Questo esempio viene dalla Spagna. Ufficialmente l'economia spagnola crescerà di circa il 2,5% nel 2025, con una quota statale del 48%, un debito totale del 109% e un nuovo debito netto del 3,5%.
Persino la tanto decantata Spagna non riesce a soddisfare i criteri di Maastricht, un tempo celebrati, proprio come la Germania. Guardando la situazione in modo realistico, l'industria privata si contrae di circa l'1%, nonostante l'imponente sostegno al credito di Bruxelles e programmi come NextGenerationEU.
Ma in nessun luogo i danni collaterali dell'ecosocialismo sono più evidenti che in Germania. Il drastico calo della produzione industriale da luglio ad agosto – del 4,3% in generale, del 18,5% nel settore automobilistico, di oltre il 10% nel settore farmaceutico – dovrebbe servire da monito anche al più convinto ideologo.
Ecco ciò che pianificatori centrali come Lars Klingbeil, Friedrich Merz e i burocrati a Bruxelles non riescono a comprendere: ogni euro che non circola nel libero mercato è un euro perso. Attraverso interventi massicci e programmi finanziati dal debito, gli stati limitano lo spazio di investimento del settore privato nel futuro, mettendo a repentaglio il motore della prosperità europea.
Le aziende e i loro dipendenti non tollereranno a lungo questo sviluppo. Non stiamo assistendo a una recessione ciclica, o a una recessione classica, ma a un vero e proprio collasso economico.
Utilizzare la crisi
Negli ultimi anni gli europei hanno intrapreso una crociata per il clima. Disavventure intellettuali ed etiche come questa prosperano solo grazie al successo economico delle generazioni precedenti, le quali hanno lasciato ai loro eredi un'illusione di crescita e la promessa di una prosperità senza sforzo.
Speriamo che la voce dell'amministratore delegato di Evonik apra la porta a critiche vere, un catalizzatore il cui impulso audace inneschi una reazione a catena di dibattito aperto e costruttivo.
Finora le critiche all'interno dell'industria tedesca sono rimaste intrappolate nel quadro politico. Le richieste di aiuti e sussidi, soprattutto per i costi energetici, hanno prevalso, ma questa non era una vera critica politica bensì una sottomissione al diktat ecologista.
È dovere etico dei leader aziendali tracciare i confini della politica. La posta in gioco è troppo alta per affidarla a un'ideologia infantile. Il suo tempo è finito, la crisi è inevitabile. Ma ora possiamo iniziare a ricostruire un codice di regole basato sul mercato e linee di politica sovraniste negli stati europei. Il compito di Bruxelles rimarrebbe la salvaguardia del mercato interno comune: una sfida impegnativa già di suo.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
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