La traduzione in italiano dell'opera scritta da Wendy McElroy esplora Bitcoin a 360°, un compendio della sua storia fino ad adesso e la direzione che molto probabilmente prenderà la sua evoluzione nel futuro prossimo. Si parte dalla teoria, soprattutto quella libertaria e Austriaca, e si sonda come essa interagisce con la realtà. Niente utopie, solo la logica esposizione di una tecnologia che si sviluppa insieme alle azioni degli esseri umani. Per questo motivo vengono inserite nell'analisi diversi punti di vista: sociologico, economico, giudiziario, filosofico, politico, psicologico e altri. Una visione e trattazione di Bitcoin come non l'avete mai vista finora, per un asset che non solo promette di rinnovare l'ambito monetario ma che, soprattutto, apre alla possibilità concreta di avere, per la prima volta nella storia umana, una società profondamente e completamente modificabile dal basso verso l'alto.
____________________________________________________________________________________
(Versione audio della traduzione disponibile qui: https://open.substack.com/pub/fsimoncelli/p/davvero-gli-americani-pagano-il-96)
Il Congressional Budget Office ha rivisto le sue stime e afferma che gli aumenti dei dazi in vigore dal 6 gennaio 2025 al 15 novembre 2025 ridurranno il deficit primario degli Stati Uniti di $2.500 miliardi in 11 anni, se mantenuti in vigore nel periodo 2025-2035. Le entrate dai dazi sono aumentate a $90 miliardi tra ottobre e dicembre 2025, rispetto ai $20 miliardi fatti registrare nello stesso periodo del 2024, però l'inflazione annua è in realtà inferiore.
L'inflazione negli Stati Uniti non è salita al 5-6%, come alcune banche d'investimento avevano previsto in seguito all'annuncio dei dazi. Infatti l'indice dei prezzi al consumo annuo, l'indice PCE e i prezzi all'importazione riportati dalle dogane e dagli uffici di frontiera non mostrano alcun aumento percepibile dell'inflazione annua e sono certamente molto lontani dalle stime di consenso.
Secondo gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, l'indice dei prezzi al consumo su base annua negli Stati Uniti si è attestato al 2,7% a dicembre, con un incremento mensile dello 0,3%. I principali fattori trainanti dell'inflazione sono l'edilizia abitativa e i servizi, che non hanno nulla a che fare con i dazi. L'inflazione di fondo (IPC esclusi alimentari ed energia) si è attestata al 2,6% su base annua a dicembre, con un incremento mensile di solo lo 0,2%, il livello più basso negli ultimi quattro anni. L'inflazione di fondo si è stabilizzata intorno al 2,6%, ben al di sotto di quanto temuto qualche mese fa, rafforzando la percezione che le pressioni di fondo si stiano attenuando, nonostante i servizi rimangano relativamente “caldi”.
L'indice dei prezzi all'importazione negli Stati Uniti è aumentato dello 0,4% nel periodo settembre-novembre 2025, con un aumento dello 0,7% su base annua per le importazioni non energetiche. Per quanto riguarda le componenti delle importazioni, i prezzi dalla Cina sono diminuiti del 3,6% su base annua a novembre, mentre quelli dal Giappone sono aumentati del 2,6% e quelli dall'UE sono diminuiti dello 0,1%. I prezzi doganali all'importazione stanno diminuendo, soprattutto dai Paesi che devono affrontare dazi più elevati.
Inoltre i prezzi all'esportazione degli Stati Uniti sono aumentati dello 0,5% nel periodo settembre-novembre 2025, soprattutto per i prodotti agricoli e i veicoli a motore.
Secondo il BLS, i prezzi all'importazione sono aumentati solo dello 0,1% nei dodici mesi terminati a novembre, mentre i prezzi all'esportazione sono aumentati del 3,3%. Poiché questi dati escludono i dazi, mostrano che le pressioni inflazionistiche non provengono né dai prodotti importati, né dai dazi.
Se sia i prezzi all'importazione che quelli all'esportazione aumentano, ma i prezzi all'importazione si muovono a malapena, l'effetto dei dazi viene assorbito lungo tutte le catene di approvvigionamento, in particolare in quelle località con la maggiore capacità in eccesso. In altre parole esportatori, distributori, trasporti e magazzinaggio assorbono la maggior parte dei dazi, perché il costo del capitale circolante per gli elementi delle catene con maggiore capacità in eccesso rende impossibile il trasferimento dei dazi al consumatore.
Nonostante ciò, leggerete studi di Cavallo o del Kiel Institute che affermano il contrario. Le stime di Alberto Cavallo utilizzano gennaio 2024 come limite per il calcolo del trend pre-dazi. Tuttavia, dopo una brutale impennata inflazionistica nel 2021-2024, l'ultimo anno appare artificialmente “disinflazionistico”. Se si esamina la serie 2021-2024, la tendenza è di una continua disinflazione. L'andamento dell'inflazione nel 2025 è inferiore a quello degli anni di Biden, anche nei diciotto mesi che hanno portato all'allentamento della politica monetaria della FED e ai tagli dei tassi.
La Federal Reserve Bank di Atlanta ha pubblicato che le aziende prevedono che i loro costi aumenteranno solo del 2% nel prossimo anno, in calo rispetto al 2,2% di dicembre, il livello più basso nell'era post-pandemica.
Lo studio del Kiel Institute, intitolato “America's own goal: Americans pay almost entirely for Trump's tariffs”, è opinabile per diverse ragioni tecniche e identificative. Economisti come Stephen Moore ed E. J. Antoni hanno evidenziato alcune ipotesi sorprendenti, e John Carney ha scritto ampiamente sui principali bias statistici soprattutto nel pezzo “Debunking the myth that Americans are paying 96% of tariffs”, concludendo: “Non dimostra che il 96% dei costi ricada sugli americani, non dimostra che i consumatori paghino prezzi più alti e certamente non dimostra che i dazi siano un autogol”.
Il fattore più sorprendente è che il Kiel Institute attribuisce quasi l'intero andamento dei prezzi negli Stati Uniti ai dazi, ignorando che lo stesso trend è simile o addirittura più marcato nel Regno Unito, in Paesi dell'Unione Europea come la Spagna, o in Giappone. Se gli esportatori statunitensi aumentano i prezzi fino a tre volte più velocemente per le stesse categorie rispetto a coloro che esportano negli Stati Uniti, il fattore esplicativo delle variazioni dei prezzi in America non sono i dazi, ma ha molto più a che fare con altri fattori, oltre al diffuso deterioramento del potere d'acquisto delle valute nei Paesi analizzati.
Il risultato chiave dietro il titolo che circola sui media – secondo cui gli esportatori assorbono il 4% dei dazi e gli Stati Uniti il 96% – si basa su un coefficiente di circa -0,039 con un errore standard di 0,024, significativo solo al livello del 10%, mostrando una stima molto rumorosa nonostante i 25,6 milioni di osservazioni, spiega Carney. Con un tale livello di imprecisione, l'intervallo di confidenza implicito stesso consente un assorbimento da parte degli esportatori compreso tra lo 0% e il 9%, quindi presentare il “4%” come una cifra precisa crea un'illusione di accuratezza che i dati non supportano.
Inoltre lo studio interpreta l'aumento dei prezzi medi all'importazione come prova del trasferimento dei dazi, ma ignora che le importazioni totali (in valore e volume) diminuiscono del 28%, con l'uscita dal mercato dei fornitori a basso costo. Se i prodotti economici scompaiono e rimangono solo quelli di fascia medio-alta, il prezzo medio aumenta, anche se la realtà mostra che i prezzi all'interno di ciascuna categoria non sono aumentati, come si evince dai dati doganali e dai dati sui consumatori finali. Pertanto il cambiamento nel mix di qualità può essere scambiato per un aumento dei prezzi “dovuto ai dazi”.
I dazi vengono applicati a livelli molto disaggregati (HS8/HS10), ma lo studio del Kiel lavora con dati a livello HS6, molto più aggregati, secondo Carney. Ciò impone l'utilizzo di un'aliquota tariffaria media per prodotti con dazi effettivi molto diversi o addirittura senza. Questa misurazione inadeguata (come variabile esplicativa) introduce un errore che distorce i coefficienti verso lo zero, rendendo più facile “trovare” una piccola risposta dei prezzi e reinterpretarla come prova che quasi tutto il costo ricade sugli Stati Uniti. Se la stessa analisi viene effettuata per prodotti non energetici nel Regno Unito, in Giappone, in Germania, in Spagna o in Francia, ad esempio, sembrerebbe che i dazi vengano pagati contemporaneamente dagli americani e da tutti gli stranieri, il che è ovviamente assurdo. Se sia i beni soggetti a dazi che quelli non soggetti a essi mostrano aumenti nei valori unitari, il confronto differenziale viene artificialmente ridotto.
Anche se le stime sui prezzi all'importazione fossero corrette, lo studio presuppone, senza prove, che il 96% venga trasferito ai consumatori, senza analizzare i prezzi al dettaglio, i margini aziendali, o la distribuzione dell'incidenza lungo le catene di approvvigionamento.
L'affermazione che si tratti fondamentalmente di una “tassa sui consumi” trasferita al 96% agli americani viene presentata come una conclusione empirica, quando in realtà si tratta di un'estrapolazione personale priva di un supporto statistico diretto, conclude Carney.
Se le conclusioni della relazione – basate su diverse ipotesi estreme – fossero corrette, allora l'inflazione annua, l'inflazione di fondo e l'indice PCE statunitense sarebbero più che raddoppiati rispetto ai livelli pubblicati. Lo studio presuppone che tutti gli aumenti dei prezzi siano spiegati dai dazi, ignorando la tendenza al rialzo dei prezzi individuali e dei panieri nei Paesi esportatori. Se i prezzi delle esportazioni statunitensi aumentano tre volte più velocemente dei prezzi delle importazioni, e ancora di più se analizzati categoria per categoria, è chiaro che gli esportatori verso gli Stati Uniti non stanno trasferendo i dazi sui prezzi finali. Quando i prezzi delle importazioni dall'UE diminuiscono e il calo dei prezzi in Cina è così significativo, è anche un segnale di allentamento della pressione inflazionistica, non il contrario.
Inoltre ignorando il fatto che le categorie più “inflazionistiche” nei dati statunitensi sono i servizi, che non sono soggetti a pressioni commerciali, l'analisi giunge a conclusioni azzardate e solleva più dubbi che certezze. Inoltre dovremmo assistere a margini crescenti e prezzi più bassi tra gli esportatori che vendono negli Stati Uniti, ma è accaduto il contrario.
Anche nel rapporto del Kiel Institute si afferma che gli esportatori hanno in gran parte mantenuto i prezzi in dollari pre-dazi, il che rappresenta una riduzione a parità di dollari, considerando l'indebolimento del dollaro statunitense nel 2025 rispetto alle valute degli esportatori. Inoltre lo studio afferma che i loro margini unitari negli Stati Uniti non sono aumentati e che hanno accettato volumi inferiori e perso quote di mercato. Se gli americani hanno consumato di più, come indicano i dati, e i prezzi non sono aumentati a dollari costanti, mentre gli esportatori hanno perso quote di mercato e i loro profitti non sono migliorati, il rapporto riconosce che le variazioni di prezzo non possono essere attribuite ai dazi, bensì a molti altri fattori in una situazione commerciale complessa.
I dazi rimarranno un argomento di dibattito per molto tempo, e gli studi sono sempre preziosi, ma l'evidenza – quasi un anno dopo – è che le componenti dei dati sull'inflazione non mostrano una sua persistenza (un fenomeno che si verifica in tutti i Paesi comparabili) a causa dai dazi. Con il livello di capacità in eccesso esistente nel sistema di esportazione globale, è chiaro che le catene di approvvigionamento assorbono i costi dei dazi laddove il potere di determinazione dei prezzi è più debole.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/
Supporta Francesco Simoncelli's Freedonia lasciando una mancia in satoshi di bitcoin scannerizzando il QR seguente.


Nessun commento:
Posta un commento