venerdì 7 giugno 2024

I motivi per cui gli Stati Uniti non devono farsi impantanare in un’ennesima guerra all’estero

 

 

di David Alan Stockman

Non vi è alcun mistero sul motivo per cui la Guerra Infinita va avanti senza sosta, o perché, in un momento in cui lo Zio Sam sta perdendo inchiostro rosso a vista d'occhio, un’ampia maggioranza bipartisan ha ritenuto opportuno autorizzare $95 miliardi in aiuti esteri che non fanno assolutamente nulla per la sicurezza interna dell’America.

Washington si è trasformata in uno scherzo della storia: una capitale di guerra dominata da un complesso di mercanti d’armi, paladini dell’interventismo e una nomenklatura dello stato bellico. Mai prima d’ora è stata riunita e concentrata sotto un’unica autorità statale una forza egemonica in possesso di livelli senza precedenti di risorse economiche, tecnologia avanzata e mezzi militari.

Non sorprende se la capitale mondiale della guerra sia orwelliana fino al midollo. La sua incessante ricerca della guerra è sempre e comunque descritta come la promozione della pace. Il suo stivale di egemonia globale è mascherato sotto forma di alleanze e trattati apparentemente progettati per promuovere un “ordine basato su regole” e una sicurezza collettiva a beneficio dell’umanità, non i giusti obiettivi di pace, libertà, sicurezza e prosperità all’interno del Paese.

Sfortunatamente l’intero fondamento intellettuale di tale impresa è falso. Il pianeta non brulica di onnipotenti aspiranti aggressori e costruttori di imperi che devono essere fermati ai propri confini per evitare che divorino la libertà di tutti i loro vicini vicini e lontani.

Né il DNA delle nazioni è infetto da futuri macellai e tiranni come Hitler e Stalin. Sono stati incidenti irripetibili della storia e pienamente distinguibili dalla serie standard di chiacchieroni odierni e questi ultimi disturbano soprattutto l’equilibrio dei loro vicini più immediati, non la pace del pianeta.

Quindi la sicurezza interna dell’America non dipende da una vasta gamma di alleanze, trattati, basi militari e operazioni d'influenza estera. L’intero quadro della Pax Americana e della promozione e applicazione da parte di Washington di un ordine internazionale “basato su regole” è un errore epocale.

A questo proposito, i padri fondatori avevano ragione più di 200 anni fa, durante gli albori della Repubblica, come ha di recente ricordato Brian McGlinchey:

Rivediamo alcuni passaggi chiave della politica estera di Washington, a partire dal principio che egli anteponeva a tutti gli altri:

“Niente è più essenziale del fatto che siano escluse le antipatie permanenti contro particolari nazioni e gli appassionati attaccamenti nei confronti di altre; e che, al loro posto, si dovrebbero coltivare sentimenti giusti e amichevoli verso tutti”.

Con questa guida Washington fece eco alla saggezza di altri Padri fondatori americani. Thomas Jefferson disse: “La pace, il commercio e l’onesta amicizia con tutte le nazioni, senza creare alleanze con nessuna”. John Quincy Adams affermò: “[L’America] si è astenuta dall’interferire negli interessi degli altri anche quando il conflitto è stato per i principi a cui si aggrappa [...]. È una sostenitrice della libertà e dell’indipendenza di tutti. È la paladina e la vendicatrice solo di sé stessa”.

Inutile dire che il commercio pacifico è molto più vantaggioso per le nazioni grandi e piccole rispetto all’ingerenza, all’interventismo e all’impegno militare. Nel mondo di oggi sarebbe il gioco predefinito sulla scacchiera internazionale, fatta eccezione per il Grande Egemone sulle rive del Potomac: il principale disturbo della pace nel mondo di oggi è favorito dall’autoproclamato pacificatore che, ironicamente, è la grande nazione meno minacciata dell’intero pianeta.

Gli Stati Uniti sono sostanzialmente invulnerabili all’invasione e all’occupazione militare convenzionale. Nel continente nordamericano il suo PIL da $28.000 miliardi supera di oltre 7 volte il PIL combinato da $3.800 miliardi dei suoi vicini messicani e canadesi.

E su entrambe le sue sponde si ergono i vasti fossati dell’Atlantico e del Pacifico, i quali costituiscono barriere ancora più grandi contro gli attacchi militari esteri. Questo perché l'avanzata tecnologia di sorveglianza e i missili antinave di oggi spedirebbero un'armata nemica a fare compagnia allo scrigno di Davy Jones non appena uscisse dalle proprie acque territoriali.

Il fatto è che, in un’epoca in cui il cielo è pieno di risorse di sorveglianza ad alta tecnologia, non è possibile costruire, testare e radunare segretamente una massiccia armata di forze convenzionali per un attacco a sorpresa senza essere notati a Washington. Non può esserci ripetizione della forza d’attacco di Akagi, Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku che attraversa il Pacifico verso Pearl Harbor.

In pratica anche i presunti “nemici” dell'America non hanno alcuna capacità offensiva o di invasione. La Russia ha solo una portaerei – una nave degli anni ’80 che è in bacino di carenaggio per riparazioni dal 2017 e non è dotata né di una falange di navi di scorta né di una suite di aerei d’attacco e da caccia – e al momento nemmeno un equipaggio attivo.

Allo stesso modo la Cina ha solo tre portaerei, due delle quali sono i resti della vecchia Unione Sovietica e le quali portaerei non dispongono nemmeno di moderne catapulte per lanciare i loro aerei d’attacco.

Infatti l’invasione della patria americana richiederebbe una massiccia armata convenzionale di forze terrestri, aeree e marittime molte, molte volte più grandi del colosso militare che è ora finanziato dal bilancio della difesa da $900 miliardi di Washington. L’infrastruttura logistica necessaria per controllare i vasti fossati dell’Atlantico e del Pacifico che circondano il Nord America e per sostenere un’invasione e una forza di occupazione del continente americano dovrebbe essere così vasta da essere difficilmente immaginabile.

L'infografica qui sotto mette a confronto le 11 portaerei di Washington, che costano circa $25 miliardi ciascuna, comprese le navi di scorta, le suite di aerei e le capacità elettroniche e missilistiche. Nessuno dei Paesi non NATO mostrati nell’area rossa dell'infografica – Cina, India, Russia o Tailandia – invierà i suoi minuscoli gruppi da battaglia da 3, 2 e 1 portaerei verso le coste della California, del New Jersey, o della Nuova Zelanda. Qualsiasi forza d’invasione che avesse qualche possibilità di sopravvivere alla difesa di una fortezza americana composta da missili da crociera, droni, caccia a reazione, sottomarini d’attacco e guerra elettronica dovrebbe essere 100 volte più grande.

Eppure non esiste alcun PIL nel mondo – $2.000 miliardi per la Russia, $3.500 miliardi per l’India, $18.000 miliardi per la Cina – che si avvicini anche lontanamente ai $50-100.000 miliardi di PIL necessari per sostenere una simile forza d’invasione senza sconquassare l'economia domestica.

Allo stesso tempo le 11 portaerei statunitensi, che costeranno fino a $1.200 miliardi nel prossimo decennio, non avrebbero alcun ruolo nella difesa continentale della Fortezza America; sarebbero semplici anatre nelle acque blu e molto meno efficaci delle difese aeree e missilistiche all’interno del Nord America.

In breve, queste forze estremamente costose non hanno altro scopo se non la proiezione del potere globale e la conduzione di guerre d'invasione e occupazione all’estero; sono equipaggiamenti militari della Capitale della Guerra, nemmeno lontanamente rilevanti per una corretta difesa della Fortezza America.

Nel mondo di oggi l'unica minaccia militare teorica alla sicurezza nazionale americana è la possibilità di un ricatto nucleare: un Primo Colpo così travolgente, letale ed efficace che un nemico potrebbe semplicemente dare scacco matto e chiedere la resa di Washington.

Anche così, però, non c’è nazione sulla Terra che disponga di qualcosa di simile alla forza necessaria per sopraffare completamente la deterrenza nucleare americana ed evitare così un annientamento per ritorsione del proprio Paese se tentasse di colpire per primo. Dopotutto gli Stati Uniti hanno 3.700 testate nucleari attive, di cui circa 1.770 sono operative in qualsiasi momento. A loro volta queste sono sparsi sotto il mare, in silos rinforzati e tra una flotta di bombardieri 66 B-2 e B-52 – tutti fuori dal rilevamento o dalla portata di qualsiasi altra potenza nucleare.

Ad esempio, i sottomarini nucleari della classe Ohio hanno ciascuno 20 tubi missilistici, ciascuno dei quali trasporta in media da quattro a cinque testate. Si tratta di 90 testate puntabili in modo indipendente per ogni imbarcazione. In ogni momento 12 dei 14 sottomarini nucleari della classe Ohio possono essere schierati e sparsi negli oceani del pianeta entro un raggio di tiro di 4.000 miglia.

Quindi al momento di un ipotetico attacco ci sono 1.080 testate nucleari di profondità da identificare, localizzare e neutralizzare prima ancora che qualsiasi ricattatore possa fare la sua mossa. Sotto questo aspetto la sola forza nucleare marittima è un potente garante della sicurezza interna dell'America.

E poi ci sono le circa 300 armi nucleari a bordo dei 66 bombardieri strategici, che non sono seduti su un singolo aeroporto in stile Pearl Harbor in attesa di essere distrutti, ma sono costantemente in movimento. Allo stesso modo i missili 400 Minutemen III sono sparsi in silos estremamente resistenti nelle profondità sotterranee. Secondo il Trattato Start ogni missile trasporta attualmente una testata nucleare che anch'essa dovrebbe essere eliminata da eventuali ricattatori.

Inutile dire che non esiste alcun modo o forma con cui la deterrenza nucleare americana possa essere neutralizzata da un ricattatore. E la cosa migliore è che il suo mantenimento costerà solo circa $75 miliardi all’anno nel prossimo decennio, comprese le indennità per gli aggiornamenti periodici delle armi.

Come mostrato di seguito, quindi, il cuore della sicurezza militare americana richiede solo il 7% dell’enorme budget militare odierno. Infatti secondo le stime della CBO, il cuore della deterrenza nucleare – i missili balistici marittimi – costerà solo $188 miliardi nel prossimo decennio, ovvero l’1,9% dei $10.000 miliardi di base della difesa nazionale.

Costo decennale della deterrenza nucleare strategica statunitense secondo le stime del CBO, dal 2023 al 2032

Ecco il punto: il costo effettivo del bilancio per la sicurezza nazionale è di $1.300 miliardi all’anno, tuttavia se si considerano ben $250 miliardi all’anno per la difesa continentale della Fortezza America e $75 miliardi per il deterrente strategico nucleare, la domanda è... dove vanno a finire gli altri $975 miliardi?

Sono finalizzati al perseguimento dell’egemonia militare e politica globale da parte della Capitale della Guerra e al finanziamento dei costi differiti delle passate operazioni di polizia all’estero, nessuna delle quali era ed è necessaria per la sicurezza nazionale dell’America. E oltre a ciò, decine di miliardi in più finiscono nel mantenimento del bilancio: gruppi di pressione e tangenti agli appaltatori militari, studi dei think tank e programmi di advocacy, propaganda delle ONG e delle agenzie di sicurezza nazionale, e operazioni d'influenza in tutto il pianeta.

Tuttavia basta considerare le implicazioni del grafico seguente: circa $346 miliardi del budget per la sicurezza nazionale rispetto ai $1.300 miliardi sono destinati al risarcimento dei veterani, alla salute e ad altri benefici sociali. Questi programmi servono oltre 6,2 milioni di veterani disabili e dipendenti e 9,2 milioni di iscritti al sistema sanitario dei veterani.

Senza tutte le guerre inutili che si sono verificate da quando la Guerra Fredda è entrata in pieno vigore nel 1948-1949, oggi gli Stati Uniti avrebbero solo 60.000 veterani per le guerre estere, di cui solo 11.448 attualmente ricevono sussidi d'invalidità. Anche aggiungendo le persone a carico, il totale dei veterani della Seconda Guerra Mondiale che ricevono un risarcimento per invalidità è solo 34.265, ovvero lo 0,6% del totale di 6,159 milioni.

Con un risarcimento medio e un costo sanitario di $35.000 per beneficiario, il costo totale sarebbe attualmente di $1,2 miliardi e appena $10 milioni all’anno entro il 2035, quando si prevede che rimarranno solo 311 veterani della Seconda Guerra Mondiale.

Proprio così. Il costo per l’anno fiscale 2024 dei benefici per i veterani dovuti a guerre non necessarie, come i 1,385 milioni di veterani del Vietnam con disabilità e i 3,37 milioni di veterani della Guerra del Golfo che ricevono pagamenti d'invalidità e assistenza sanitaria , è di $345 miliardi.

E la cifra dei costi differiti per la Guerra Infinita ammonta al 116% dell’attuale bilancio della difesa da $298 miliardi della Cina, al 425% degli $81 miliardi dell’India, al 480% dei $72 miliardi della Russia (pre-Ucraina), al 595% dei $58 miliardi della Germania e al 690% del budget militare sudcoreano da $50 miliardi, nonostante il pazzo che governa la zona demilitarizzata.

Eppure da qui in poi le cose non fanno altro che peggiorare. Entro la fine della finestra di bilancio decennale, il costo di base di $550 miliardi dei benefici per i veterani ammonterà a 50.000 volte di più di quello che una politica di sicurezza nazionale Fortezza America avrebbe generato negli ultimi settant’anni.

Perché mai Washington è diventata la capitale mondiale della guerra, generando costi di cui i contribuenti americani non beneficiano, né possono lontanamente permettersi?

Poiché la Seconda Guerra Mondiale è stata senza dubbio l'ultima “buona guerra” della nazione, un modo illuminante per misurare la follia che si è manifestata nei settant'anni successivi è quello di scomporre il costo del risarcimento dell'invalidità dei veterani e dell'assistenza medica per coorte. Le seguenti cifre sono estremamente prudenti ed escludono i superstiti, le persone a carico, i pensionati, l'istruzione e altri benefici per i veterani. Inglobano circa $180 miliardi, ovvero il 52% degli attuali $346 miliardi all’anno del budget della Veterans Administration.

Il costo dell'indennizzo per invalidità per ciascun gruppo è dettagliato dalla stessa Veterans Administration, mentre si presume che il costo dell'assistenza medica sia pari all'attuale media annua di $8.200 per ciascuno dei 9,18 milioni di aventi diritto. Il costo di $286 milioni per i beneficiari della Seconda Guerra Mondiale è un errore di arrotondamento.

Numero di beneficiari e costo di bilancio attuale per il risarcimento dell'invalidità e l'assistenza medica:

• Seconda Guerra Mondiale: 11.488 veterani e $286 milioni

• Guerra di Corea: 59.092 veterani e $1,4 miliardi

• Era del Vietnam: 1.385.131 veterani e $44,3 miliardi

Era della Guerra del Golfo: 3.374.670 veterani e $112,1 miliardi

• Altro in tempo di pace: 831.932 veterani e $20,5 miliardi

• Totale: 5.662.273 veterinari per una media di $31.705 per beneficiario = $179,5 miliardi

È ormai quasi universalmente riconosciuto che le due guerre in Iraq sono state pura follia in cui sono stati sprecati più di $1.500 miliardi, per non parlare delle centinaia di migliaia di iracheni uccisi o feriti da queste inutili invasioni e occupazioni. Tuttavia il costo dei risarcimenti e delle cure mediche per i 3,375 milioni di beneficiari di questo gruppo ammonta attualmente a $112 miliardi all’anno.

Sebbene tale cifra sembri estremamente elevata sotto qualsiasi punto di vista, è determinata dall’enorme numero di beneficiari non dal costo di $33.480 per ciascuno. Si dà il caso che ben il 41% degli 8,193 milioni di veterani dell’era della Guerra del Golfo siano disabili – un promemoria del fatto che la Guerra Infinita di Washington è un tritacarne, nonostante tutta l'alta tecnologia ora disponibile.

In ogni caso, data un’aspettativa di vita media di 75 anni, i soli veterani dell’era della Guerra del Golfo genereranno costi differiti ($ 2024) pari a circa $5.600 miliardi (50 anni a $112 miliardi all’anno).

Proprio così. Il costo differito di una sola serie nel capitolo della Guerra Infinita ammonta al 155% dell’intero bilancio militare della Russia su base annua; e considerando l'intero arco della vita, in realtà equivale al 17% dell'intero debito pubblico attuale dell'America!

Inutile dire che Washington è felice di mantenere questi sconcertanti costi differiti fuori dal cosiddetto “bilancio della difesa”. Con una corretta contabilità il costo totale del risarcimento per l’invalidità e l’assistenza medica dei veterani verrebbe ammortizzato su ogni anno/persona di schieramenti in combattimento.

È sufficiente prendere in considerazione il già citato 41% dei veterani dell’era della Guerra del Golfo che riceveranno una vita di invalidità e benefici medici grazie alla Veterans Administration. Supponendo una media di 50 anni negli elenchi di questa agenzia governativa, il costo per beneficiario nel corso della vita sarebbe di circa $1,675 milioni in dollari odierni.

Ammortizzate la cifra ai 6,5 anni di servizio militare medio per il personale in servizio attivo delle attuali forze armate e otterrete una spesa contabile annuale di $105.000. Quindi il costo annuale reale per inviare un soldato in guerra non è la cifra già elevata di $136.000, ma in realtà è quasi un quarto di milione di dollari all’anno!

I burcroati americani, però, preferirebbero che non lo sapessimo. Facendo un esempio storico, se al popolo americano fosse stato detto che sarebbe costato $250.000 all’anno inviare un militare statunitense in Kuwait allo scopo di difendere il diritto dell’emiro di trivellare il petrolio di Saddam Hussein nel giacimento di Rumaila, forse non avrebbe sventolato così tante stelle e strisce in risposta alla propaganda della CNN sulla Guerra del Golfo.

Anzi sarebbero stati più che felici di permettere a Saddam di raccogliere i $2,6 miliardi che, secondo lui, l'emiro aveva rubato all'Iraq. Dopotutto quel litigio locale tra l'emiro del Kuwait e il macellaio di Baghdad non aveva assolutamente nulla a che fare con la libertà e la sicurezza della patria americana.

In parole povere, qui c'è qualcosa che è veramente andato in tilt. Washington è così presa nel suo ruolo di capitale mondiale della guerra che non si accorge nemmeno che il costo differito delle guerre ormai dimenticate da tempo in Corea, Vietnam e nel Golfo Persico supera i bilanci della difesa di ogni amico o nemico sul pianeta, e che solo lo 0,1% dell’attuale budget da $346 miliardi della Veterans Administration è attribuibile ai veterani sopravvissuti dell’ultima guerra che hanno davvero contribuito alla sicurezza nazionale.

Inutile dire che la questione va ben oltre i dollari e centesimi in questione. Ciò che in realtà è in discussione è l’intero quadro della politica estera del secondo dopoguerra che ha generato uno stato di guerra permanente e ha comportato l’estensione di un impero con sede a Washington in lungo e in largo per il pianeta.

Ma il passaggio da una Repubblica pacifica e prospera socialmente ed economicamente a un Impero mondiale è più di quanto il fragile apparato della nostra democrazia madisoniana potesse gestire. La burocrazia americana è stata presto coinvolta nell'entusiasmo e negli intrighi legati alla gestione dell'Impero, girando per il mondo e visitando alleati, vassalli e province come plenipotenziari di una Nazione Indispensabile.

Così facendo sono diventati complici di una narrativa che serve gli interessi dei mercanti di armi e dei burocrati della sicurezza nazionale. Ad entrambi sono stati conferiti compiti e budget che non sarebbero stati neanche lontanamente immaginabili sotto il vecchio sistema repubblicano.

Dopo gli scontri bellici nel XIX secolo e anche dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si verificò una totale smobilitazione della macchina bellica e del suo apparato civile. Dopo la prima guerra mondiale, ad esempio, il bilancio militare degli Stati Uniti precipitò del 92%, da $9 miliardi nel 1919 ad appena $750 milioni nel 1923. E anche dopo la seconda guerra mondiale la spesa per la difesa crollò dell’89%, da $83 miliardi nel 1945 a $9 miliardi nel 1948.

Se si poi si calcolano questi budget per la difesa in potere d’acquisto del 2024, il picco nel 1945 fu di $1.630 miliardi, cifra crollata a soli $123 miliardi nel 1948.

Washington era sulla buona strada per ritornare alla modalità repubblicana pacifica che aveva servito bene la sicurezza nazionale americana per 160 anni.

Spinta dall’allarme rosso acceso tra il 1948 e il 1950 da personaggi del calibro di Winston Churchill, Henry Luce, Richard Nixon e dalla folla di Wall Street che aveva preso il controllo dei Dipartimenti di Stato, della Difesa e della CIA, Washington si instradò per diventare la capitale mondiale della guerra.

La precedente tendenza alla smobilitazione fu precipitosamente invertita e al suo posto sorse un vero e proprio stato di guerra con il Piano Marshall, la NATO e la guerra di Corea. Se inquadriamo quest'ultima in potere d'acquisto del 2024, il budget della difesa americana schizzò a $650 miliardi nel 1953, un aumento del 430% rispetto al minimo del 1948.

Per ironia della sorte, uno dei principali artefici della Guerra Fredda, Dean Acheson, solo pochi anni prima aveva liquidato la linea di tregua del 1945 al 38° parallelo in Corea come una mera “linea di un geometra” priva di rilevanza materiale per la sicurezza nazionale (e a dirla tutta lo era). La guerra di Corea non ha mai avuto niente a che fare con la sicurezza nazionale americana, perché né la Cina comunista né la Russia di Stalin avevano la minima capacità di minacciarla.

Durante il suo mandato il grande Dwight D. Eisenhower riuscì ad abbassare il bilancio della difesa di quasi il 30%, portandolo a $475 miliardi (in dollari odierni), ma LBJ lo riportò al livello della Guerra di Corea, a $650 miliardi, grazie alla sua Guerra in Vietnam.

A quel punto il dado era tratto. L’intera spinta dietro le crociate di Washington contro le presunte tessere del domino in caduta e a sostegno delle cosiddette istituzioni di “sicurezza collettiva” come la NATO, la SEATO e la riestensione del potere militare americano in Europa e in Estremo Oriente, era essenzialmente una storia di copertura per:

• Rilanciare il complesso industriale-militare che era stato bruscamente chiuso dopo il 1945;

• Avviare la macchina politica, diplomatica e di intelligence per l’egemonia mondiale.

Secondo le vecchie verità della repubblica americana, come esemplificate dalle citazioni di Washington, Jefferson e John Quincy Adams, il budget della Veterans Administration oggi sarebbe ben inferiore a $1 miliardo all’anno. Questo perché non ci sarebbero 5,7 milioni di veterani disabili, o quasi 10 milioni di iscritti nel sistema ospedaliero e sanitario della Veterans Administration da $100 miliardi.

Questi sono i frutti di tutte le guerre inutili, dalla Corea all’Iraq, e degli attuali conflitti in Ucraina e nel Medio Oriente. Nessuna delle teorie del domino che sostenevano queste guerre è mai stata valida, né lo è stata l’idea che la sicurezza interna dell’America richiedesse alleati della NATO in Europa, o l’idea che Israele sia una portaerei alleata inaffondabile, o che il Golfo Persico sia un lago americano che necessita di essere pattugliato e salvaguardato dalla 7a Flotta.

Oltre alla massiccia spesa militare in eccesso di $500 miliardi all’anno in aggiunta ai $350 miliardi che sarebbero necessari per la deterrenza nucleare e la difesa continentale dell'America, abbiamo anche $70 miliardi di spesa nel cosiddetto bilancio degli affari internazionali.

Ad esempio, $20 miliardi ogni anno vanno all’assistenza militare e alla sicurezza, di cui quasi $4 miliardi solo per Israele. Eppure, ancora una volta, gli abitanti della capitale mondiale della guerra sono così ipnotizzati dalla falsa narrativa dell’Impero che non riescono a vedere il quadro generale.

Il fatto è che il PIL di Israele ammonta a $550 miliardi e $55.000 pro capite. Vale a dire, lo stipendio annuale di Washington potrebbe essere coperto da appena l’1% del PIL in tasse aggiuntive sul popolo israeliano per finanziare il tipo di politica militare nei confronti dei cittadini palestinesi e dei vicini arabi che il suo elettorato sembra preferire.

Eppure gli abitanti della capitale mondiale della guerra non prestano alcuna attenzione agli assurdi fatti della situazione attuale: il PIL pro capite sia dei vicini più ostili di Israele, sia di quelli più amichevoli, non è che una frazione della sua cifra di $55.000.

Allora perché i contribuenti israeliani non dovrebbero farsi carico del peso fiscale della loro stessa politica di sicurezza? Infatti è molto difficile spiegare come ciò sia nell’interesse della sicurezza nazionale americana. Però nella capitale mondiale della guerra, la questione non viene affatto sollevata.

Attuale PIL pro capite di Israele e dei suoi vicini:

Israele: $55.000

• Siria: $500

• Yemen: $650

• Libano: $4.100

• Egitto: $4.300

• Iran: $5.000

• Iraq: $6.000

• Arabia Saudita: $30.400

• Emirati Arabi Uniti: $53.000

Il passaggio dalla Repubblica all’Impero intorno al 1949 rimane evidente ancora oggi – un intero terzo di secolo dopo la fine della Guerra Fredda e l’Impero sovietico fu spazzato nella pattumiera della storia. Come illustrato nell'infografica qui sotto, la capitale mondiale della guerra schiera ancora 173.000 soldati in 159 Paesi e mantiene oltre 750 basi in 80 Paesi.

In un certo senso è come se la Seconda Guerra Mondiale non fosse mai finita. Nel 2020 Washington disponeva ancora di grandi forze militari nei luoghi in cui erano arrivate 75 anni fa:

• 119 basi e quasi 34.000 soldati in Germania

• 44 basi e 12.250 soldati in Italia

• 25 basi e 9.275 soldati nel Regno Unito

• 120 basi e 53.700 soldati in Giappone

• 73 basi e 26.400 soldati in Corea del Sud

La tradizionale smobilitazione dopo il 1945 avrebbe spazzato via la lista dell’Impero di cui sopra, ma la situazione s'invertì nel 1948-1949 quando l’Unione Sovietica ottenne la bomba atomica e Mao vinse la guerra civile in Cina. Da allora in poi la diffusione di basi, truppe, alleanze, interventi e guerre eterne è proseguita incessantemente sulla base del fatto che i traballanti stati comunisti domiciliati a Mosca e Pechino rappresentavano una minaccia esistenziale alla sopravvivenza dell’America.

Non lo erano invece, o non lo sarebbero stati tanto a lungo perlomeno. Come sosteneva all’epoca il grande senatore Robert Taft, la modesta minaccia alla sicurezza nazionale, rappresentata dall’Unione Sovietica devastata dalla guerra e dal disastro collettivista imposto alla Cina da Mao, avrebbe potuto essere facilmente gestita con:

• Una schiacciante capacità di ritorsione nucleare che avrebbe scoraggiato ogni possibilità di attacco nucleare o ricatto;

• Una difesa convenzionale delle coste dell'America che sarebbe stata estremamente facile da sostenere, dato che l’Unione Sovietica non aveva una Marina degna di nota e la Cina era decaduta nell’anarchia industriale e agricola a causa dei catastrofici esperimenti di collettivizzazione di Mao.

Il quadro taftiano non è mai cambiato fino alla fine della Guerra Fredda nel 1991, anche se la tecnologia della guerra nucleare e convenzionale si è evoluta rapidamente. Con una modesta spesa militare Washington avrebbe potuto mantenere il suo deterrente nucleare pienamente efficace e mantenere una formidabile fortezza di difesa della patria senza alcun apparato imperiale. E dopo il 1991 i requisiti sarebbero stati ancora meno stringenti.

Questa verità è in netto contrasto con la vecchia teoria della sicurezza collettiva, che portò alla creazione della NATO nel 1949 e ai suoi cloni regionali da allora in poi. Sì, alla fine degli anni quaranta c’erano partiti comunisti locali di notevoli dimensioni in Italia e in Francia, e il Partito Laburista in Inghilterra aveva una sfumatura rossastra, ma gli archivi della vecchia Unione Sovietica, ora aperti, provano in modo conclusivo che Stalin non aveva né i mezzi né l’intenzione d'invadere l’Europa occidentale.

La capacità militare che l'Unione Sovietica resuscitò dopo lo spargimento di sangue con gli eserciti di Hitler era fortemente difensiva nel carattere e ingombrante nelle capacità, quindi la minaccia comunista in Europa avrebbe potuto essere affrontata alle urne, non sul campo di battaglia. Non avevano bisogno della NATO per fermare una presunta invasione sovietica.

Naturalmente ciò che la NATO è riuscita a realizzare è stato ridurre drasticamente il peso della spesa per la difesa in Europa occidentale, anche se la maggior parte di queste nazioni ha optato per uno stato sociale espansivo e costoso: lo stato bellico di cui l’America non aveva bisogno ha consentito di creare stati sociali che l’Europa non poteva permettersi, né allora né adesso.

Inutile dire che, una volta stabilito l’impero tramite basi, alleanze, sicurezza collettiva e incessante ingerenza della CIA negli affari interni dei Paesi esteri, esso si è bloccato come un collante anche se i fatti della vita internazionale hanno dimostrato più e più volte che l'Impero americano non era necessario.

Vale a dire, le presunte “lezioni” del periodo tra le due guerre e della Seconda Guerra Mondiale furono narrate in modo da manipolare l'opinione pubblica. L’ascesa aberrante di Hitler e Stalin non è avvenuta perché la brava gente di Inghilterra, Francia e America non se ne accorseero negli anni ’20 e ’30.

Sorsero dalle ceneri dell'interventismo di Woodrow Wilson in una disputa nel vecchio mondo che non riguardava l'America. Tuttavia l’arrivo di due milioni di soldati americani e massicci flussi di armamenti e prestiti da parte di Washington consentirono una pace vendicativa ai vincitori di Versailles piuttosto che la fine di un’inutile guerra mondiale che avrebbe lasciato tutte le parti esauste, in bancarotta, demoralizzate e i rispettivi partiti di guerra interni soggetti a un ripudio alle urne.

Furono Wilson e Versailles che diedero vita a Hitler e Stalin, e quest’ultimo alla fine provocò fortunatamente la fine del primo a Stalingrado. Quella avrebbe dovuto essere la fine della questione nel 1945 e, in effetti, lo fu per un po'. Dopo le parate per la vittoria, la smobilitazione e la normalizzazione della vita civile procedettero rapidamente in tutto il mondo.

Ahimè, l’incipiente Partito della Guerra composto da appaltatori militari, operatori e ufficiali giramondo, gestato nel calore della Seconda Guerra Mondiale, non era destinato a passare tranquillamente a un dolce sonno. Invece la Guerra Fredda fu allevata sulle rive del Potomac quando il presidente Truman cadde sotto l’incantesimo di falchi guerrafondai come il segretario James Byrnes, Dean Acheson, James Forrestal e i fratelli Dulles, i quali erano riluttanti a tornare alle loro vite mondane di banchieri civili, politici, o diplomatici in tempo di pace.

Quindi nel periodo post-bellico il comunismo mondiale non era realmente in marcia e le nazioni del mondo non erano coinvolte nella caduta di tessere del domino o nella gestazione di nuovi Hitler o Stalin, ma i nuovi sostenitori dell’Impero insistevano sul contrario e che la sicurezza nazionale ne richiedesse l'ampliamento.

Proprio come i fatti precedentemente menzionati riguardo agli enormi costi differiti della Guerra Infinita evidenziano l’assurdità dell'impero di Washington, possiamo dire lo stesso riguardo a un esercito permanente di quasi un milione di uomini.

Dopotutto che bisogno avrebbe una Repubblica pacifica, circondata dai grandi fossati dell’Atlantico e del Pacifico, di un enorme esercito permanente quando le probabilità che battaglioni e divisioni straniere raggiungano l’America sono praticamente inesistenti? Con un adeguato presidio costiero di missili, sottomarini d’attacco e caccia a reazione, qualsiasi esercito invasore diventerebbe un’esca per gli squali molto prima di toccare le coste della California o del New Jersey.

I 462.000 soldati nell’esercito, in servizio attivo a $112.000 ciascuno, hanno un costo di bilancio annuale di $55 miliardi, mentre le 506.000 forze di riserva a $32.000 ciascuna costano più di $16 miliardi. E oltre a questa struttura, ovviamente, ci sono $77 miliardi per operazioni e manutenzione, $27 miliardi per gli appalti, $22 miliard per RDT&E e $4 miliardi per tutto il resto.

Nel complesso l’attuale bilancio dell’esercito ammonta a quasi $200 miliardi, e praticamente tutta questa spesa – quasi 3 volte il bilancio totale della difesa della Russia – è impiegata al servizio dell’Impero americano, non della difesa della patria. Potrebbe essere facilmente tagliato del 70%, o di $140 miliardi, il che significa che la componente dell’esercito americano di una difesa esclusivamente interna ($450 miliardi) assorbirebbe solo $60 miliardi all’anno.

Allo stesso modo la Marina e il Corpo dei Marine degli Stati Uniti spendono $55 miliardi all’anno su 515.000 forze in servizio attivo e altri $3,7 miliardi su 88.000 di riserva. Tuttavia se si considerano i requisiti fondamentali di una posizione votata esclusivamente alla difesa, anche queste forze e spese sono decisamente esagerate.

Per missioni principali ci riferiamo alla componente della Marina riguardante la triade nucleare strategica e la grande forza composta da sottomarini con missili d'attacco e da crociera. Ecco gli attuali requisiti di manodopera per queste forze chiave:

14 sottomarini nucleari strategici di classe Ohio: ci sono due equipaggi di 155 ufficiali e uomini arruolati per ciascuno, con un conseguente fabbisogno di forza diretta di 4.400 militari e un totale complessivo di 10.000 militari includendo ammiragli, aerei e altre conformità.

50 sottomarini missilistici d'attacco/crociera: ci sono due equipaggi di 132 ufficiali e uomini arruolati per ciascuno, per un fabbisogno diretto di 13.000 militari e un totale complessivo di 20.000 militari compresi ammiragli e spese generali.

In breve, le missioni principali della Marina in un quadro esclusivamente difensivo coinvolgerebbero circa 30.000 ufficiali e uomini arruolati, ovvero meno del 6% dell’attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine. Dall'altra parte i gruppi da battaglia delle portaerei, del tutto inutili, che operano esclusivamente al servizio dell'Impero, hanno equipaggi di 8.000 persone ciascuno se si contano le navi di scorta e le suite di aerei.

Quindi gli 11 gruppi da battaglia delle portaerei e le loro infrastrutture richiedono 88.000 militari diretti e 140.000 in totale se si include il consueto supporto e le spese generali. Allo stesso modo la forza in servizio attivo del Corpo dei Marine è di 175.000 uomini, e questo è interamente uno strumento di invasione e occupazione, totalmente inutile per la sola difesa della patria.

In breve, ben 315.000 militari, o il 60% dell’attuale forza in servizio attivo della Marina/Corpo dei Marine, funziona al servizio dell’Impero americano. Quindi se si ridefiniscono le missioni della Marina per focalizzarle sulla deterrenza nucleare strategica e sulla difesa costiera, è evidente che più della metà della struttura delle sue forze non è necessaria per la sicurezza nazionale. È invece al servizio della proiezione del potere globale, del controllo delle rotte marittime dal Mar Rosso al Mar Cinese Orientale e come piattaforma per guerre d'invasione e occupazione.

Di conseguenza l’attuale budget della Marina e del Corpo dei Marine ammonta a circa $236 miliardi se si includono $59 miliardi per il personale militare, $81 miliardi per O&M, $67 miliardi per gli appalti, $26 miliardi per RDT&E e $4 miliardi per tutte le altre voci di spesa. Un taglio di $96 miliardi, pari al 40% dell'attuale totale, lascerebbe comunque $140 miliardi per le missioni principali della difesa dell'America.

I $246 miliardi contenuti nel bilancio dell’Aeronautica Militare sono molto più orientati verso un approccio di sicurezza nazionale rispetto a quello basato sull’Impero se lo si paragona ai bilanci dell’Esercito e della Marina. Sia la componente terrestre Minuteman della triade strategica che le forze di bombardieri B-52 e B-2 sono finanziate in questa sezione del bilancio della difesa.

E mentre una frazione significativa dell’attuale bilancio per l’equipaggio, le operazioni e l’approvvigionamento di aerei convenzionali e forze missilistiche è destinata a missioni all’estero, solo la componente del trasporto aereo e delle basi straniere di tali spese funziona intrinsecamente al servizio dell’Impero.

Nell’ambito di una quadro esclusivamente difensivo, quindi, una parte sostanziale della potenza aerea convenzionale, che comprende oltre 4.000 velivoli ad ala fissa e rotanti, verrebbe riutilizzata per missioni di difesa nazionale. Di conseguenza più del 75%, o $180 miliardi, dell’attuale budget dell’Aeronautica rimarrebbero in vigore.

Infine un coltello particolarmente affilato dovrebbe essere utilizzato sulla componente da $181 miliardi del bilancio della difesa, destinata alle operazioni generali del Pentagono e del Dipartimento della Difesa. Ben $110 miliardi, ovvero il 61% di suddetta enorme somma – più del doppio del budget militare totale della Russia – sono in realtà destinati agli eserciti di dipendenti civili e appaltatori con sede a DC/Virginia che si nutrono dello Stato di Guerra. In termini di sicurezza nazionale, molte di queste spese non sono solo inutili, ma addirittura controproducenti. Costituiscono la lobby finanziata dai contribuenti e la forza di spaccio d'influenza che mantiene l’Impero vivo e pienamente finanziato a Capitol Hill.

Una diaria del 38% rispetto al bilancio attuale, o $70 miliardi, per le funzioni del Dipartimento della Difesa, oltre a $60 miliardi per l’Esercito, $140 miliardi per la Marina e $180 miliardi per l’Aeronautica, ridurrebbe la componente dello stato bellico a $450 miliardi. In potere d’acquisto attuale questa cifra sembra essere esattamente quello che Eisenhower pensava fosse più che adeguato per la sicurezza nazionale quando ci mise in guardia dalle macchinazioni del complesso militare-industriale 63 anni fa.

In fin dei conti, il momento di riportare a casa l’Impero è ormai giunto da tempo. Il costo annuale da $1.300 miliardi dello stato bellico non è più neanche lontanamente sostenibile – e da sempre è stato del tutto inutile per la sicurezza nazionale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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giovedì 6 giugno 2024

Tre cose che ho imparato lavorando con Bitcoin

 

 

di Robert Breedlove

Durante i miei anni trascorsi in questa tana del bianconiglio, sono arrivato a capire che poiché nessuno può cambiare Bitcoin, tutti alla fine saranno cambiati da Bitcoin. Per me continua a essere una fonte inesauribile di apprendimento: ha trasformato (direttamente o indirettamente) le mie abitudini alimentari, le mie passioni intellettuali e i miei valori personali. Qui condividerò alcune cose che ho imparato con Bitcoin.


Ci sono solo due modi per acquisire ricchezza

Intenzionati a creare migliori condizioni di vita, gli individui si organizzano in gruppi per diventare più produttivi. Attraverso la collaborazione, gli esseri umani possono aumentare la propria produzione (beni) per unità di input (lavoro). Aumentare la produttività in questo modo equivale a diventare più ricchi e prosperi. Adagi secolari come “due teste sono meglio di una” e “molte mani alleggeriscono il lavoro” parlano di questo scopo economico fondamentale della collaborazione umana. Infatti quando analizziamo la parola collaborazione troviamo co- e -laborazione che significa “lavorare insieme”. Come disse Marco Aurelio, gli esseri umani sono fatti apposta per la collaborazione: “Siamo nati per lavorare insieme come i piedi, le mani e gli occhi, come le due file di denti, superiori e inferiori. Ostruirsi a vicenda è innaturale”.

La collaborazione è il modo più efficace con cui gli esseri umani possono creare ricchezza, o, detto in modo diverso, lavorare insieme è il modo più efficace in cui gli esseri umani possono liberare il loro tempo. Più gli esseri umani coordinano intensamente le loro azioni, più il loro tempo diventa libero dalle fatiche della sussistenza di base. Gli economisti chiamano questa dinamica divisione sociale del lavoro. In questo modo il coordinamento dell’azione umana ci permette di liberarci dalla scarsità economica.

Concentrandosi sull’aumento della produttività, gli esseri umani possono ottenere risultati maggiori con gli stessi livelli di sforzo. Questa realtà piuttosto semplice della crescita della produttività in una divisione sociale del lavoro è la ragione principale per cui gli esseri umani si auto-organizzano in gruppi. Se non fosse vero che gli esseri umani che agiscono in concerto producono più di quanto gli esseri umani che agiscono in isolamento, allora tutti condurremmo stili di vita più solitari.

Dato che gli esseri umani sono in grado di ottenere risultati maggiori coordinando le loro azioni, affermo che l’intero scopo dell’auto-organizzazione umana sia l’acquisizione di ricchezza. La ricchezza equivale al tempo liberato, il “frutto economico” coltivato attraverso la collaborazione. In questo senso tutte le organizzazioni umane sono imprese, nel senso che comportano scambi e devono generare ricchezza affinché possano ontinuare a esistere. Ciò include gruppi o organizzazioni che tradizionalmente potreste non considerare come imprese, come la vostra famiglia, la vostra chiesa o il governo. Se non c’è creazione di ricchezza netta da parte degli individui attraverso i loro sforzi organizzativi, allora quell’impresa sicuramente fallirà.

Se tutte le organizzazioni umane sono imprese, e lo scopo delle imprese è generare ricchezza, allora tutte le organizzazioni umane sono strategie di acquisizione di ricchezza. Questa inquadratura è utile per valutare lo status morale delle imprese. In questo universo ci sono solo due modi possibili per acquisire ricchezza: uno è facendo e l'altro è prendendo (indicherò in maiuscolo Fare e Prendere con specifico riferimento a questi modi di acquisire ricchezza). Fare e prendere sono strategie di acquisizione di ricchezza che si escludono a vicenda: un individuo può realizzare solo l'uno o l'altro in ogni determinata azione. Fare è il modo in cui il lavoratore o l’imprenditore si impegnano nella produzione e nello scambio: ciò che il grande sociologo Franz Oppenheimer chiamava “il mezzo economico” per acquisire ricchezza. Prendere è la via del ladro o dello statalista, un percorso più semplice ma sadico che toglie produttività poiché implica rubare le cose di altre persone con la forza o con la minaccia di violenza. In contrapposizione alle attività produttive del Fare, il Prendere è il furto o la confisca unilaterale dei beni altrui. In altre parole Prendere significa impadronirsi delle ricchezze altrui, le quali sono il prodotto del tempo umano. Poiché costruire qualcosa è solitamente più difficile che impossessarsene, Prendere è una strategia di acquisizione di ricchezza spesso perseguita. Tuttavia, poiché il Prendere è improduttivo, è intrinsecamente distruttivo per la creazione di ricchezza aggregata. Oppenheimer si riferiva al Prendere come al “mezzo politico” per acquisire ricchezza. Come scrive Rothbard in Anatomia dello Stato:

Dovrebbe essere chiaro che l’uso pacifico della ragione e dell’energia nella produzione è il percorso “naturale” per l’essere umano: il mezzo per la sua sopravvivenza e prosperità su questa Terra. Dovrebbe essere altrettanto chiaro che i mezzi coercitivi e di sfruttamento sono contrari alla legge naturale; sono parassitari perché invece di aggiungere valore alla produzione, lo sottraggono. I “mezzi politici” dirottano la produzione verso un individuo o un gruppo parassitario e distruttivo; questo travaso non solo sottrae valore al numero dei produttori, ma riduce anche il loro incentivo a produrre oltre la semplice sussistenza. A lungo andare il ladro distrugge la propria sussistenza diminuendo o eliminando la fonte delle proprie provviste.

Quanto maggiore sarà la proporzione dell’attività commerciale impegnata nel Fare rispetto a quella impegnata nel Prendere, tanto più fiorirà la civiltà umana. Le imprese impegnate nel Fare aumentano la creazione di ricchezza totale aumentando la produttività umana; quelle invece impegnate a ridurla, vanno a diminuire la produttività umana. Fare è la via dell’imprenditorialità: è un gioco a somma positiva, il che significa che sono possibili situazioni vantaggiose per tutti. In altre parole, il Fare è ciò che espande la proverbiale “torta economica”. Prendere è il contrario: è un gioco a somma zero, nel senso che il guadagno di una persona è necessariamente la perdita di un'altra. Tagliare la “torta economica” in più pezzi e spartirli in modo diverso non significa che ce ne sia di più.

Fare e Prendere sono le uniche strategie di acquisizione di ricchezza disponibili: non ci sono alternative. Quindi la grande domanda è: come possono gli esseri umani creare condizioni in cui il Fare sia più prevalente del Prendere? In breve, come possiamo massimizzare il nostro rapporto Fare-Prendere, ovvero come possiamo massimizzare la produttività e quindi ottimizzare le condizioni economiche necessarie per la prosperità umana? Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere la natura della proprietà privata che, come vedremo, può essere descritta come uno dei rapporti più importanti che gli individui possono avere con la natura. Questo mi porta a un'altra cosa importante che ho imparato viaggiando nella tana del bianconiglio di Bitcoin...


La proprietà privata è il possesso privato della ricchezza

La vostra auto non è proprietà, gli immobili non sono proprietà, niente di ciò che possedete è proprietà. La proprietà non è un bene, è invece il rapporto esclusivo tra una persona e un bene. La persona designata con l'autorità di controllare completamente un bene e di escludere altri dal suo utilizzo ne è il legittimo proprietario. La proprietà, quindi, è il vincolo tra i legittimi proprietari e i loro beni. In questo senso più preciso, e utilizzando un linguaggio più moderno, la proprietà privata può essere più appropriatamente definita possesso privato.

Ognuno di noi è naturalmente investito del potere di controllare completamente il proprio corpo ed escludere gli altri dal suo utilizzo. In quanto tale il legame naturale di ogni individuo con il proprio corpo è la forma più fondamentale di proprietà privata. In parole povere, se avete un corpo, allora avete una proprietà privata. Voi, come unici proprietari del vostro corpo, godete dei diritti esclusivi di utilizzare qualsiasi delle sue “funzionalità”. Tuttavia, come proprietari, supponendo che vogliate continuare a godere delle numerose “caratteristiche” del vostro corpo, siete anche responsabili del suo mantenimento e della correzione di tutti i suoi “difetti”. In questo senso i “diritti di proprietà” possono essere chiamati anche “responsabilità sulla proprietà”. Ciò che vale per il rapporto con il proprio corpo vale anche per i beni che giustamente si acquisiscono nel mondo. Se avete lavorato per realizzare cose, o avete scambiato i beni creati attraverso il costro lavoro con quelli che qualcun altro ha legittimamente acquisito, allora possiedete legittimamente suddetti beni. Per queste ragioni i diritti e le responsabilità sono due facce della stessa medaglia all’interno dell’istituzione sociale della proprietà privata.

Utilizzando le “caratteristiche” del nostro corpo e prendendoci cura dei suoi “difetti”, ognuno di noi può estendere la proprietà individuale nel mondo materiale attraverso il lavoro. Combinando il proprio lavoro con le molteplici cose presenti naturalmente nel mondo, si possono creare risorse nuove e utili. Le risorse create attraverso il lavoro produttivo rendono il nostro mondo un ambiente ancora più “ricco di funzionalità”. Non solo la proprietà privata massimizza il tasso di creazione di risorse, ma aumenta anche la capacità di carico della civiltà in termini di sostegno di una popolazione umana più ampia. Tuttavia, com'è vero con il proprio corpo, continuare a godere delle “caratteristiche” delle risorse così create pone la responsabilità di risolvere i relativi “difetti” direttamente sulle spalle del singolo proprietario di ciascuna risorsa. Se i proprietari desiderano continuare a godere dei propri beni, compresi i propri corpi, devono assumersi le proprie responsabilità nel mantenerli e proteggerli. In questo modo la proprietà privata è la condizione ideale per ottimizzare i diritti umani, la responsabilità e, quindi, la prosperità, sia a livello individuale che collettivo.

Inoltre, come sottolinea Rothbard nel suo libro, L’etica della libertà, non esiste un’alternativa etica alla proprietà privata, cosa che implica un’autoproprietà universalizzata, poiché tutte le altre forme di proprietà individuale degenerano nello scisma tra una classe dominante e una classe governata:

È fisicamente impossibile che ognuno di noi possa tenere d’occhio continuamente tutti gli altri, e quindi esercitare la sua parte uguale di proprietà parziale su ogni altro essere umano. In pratica questo concetto di proprietà altrui universale ed eguale è utopico e impossibile, e la supervisione e quindi la proprietà altrui diventa necessariamente un’attività specializzata di una classe dominante. Pertanto nessuna società che non garantisca la piena proprietà di sé per tutti può godere di un’etica universale. Per questo motivo l’autoproprietà al 100% per ogni essere umano è l’unica etica politica praticabile per l’umanità [...]. Possiamo immaginare un mondo in cui nessun essere umano è libero d'intraprendere una qualsiasi azione senza la previa approvazione di tutti gli altri? Chiaramente nessuno sarebbe in grado di fare nulla e la razza umana perirebbe rapidamente. Ma se un mondo in cui l’autoproprietà è pari a zero, o quasi, significa la morte per la razza umana, allora qualsiasi passo in tale direzione contravviene la legge di ciò che è meglio per l’essere umano e la sua vita sulla Terra.

Visto che la proprietà privata massimizza la creazione di ricchezza aggregata ed è l’unica opzione etica per costruire qualsiasi sistema socioeconomico, la grande domanda ora diventa: come possono gli esseri umani universalizzare l’etica della proprietà privata in tutte le nostre interazioni? La risposta, un po’ strana, è che bisogna convincere gli individui ad agire come se questa etica fosse tale affinché lo possa essere. Questo mi porta alla prossima cosa che ho imparato lavorando con Bitcoin...


La proprietà privata è una messa in scena

Combinando il proprio lavoro con le risorse naturali, è possibile realizzare una rete da pesca, avviare un'impresa, o impegnarsi in una serie di altre attività che migliorano la produttività. Questi “frutti del proprio lavoro” diventano vincolati a noi come nostra proprietà. Naturalmente un legame indissolubile tra individui e patrimonio è possibile solo nella misura in cui viene attuato. Similmente ad altri costrutti sociali come il denaro o il calendario, la proprietà privata esiste proprio nella misura in cui tutti agiamo come se esistesse. Ad esempio, per poter coordinare con successo una riunione alle 16:00 di giovedì 6 giugno 2024, ciascuno di noi deve agire come se il sistema di calendario assegnato arbitrariamente fosse reale. In altre parole, dobbiamo rispettare il consenso della costruzione sociale nota come sistema del calendario gregoriano. In questo senso la proprietà privata è più simile a un accordo sociale implicito che a una legge intrinseca della natura. A differenza delle leggi della fisica, che valgono indipendentemente dall’azione o dall’opinione umana, la proprietà privata dev'essere attuata continuamente affinché possa sopravvivere. In altre parole, la proprietà privata è una struttura normativa: una messa in scena ritualizzata di ciò che è giusto o di ciò che “dovrebbe esserlo” attraverso un consenso generale su modelli di azione ricorrenti, aspettative di etichetta e giochi di ruolo sociale. Affinché la proprietà privata sia una struttura normativa efficace, gli individui devono renderla un'opera teatrale e farla esistere.

Considerata in un modo leggermente diverso, la proprietà privata è un gioco di ruolo dal vivo: ciò che fate quando aprite un conto in banca, comprate mele al supermercato, o vi impegnate in qualsiasi scambio consensuale di titoli di proprietà privata. Nella realtà fisica nessuno ha infatti un diritto esclusivo su alcun bene (ad eccezione dell'autonomia corporea, che non può essere alienata da nessun individuo, nemmeno consensualmente). È solo nello spazio immaginale del gioco reciproco che il rapporto di proprietà privata può essere reso reale attraverso una messa in scena continua.

Per quanto paradossale possa sembrare, quando tutti “giocano” secondo le regole della proprietà privata, questo atto di “gioco” diventa l’unico modo “funzionante” per massimizzare la creazione di ricchezza totale. Universalizzando il rispetto per i rapporti di proprietà individuale, il gioco di finzione della proprietà privata promulga il risultato economico più pragmatico immaginabile: l’espansione senza precedenti delle popolazioni umane, dei tipi di innovazioni e dei tassi di creazione di ricchezza. In questo senso la proprietà privata è il gioco di finzione serio che costituisce un pilastro fondamentale della civiltà stessa. Le regole del gioco sono semplici: ognuno possiede ciò che fa e non possiede ciò che prende. In altre parole, la civiltà in senso puro è la teatralizzazione ideale del principio di giustizia: un regno in cui ognuno ottiene ciò che merita dal punto di vista economico. Come disse Mises: “Se la storia potesse insegnarci qualcosa, sarebbe che la proprietà privata è indissolubilmente legata alla civiltà”.

Naturalmente c'è sempre un incentivo a uscire dal gioco di ruolo dal vivo della proprietà privata e a impossessarsi dei beni di qualcun altro con la forza. Come scritto in precedenza, questo atto di Prendere è spesso il percorso di minor resistenza, poiché è più difficile costruire che rubare. Ad esempio, nella maggior parte dei casi ci vuole molto meno sforzo per impossessarsi di una casa piuttosto che per costruirla. “Disertando dal gioco” della proprietà privata, un disertore sceglie di ignorare le regole della civiltà ricorrendo all’atto incivile della coercizione – equivalente alla strategia di acquisizione di ricchezza discussa in precedenza. Essendo un percorso comune di minor resistenza, è spesso finanziariamente vantaggioso per chi Prende mettere da parte ogni scrupolo che potrebbe avere e rubare le risorse che desidera. Questo è il motivo per cui chi Fa necessita di mezzi economicamente vantaggiosi per difendere la sua proprietà privata.

In ultima analisi, la proprietà si basa sulla capacità del proprietario di mantenere e proteggere i propri beni. Dato il rischio sempre presente che qualcuno scelga di abbandonare il gioco del rispetto della proprietà privata, la cosa migliore che possiamo fare in senso puramente economico è concentrarci sulla strutturazione di sistemi d'incentivi in ​​cui Prendere sia reso il più finanziariamente non redditizio possibile. A tal fine lo stato di diritto è utile come disincentivo, ma rendere la proprietà più economica da difendere è meglio, poiché riduce le spese improduttive per la protezione e l’applicazione della legge. Man mano che il costo per preservare la proprietà privata diminuisce, cala anche il calcolo del valore atteso (un indicatore della redditività finanziaria) per quanto riguarda l’aggressione alla proprietà privata. Considerata in combinazione con le sanzioni applicabili in caso di violazione della legge, l'aggressione alla proprietà privata può addirittura essere resa finanziariamente non redditizia. Dato che gli esseri umani sono inclini a impegnarsi in qualsiasi azione finanziariamente redditizia, la creazione di sistemi socioeconomici in cui la coercizione sia meno redditizia è un modo infallibile per mitigare l’impiego del Prendere come strategia di acquisizione di ricchezza. In altre parole, nella misura in cui il Prendere viene reso finanziariamente non redditizio, gli esseri umani in cerca di profitto vengono persuasi a impegnarsi nel Fare piuttosto che nel Prendere come strategia preferita di acquisizione della ricchezza.

Se mantenuta in un modello di custodia adeguato, la proprietà privata di Bitcoin è la relazione di proprietà più costosa da spezzare nella storia umana. Man mano che sempre più individui detengono i propri risparmi in Bitcoin (adeguatamente protetti), i modelli di business che utilizzano il Prendere come strategia di acquisizione di ricchezza (come lo statalismo) diventano meno redditizi e quindi meno diffusi. In altre parole, scegliere di detenere la propria ricchezza in Bitcoin è un voto contro la prevalenza del Prendere. In questo modo risparmiare in Bitcoin marginalizza il business dello statalismo e tutte le sue numerose esternalità negative come la coercizione, la costrizione e la guerra. Il cambiamento apparentemente semplice nel creare condizioni in cui Prendere è più costoso innesca una cascata di riconfigurazioni socioeconomiche che molti bitcoiner ritengono culminerà nel collasso dello stato come istituzione dominante della modernità. Il preveggente cripto-anarchico Timothy May ha riassunto questa probabile sequenza di eventi nella sua firma e-mail nel lontano 1988:

Bitcoin mi ha insegnato molto e sembra che io abbia ancora molto da imparare da questa innovazione radicale. Bitcoin è una tecnologia unica sotto molti aspetti: è l’unica organizzazione decentralizzata al mondo, l'unica forma inviolabile di proprietà privata e l'unica rete monetaria incorruttibile. Bitcoin inclina il panorama degli incentivi economici verso la massimizzazione del rapporto Fare-Prendere nelle imprese di tutto il mondo. Ciò avviene rendendo la proprietà privata molto più conveniente da difendere. Il risultato netto del successo della monetizzazione di Bitcoin promette di essere un enorme cambiamento nel modo in cui gli esseri umani agiscono gli uni verso gli altri. A livello di sviluppo del carattere individuale, ognuno di noi è fortemente influenzato dalle strutture di incentivi in ​​cui vive e Bitcoin incentiva finanziariamente l’attuazione della libertà e della giustizia per tutti, da parte di tutti. Per questi motivi Bitcoin sta cambiando radicalmente il mondo essendo immutabile e sono estremamente grato di essere uno studente di questo affascinante nuovo paradigma socioeconomico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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mercoledì 5 giugno 2024

Osservazioni critiche sul libro Denationalization Of Money di Hayek

 

 

di Thorsten Polleit

Denationalization Of Money è un libro scritto dall'economista e filosofo sociale Friedrich August von Hayek.

Nato nel 1899 a Vienna, in Austria, è stato uno dei rappresentanti più importanti della cosiddetta Scuola Austriaca di economia. Hayek ricevette nel 1974 il “Premio della Sveriges Riksbank per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel” (insieme all’economista svedese Gunnar Myrdal) per il suo lavoro sulla “teoria della moneta e delle fluttuazioni economiche” e le sue “analisi approfondite sull’interdipendenza delle economie e i fenomeni sociali e istituzionali”.

In poche parole, Hayek, nel suo libro Denationalization Of Money chiede di porre fine al monopolio statale sulla produzione monetaria, sostituendolo con un libero mercato.

A prima vista questa potrebbe sembrare una proposta piuttosto radicale. A una seconda occhiata, invece, ci rendiamo conto che in realtà esiste un forte sostegno economico ed etico per l'idea di Hayek.

E lui in realtà non è solo. Molti economisti hanno messo in discussione e addirittura si sono opposti allo status quo, vale a dire la produzione monetaria monopolizzata dallo stato/dagli stati.

In questa slide trovate un po' di letteratura sulla questione di cui discuteremo stasera. Troverete, ovviamente, Denationalization Of Money del 1976, ma potreste essere interessati anche alla versione precedente dello studio, vale a dire Scelta della moneta, un modo per fermare l’inflazione del 1975.

Vi rimando anche al lavoro di Ludwig von Mises e Murray N. Rothbard sulla moneta e sul free banking. Potrebbe anche essere interessante la mia critica alle considerazioni più tecniche di Hayek del 2016. Anche Free Banking: Theory, History, and a Laissez-Faire Model di L. J. Sechrest del 1993 potrebbe essere una lettura interessante per voi.

Nel suo Denationalization Of Money Hayek propone di dare alle persone la libertà di scelta negli affari monetari: voi e io, tutti noi, dovremmo essere liberi di scegliere il tipo di moneta che riteniamo migliore per i nostri scopi; e, allo stesso tempo, le persone dovrebbero essere libere di fornire ai propri simili “cose” che desiderano utilizzare come forma di denaro.

Detto questo, Hayek rifiuta lo status quo monetario. Giusto per ricordarvi: oggi in tutto il mondo troviamo sistemi monetari controllati dallo stato. Le banche centrali, istituzioni pubbliche, detengono il monopolio sulla produzione di moneta.

Le banche commerciali private hanno ricevuto una licenza statale, per così dire, che consente loro di produrre la propria moneta oltre a quella delle banche centrali.

Poniamoci quindi la domanda: perché Hayek avanza la sua proposta di porre fine ai monopoli statali sulla produzione di moneta, sostituendola con un libero mercato?

Ebbene, quando Hayek pubblicò il suo libro negli anni ’70, l’inflazione dei prezzi era molto alta, inaccettabilmente alta.

L’amministrazione statunitense aveva posto fine alla rimborsabilità del dollaro in oro il 14 agosto 1971.

Questa decisione unilaterale da parte dell’amministrazione statunitense istituì di fatto un sistema monetario fiat mondiale – un sistema in cui ogni valuta non era più convertibile in nulla.

Di conseguenza la quantità di denaro poteva essere aumentata di qualsiasi ammontare ritenuto politicamente opportuno in qualsiasi momento. Molti stati hanno fatto uso di questa capacità: hanno accumulato enormi deficit finanziati dalla moneta fiat.

Il forte aumento della quantità di denaro fece salire l’inflazione dei prezzi. Gli Stati Uniti, ad esempio, vissero quella che venne poi chiamata la “Grande Inflazione”, con un’inflazione annuale dei prezzi a due cifre. Sviluppi simili si verificarono in molti Paesi europei, più evidenti nel Regno Unito.

Essendo un economista nella tradizione della Scuola Austriaca, Hayek aveva un interesse speciale per la teoria monetaria e, naturalmente, per la teoria del ciclo economico, vale a dire le cause del ripetersi di boom e bust.

Inoltre Hayek era profondamente consapevole delle forze distruttive messe in moto dall’inflazione, quindi non c'è da meravigliarsi se avesse reagito in modo più sensato alle tendenze inflazionistiche di quel periodo.

Gli Austriaci considerano l’inflazione – ovvero l’aumento cronico dei prezzi dei beni come conseguenza di un aumento incessante della quantità di denaro – come un male economico e sociale.

L’inflazione distrugge il potere d’acquisto del denaro. Se i prezzi dei beni aumentano, ne potete acquistare sempre meno con la vostra unità monetaria.

Inoltre l’inflazione è socialmente ingiusta: arricchisce alcuni (vale a dire i primi destinatari del denaro appena creato) a scapito di molti (gli ultimi destinatari del denaro appena creato). In questo senso possiamo addirittura dire che l’inflazione è socialmente ingiusta.

Inoltre l’inflazione mina l’efficacia dell’uso del denaro nel calcolo economico: induce consumatori e imprenditori a prendere decisioni sbagliate, interrompendo il processo di creazione di ricchezza.

Ancora più importante, l’inflazione – causata da un’espansione della quantità di denaro fiat – porta a cicli di espansione e contrazione, crisi economiche e finanziarie, che, a loro volta, si traducono in difficoltà socioeconomiche per molte persone.

Infine l’emissione di moneta fiat aiuta lo stato a espandersi – a scapito della libertà delle persone e delle imprese.

Infatti Hayek – nella sua critica al monopolio statale sulla produzione monetaria – sottolinea che l’inflazione è tipicamente il risultato della spesa pubblica eccedente le entrate fiscali e dell’aumento dell’emissione di denaro fiat per finanziare il deficit pubblico.

Hayek lo spiega in modo succinto quando scrive: “Con l’eccezione solo del periodo del gold standard, praticamente tutti i governi della storia hanno usato il loro potere esclusivo di emettere moneta per frodare e saccheggiare la gente”.

Quindi ora sappiamo perché Hayek chiede una “denazionalizzazione del denaro”: avanza una proposta per dare alla gente una forma di denaro migliore, buona o valida – rispetto a quella prodotta sotto il monopolio statale.

A proposito: sapete cos'è il denaro? La maggior parte di voi lo sa, immagino: sapete che il denaro è il mezzo di pagamento universalmente accettato, ma c’è altro da sapere.

Ludwig von Mises sottolineò che (e questo forse potrebbe sorprendere molti) la moneta ha una sola funzione e cioè quella di mezzo di scambio.

La funzione dell'unità di conto e la funzione della riserva di valore sono solo derivati ​​della funzione del mezzo di scambio.

Il denaro è la merce più commerciata di tutte, ha la più alta liquidità per così dire. Ma è davvero “speciale”?

Gli Austriaci risponderebbero di no. Oltre a essere la merce più commerciata, il denaro è una merce come tutte le altre. E, cosa più importante in questo contesto, il valore del denaro è determinato dalla legge dell’utilità marginale decrescente – come lo sono tutti i beni.

A livello individuale questa legge dice che

  1. uno stock di moneta più elevato è preferibile a uno stock più piccolo, poiché il primo consente di raggiungere più obiettivi rispetto al secondo;
  2. l'utilità marginale dell'unità monetaria diminuisce quanto più unità monetarie sono a disposizione dell'attore di mercato.

Detto questo, un cambiamento nella quantità di denaro nelle mie mani porta a (a parità di tutte le altre condizioni) cambiamenti nell'utilità marginale delle unità monetarie e di tutti gli altri elementi non monetari vendibili.

Se siete d’accordo, allora la conclusione è: un aumento della quantità di denaro riduce il potere d’acquisto dell’unità monetaria (rispetto a una situazione in cui non vi è alcun aumento dello stock di moneta).

Arriviamo anche alla seguente conclusione: non importa quale sia la grandezza della moneta nell’economia, qualsiasi stock monetario prevalente è per così dire “ottimale”.

Una grande quantità di denaro è altrettanto positiva o negativa nel fornire servizi monetari quanto una piccola quantità. Un’offerta di moneta, ad esempio, di €15 miliardi è tanto buona o cattiva quanto un’offerta di moneta, ad esempio, di €5 miliardi. Se la quantità di moneta è elevata, i prezzi dei beni saranno relativamente alti; se è piccola, i prezzi dei beni saranno relativamente bassi. Ancora una volta, qualsiasi quantità di denaro è tanto utile o dannosa per finanziare una determinata transazione di beni e servizi quanto qualsiasi altra.

In sintesi, possiamo dire che un aumento della quantità di moneta non conferisce – a differenza dell’aumento di tutti gli altri beni – un beneficio sociale; e che un'economia in crescita non ha necessariamente bisogno di una quantità di denaro in espansione – un'intuizione della Scuola Austriaca, la quale è diametralmente opposta al pensiero economico tradizionale di oggi.

Torniamo alla proposta di Hayek e poniamoci la domanda: come funzionerebbe un “libero mercato” nel campo monetario?

Immagino che alla maggior parte di voi piaccia la libera scelta – quando acquistate, ad esempio, cibo, scarpe, libri, computer, mobili, automobili, case, ecc. E immagino che non ci voglia molto per convincervi che un libero mercato si adatta meglio alle esigenze dei consumatori, fornendo loro beni della massima qualità ai prezzi più bassi possibili.

Ma quando si tratta di denaro, forse vi potreste chiedere: come potrebbe funzionare un libero mercato? Beh, presumibilmente funzionerebbe così...

Le persone, facendo scambi, utilizzerebbero preferibilmente quel tipo di mezzo che è più ampiamente accettato, che ha la più alta commerciabilità.

Io, ad esempio, cercherei di procurarmi un mezzo che, dal punto di vista del mio partner commerciale (ad esempio un fornaio), è molto apprezzato. E il mio fornaio, a sua volta, cercherebbe di conservare un mezzo che possa essere scambiato più facilmente dal calzolaio. E così via.

In altre parole, in un libero mercato sarebbe la domanda di moneta a determinare cosa sia denaro; sarebbero le persone a operare questa scelta.

E per quanto riguarda l’offerta di denaro? Quando cercano una moneta buona o sana, le persone si renderanno conto che una “cosa” che dovrebbe fungere da moneta sana/onesta deve soddisfare determinate caratteristiche.

Ad esempio, dev'essere scarsa, omogenea, durevole, divisibile, coniabile, trasportabile, deve rappresentare un valore di scambio unitario relativamente elevato, ecc.

Se esaminiamo la storia del denaro, vediamo che la maggior parte delle persone, se aveva la libertà di farlo, optava per i metalli preziosi come forma di denaro preferita, in particolare oro e argento, e in una certa misura anche il rame – perché i metalli preziosi erano considerati, dal punto di vista di chi li usava, l'opzione migliore.

Naturalmente non sapremmo che tipo di denaro emergerebbe se aprissimo a un libero mercato. Esso è un processo di scoperta, come diceva Hayek, e il suo esito non può essere previsto con certezza.

Tuttavia, alla luce di quanto abbiamo appena detto, è molto probabile che, se aprissimo a un libero mercato, le persone opterebbero per l’oro e l’argento, forse anche a Bitcoin.

Ma prima di esplorare ulteriormente questa idea, lasciatemi porre la seguente domanda: la proposta di Hayek per la denazionalizzazione della moneta, per l'apertura a un libero mercato, è convincente?

È giusto dire che lo studio di Hayek abbia suscitato molte critiche. Molti sostenevano che il suo concetto era irrealistico e indesiderabile. Tra gli economisti l'idea di Hayek è infatti rimasta un fenomeno secondario per molti anni.

Ciò potrebbe essere stato dovuto ad alcune incoerenze che permeano la sua linea argomentativa. Lasciate che vi faccia alcuni esempi.

Esempio 1: Hayek confonde la moneta vera e propria con i sostituti del denaro. Ritiene che in un libero mercato ci sarebbe concorrenza tra gli emittenti privati, ciascuno dei quali farebbe circolare la propria valuta – e questo potrebbe portare a un caos monetario.

In questo contesto è importante distinguere tra moneta vera e propria e sostituti della stessa. In un libero mercato le persone con una libera scelta deciderebbero quali merci diventerebbero denaro vero e proprio (come, ad esempio, oro o argento o Bitcoin). Poi, con il free banking, sorgerebbero depositi di denaro, i quali offrirebbero servizi in termini di deposito, saldo e salvaguardia del denaro vero e proprio.

Se, ad esempio, Mr. Smith decide di depositare 10 once d'oro in un istituto di deposito, riceverà in cambio una ricevuta (un sostituto del denaro vero e proprio). Detto questo, i depositi competeranno in termini di sostituti del denaro, non di denaro vero e proprio. In un mercato monetario veramente libero, le persone scelgono il tipo di moneta che desiderano utilizzare e, una volta deciso, la concorrenza è tra sostituti della moneta emessi da istituti di deposito concorrenti.

Esempio 2: Hayek non tiene conto di una lezione cruciale della teoria Austriaca del ciclo economico. Pensa che in un libero mercato la nuova moneta possa essere prodotta

  1. stampando letteralmente nuove unità;
  2. prestandola tramite riserva frazionaria.

La nuova moneta non può essere creata ex machina. Questo lo sappiamo dal Teorema della regressione di Ludwig von Mises. Pensate a uno scenario in cui prendo piccoli biglietti di carta, ci scrivo sopra il nome "Polleit" e il numero 100. Nessuno che sia sano di mente accetterà il mio biglietto di carta come denaro. Nessuno saprebbe quale sarebbe il valore di scambio di quei pezzi di carta, quindi nessuno li accetterebbe. È il Teorema della regressione a dirci che la moneta (cartacea) scoperta non può emergere volontariamente e spontaneamente.

Se il nuovo denaro venisse creato tramite prestiti, le valute concorrenti di Hayek equivarrebbero fondamentalmente a denaro creato “dal nulla”. Soffrirebbero delle stesse carenze economiche ed etiche delle valute fiat controllate dallo stato. Questi fondi sarebbero inflazionistici e metterebbero in moto un ciclo di boom/bust.

È vero, tuttavia, che la moneta prodotta attraverso l’espansione del credito in condizioni di libero mercato potrebbe essere meno dannosa rispetto alla moneta fiat monopolizzata dallo stato: le persone avrebbero una scelta in termini di denaro e in un libero mercato l’incentivo per chi lo emette sarebbe ridurre al minimo l'uso della riserva frazionaria in quanto non esisterebbe una banca centrale che agisce da “prestatore di ultima istanza”.

Comunque sia, le idee di Hayek di creare nuova moneta stampandola o prestandola o non funzionano, oppure causano danni economici e sociali – e devono quindi essere rigettate perché non aprirebbero la strada verso forme di denaro migliori, o sane.

Alla luce delle critiche che ho mosso contro il libro di Hayek, Denationalization Of Money, mi affretto a chiarire che le mie critiche si riferiscono ad aspetti tecnici e non implicano in alcun modo un totale rifiuto dell'idea di denazionalizzare la moneta.

Tuttavia le numerose incongruenze tecniche e teoriche che troviamo nello studio di Hayek sembrano essersi ritorte contro di lui: non si può non sospettare che abbiano fatto più male che bene per rendere popolare l’idea di sostituire il monopolio monetario coercitivo dello stato con un libero mercato.

Comunque sia, ci sono ancora lezioni importanti che possiamo apprendere oggi da Denationalization Of Money.

Hayek ci ricorda che non esiste alcuna ragione economica o etica convincente per cui lo stato dovrebbe detenere il monopolio monetario; infatti fornirgli (e fornire ai gruppi con interesse speciali che usano il potere coercitivo dello stato per i loro scopi) l'autorità sul denaro porterà all'inflazione e ai mali economici e sociali che l'accompagnano.

Hayek sottolinea giustamente che un libero mercato è possibile – e che è, senza dubbio, economicamente ed eticamente superiore ai regimi di monopolio monetario controllato degli stati.

Il libero mercato può essere messo in moto

  1. abrogando lo “status di corso legale” delle valute fiat;
  2. abrogando le tasse sulle plusvalenze e l’IVA su potenziali candidati monetari come oro, argento e Bitcoin;
  3. abrogando tutte le restanti normative che impediscono l'utilizzo di mezzi di pagamento diversi dalle valute fiat.

Hayek porta alla nostra attenzione ciò che Carl Menger (il 'padre fondatore' degli Austriaci) aveva già sottolineato nel suo libro Principi di economia del 1871: la moneta è un fenomeno di libero mercato, emerso spontaneamente dal libero mercato e da una merce (come, ad esempio, oro e argento).

Secondo Carl Menger la moneta non è emersa, e Ludwig von Mises lo spiegò nel 1912 con il suo Teorema della regressione, attraverso l’azione dello stato. Non era necessario e non è necessario nemmeno adesso uno stato affinché il denaro potesse nascere. E questa intuizione, a sua volta, dovrebbe farci comprendere meglio gli sviluppi nei mercati delle criptovalute: le persone sono disilluse di fronte alle valute fiat, le quali sono inflazionistiche e provocano boom e bust, oltre a incoraggiare politiche che rendono gli stati sempre più grandi e quindi distruggono sempre più le libertà individuali e la ricchezza delle nazioni.

Spero che le mie osservazioni critiche siano state incoraggianti e stimolanti per il lettore, aumentando il suo interesse per l'idea di Hayek di “denazionalizzazione la moneta”.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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martedì 4 giugno 2024

Siete servi della tirannia o della libertà?

 

 

di Barry Brownstein

Nel 1788 George Washington scrisse diverse lettere al marchese de Lafayette durante il processo di ratifica della proposta di Costituzione.

Washington confidò al generale Lafayette gli elementi essenziali per evitare che la nuova repubblica americana si trasformasse in una “forma dispotica od oppressiva”: poteri delegati limitati, pesi e contrappesi e “virtù nel corpo del popolo”.

Spesso si trascura quest'ultimo punto, ovvero “la virtù nel corpo del Popolo”. Washington scrisse che “la corruzione della morale, la dissolutezza dei costumi e l’indifferenza per la preservazione dei diritti naturali e inalienabili dell’umanità” avrebbero portato alla “tirannia”.

Washington credeva che “la felicità della società attraverso una lunga successione di secoli a venire” dipendesse dalla ratifica della Costituzione. A suo avviso tale ratifica era garantita dal “progresso verso la rettitudine nel pensare”. Rettitudine significa “rettitudine di principio o di condotta; virtù morale”. Tramite l'uso che egli fa di questa parola possiamo vedere l'importanza che attribuiva ai principi e alle virtù per sostenere la libertà.

George Washington era un servitore della libertà.

Infiniti esempi storici ci mettono in guardia dalle conseguenze di una società priva di controlli ed equilibri e di limiti al potere dello stato. Cosa succede a un Paese senza costituzione o senza un impegno radicato nel limitare l’uso del potere? In assenza di questi limiti, la virtù svanisce ed è facile per le persone diventare servi della tirannia. Meritano un attento esame le conseguenze, anche quelle che derivano da una folle ideologia tesa alla distruzione della vita umana.

La zona d'interesse è un recente film pluripremiato che ha portato all'attenzione del pubblico la vita del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, e della sua famiglia.

La Commissione polacca per i crimini di guerra permise a Höss di scrivere le sue memorie prima della sua esecuzione nel 1947. Höss capì che non avrebbe ricevuto clemenza e la sua scrittura è molto diretta, senza tanti fronzoli. A differenza degli altri nazisti si assume le sue responsabilità e non cerca di negare i suoi crimini.

Nelle sue memorie Höss riconosceva che “la storia mi segnerà come il più grande assassino di massa di tutti i tempi”.

Lui e la sua famiglia vivevano appena fuori dalle mura del campo di concentramento. Apparentemente ignara degli orrori appena oltre il muro, per la moglie di Höss, Edvige, la loro casa era un “paradiso” ed era il luogo in cui lei “voleva vivere e morire”. La figlia di Höss ricordava il padre come una “persona assolutamente meravigliosa”.

Nel 1941 Himmler assegnò a Höss il compito di attuare la “Soluzione Finale”: “Gli ebrei sono gli eterni nemici del popolo tedesco e devono essere sterminati”.

Höss descrive la sua mentalità da servitore della tirannia: “Avevo ricevuto un ordine, dovevo eseguirlo. Non potevo permettermi di formarmi un’opinione sulla necessità o meno di questo sterminio di massa”.

Höss ripeteva spesso che la fedeltà a Hitler e al Partito prevaleva su qualsiasi senso di moralità o principio. Höss scrisse più volte della sua obbedienza e certezza: “Ogni ordine doveva essere considerato sacro e anche quello più duro e difficile doveva essere eseguito senza alcuna esitazione”.

A volte i soldati in difficoltà gli chiedevano rassicurazione: “È necessario quello che dobbiamo fare qui [ad Auschwitz]? È necessario che centinaia di migliaia di donne e bambini vengano annientati?” Höss rispondeva che “era un ordine di Hitler” e “necessario” per “liberare la Germania [...] dal nostro nemico più ostinato”.

Si considerava un killer umano, essendo il gas meglio della fucilazione: “Sono sempre stato inorridito dalla morte per fucilazione, soprattutto quando pensavo all’enorme numero di donne e bambini che avrebbero dovuto essere uccisi [...]. Ora ero a mio agio. Siamo stati tutti risparmiati da tutti quei massacri e le vittime avrebbero vissuto fino all’ultimo momento”. Höss si riferiva ai plotoni di esecuzione delle unità mobili delle SS che uccisero milioni di persone in Ucraina e in altri luoghi dell’Europa orientale. Tra i soldati delle SS alcuni “impazzirono” per aver partecipato a quei massacri.

Höss osservava spesso gli ebrei messi nelle camere a gas e ricordava come le madri terrorizzate parlassero “amorevolmente” ai loro figli: “Una volta una donna con quattro figli, tutti tenendosi per mano [...] si avvicinò molto a me e sussurrò, indicando i suoi quattro figli: 'Come puoi uccidere questi bellissimi, adorabili bambini?' Non hai un po' di cuore?'”.

Nel tentativo di suscitare empatia per sé stesso, Höss scrisse che “ce l'aveva un cuore” e spiegò che “doveva apparire freddo e senza cuore durante questi eventi che lacerano l'anima in chiunque avesse qualche tipo di sentimento umano. Non potevo nemmeno girarmi dall’altra parte quando una profonda emozione umana cresceva dentro di me”.

I prigionieri “fortunati” che non furono gasati furono invece assegnati a lavori forzati nelle fabbriche di armamenti. Höss ricordava di aver assistito durante i bombardamenti alleati ai “prigionieri che aiutavano le guardie ferite [...]. Non c'erano più né guardie né prigionieri; erano solo persone che cercavano di sfuggire alla pioggia di bombe”. Nonostante fosse testimone dell'umanità dei prigionieri affamati, Höss continuò a eseguire gli ordini.

Dopo la guerra Höss scrisse di essere ancora un fervente nazionalsocialista, ma ammise che la leadership nazista “usando una propaganda estremamente efficace e attraverso l’uso di un terrore illimitato, aveva sottomesso un’intera nazione a tal punto che, con poche eccezioni, il popolo la seguiva in ogni modo, dovunque l'avrebbe condotto, senza critica e senza volontà propria”.

Höss non era privo di volontà; si era ricordato della sua scelta di cederla agli “ordini”. Quanti altri hanno scelto di non esercitarla?

Nella sua lettera finale alla famiglia Höss scrisse che “è tragico” che lui “per natura gentile, bonario e molto disponibile, sia diventato il più grande distruttore di esseri umani che ha eseguito ogni ordine di sterminare le persone, qualunque cosa accadesse”.

In coerenza con quei rimpianti manifestati da coloro che hanno poco tempo da vivere, Höss si rammaricava “profondamente e dolorosamente” di non aver trascorso più tempo con sua moglie e i suoi figli a causa del suo “dovere”.

Infine, nei suoi ultimi giorni, ci fu anche una sorta di pentimento: “Oggi vedo chiaramente, con severità e amarezza, che tutta l'ideologia del mondo in cui credevo così fermamente e incrollabilmente si basava su premesse completamente sbagliate”.

Vedendo i suoi errori, ma troppo tardi per aiutare coloro che aveva ucciso, consigliò a suo figlio: “Impara a pensare e a giudicare da solo, in modo responsabile. Non accettare in modo acritico e vero tutto ciò che viene portato alla tua attenzione. Impara dalla vita. Ascolta soprattutto la voce nel tuo cuore. L'errore più grande della mia vita è stato quello di credere fedelmente a tutto ciò che veniva dall'alto e non osavo avere il minimo dubbio sulla verità di ciò che mi veniva presentato”.

Se vi aspettate di leggere i deliri di uno psicopatico, le memorie di Höss vi deluderanno.

La lettura sarà molto istruttiva se volete vedere cosa succede a un uomo comune che abbandona la virtù e sceglie di arrendersi a un governo dal potere assoluto. Höss rispose all'appello di una società depravata.

Con la triade di elementi essenziali di Washington per sostenere una repubblica, i servitori della libertà possono bloccare i piani depravati dei tiranni. Quando i poteri del governo sono limitati, coloro che sono disposti ad abbandonare la moralità avranno un impatto limitato.

Ecco cosa non mi dà pace: l’America di oggi ha meno limiti al potere del governo tra ordini esecutivi, lealtà al partito al di sopra dei principi e uno stato amministrativo strabordante.

In un mondo del genere, cosa sarà capace di fare il servitore della tirannia in un futuro non così lontano? Ci saranno abbastanza servitori della libertà per respingere l’impatto di queste persone moralmente ed eticamente traviate?


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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lunedì 3 giugno 2024

Perché lo “sfruttamento dei lavoratori” è un mito

 

 

di Antony Sammeroff

“Per dimostrare che si tratta di una mezza verità, dobbiamo ricorrere a lunghe e definitive dissertazioni”

~ Frédéric Bastiat

È ancora diffusa l'idea che i datori di lavoro stiano in qualche modo sfruttando le persone che lavorano per loro, nonostante il fatto che i datori di lavoro fanno di più per le finanze del lavoratore rispetto a tutte le altre persone che non lo assumono. Potrei aggiungere, forse in modo un po’ scherzoso, che possiamo includere anche tutti quei leoni da tastiera che sostengono che inserire qualcuno nel mondo del lavoro equivalga allo sfruttamento.

È vero che i lavoratori vengono pagati meno del valore totale di ciò che producono, ma ciò accade perché ciò che producono è realizzato con altre risorse che devono essere acquistate, e in una fabbrica o in un luogo di lavoro che ha un prezzo e richiede spese generali. Il capitalista è responsabile del pagamento del marketing e della pubblicità per collegare il prodotto ai potenziali acquirenti – e alla fine, se il prodotto non vende, tutti gli altri sono già stati pagati mentre il capitalista si accolla la perdita.

Egli offre una visione di ciò che pensa possa soddisfare i bisogni delle persone meglio di quanto non siano soddisfatti attualmente. Ciò richiede una competenza particolare che costituisce di per sé un apporto di lavoro superiore a quello degli altri dipendenti, peculiare solo dell'imprenditore. Se la sua visione è chiara, ne trarrà profitto; se è difettosa, subirà una perdita. Questo non è un rischio necessario, infatti assenza del motivo del profitto una persona ricca è più propensa ad acquistare una casa più grande o ad andare in crociera. Ma il capitalista corre un rischio adesso e rinuncia al consumo nel presente, nella speranza di raccogliere i benefici in seguito. Questo fa parte di ciò per cui viene pagato.

Viene anche pagato per il tempo che intercorre tra l'investimento e la maturazione di quest'ultimo. Preferiremmo tutti avere risorse qui e ora piuttosto che in un momento futuro, perché quest'ultimo è incerto, ecco perché i creditori possono addebitare interessi sul denaro che viene dato in prestito. Scelgono difatti di rinunciare a una quantità minore di consumo ora per una maggiore in futuro. I lavoratori vengono pagati adesso, il capitalista viene pagato più tardi, dopo che il prodotto è stato venduto e solo SE viene venduto. L’economista Eugen von Böhm-Bawerk spiegò che, lungi dallo sfruttare il lavoro, il capitalista toglie ai lavoratori il peso di aspettare il reddito. Se volessero produrre i beni da soli, dovrebbero anche aspettare di trovare un acquirente prima di ottenere un salario stabile, e dovrebbero prima risparmiare o prendere in prestito per accumulare le risorse in modo da acquistare una fabbrica o un laboratorio.

Infine vale la pena ricordare che il capitalista aumenta il valore del lavoro dell'operaio! Se un individuo decide di provare le stesse manovre altrove piuttosto che in una fabbrica, non produrrà molto valore per nessun altro. Chiaramente i lavoratori possono guadagnare di più lavorando per il loro datore di lavoro che per sé stessi, altrimenti si dichiarerebbero autonomi e dovrebbero provare a guadagnare un reddito più alto. Forse alcuni di loro potrebbero guadagnare di più lavorando in proprio, ma non vogliono assumersi le responsabilità di ciò che comporta e che attualmente spetta all'azienda che li impiega. Anche questa è una prova che i capitalisti creano valore.

I marxisti sostengono che i capitalisti scremano i loro profitti senza fornire alcun valore proprio – che “estraggono plusvalore” dai loro lavoratori. Ma se ciò fosse vero, le organizzazioni no-profit entrerebbero in azione e indebolirebbero le aziende a scopo di lucro eliminando il “peso morto” del pagamento di un capitalista. Non lo fanno perché non possono. I capitalisti forniscono competenze o visioni che avvantaggiano i loro lavoratori. Ciascuno trae vantaggio dallo scambio reciproco, come dimostra il fatto che se il lavoratore potesse ottenere un accordo migliore lo accetterebbe, e se il datore di lavoro riuscisse a trovare lavoratori migliori, li assumerebbe invece.

In definitiva, i salari non sono una cifra arbitraria ma un riflesso di quanto valore un dipendente è in grado di fornire a un cliente. Se una persona vuole sbarazzarsi di un datore di lavoro, può farlo apprendendo competenze, sia sul posto di lavoro che al di fuori di esso. Allo stesso modo i profitti non sono arbitrari ma riflettono il valore che un’azienda offre sul mercato, a condizione, ovviamente, che traggano i loro profitti servendo il mercato piuttosto che facendo appello allo stato, ma questo è materiale per un altro articolo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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