lunedì 26 aprile 2021

Ludwig von Mises sull'obbligo intellettuale in tempo di crisi

 

 

di Jeffrey Tucker

L'anno scorso è stato spesso considerato il "periodo peggiore" della storia umana, parafrasando Dickens, ma il XX secolo ha visto altri tempi terribili. Dopo la Grande Guerra l'instabilità politica ed economica in Europa ha dato origine a ideologie totalitarie che minacciavano fondamentalmente la stessa civiltà.

Non tutti lo videro arrivare, ma un intellettuale che lo fece fu Ludwig von Mises (1881-1973).

Mentre i suoi amici e colleghi si dilettavano in varie forme di ideologia socialista e fascista e respingevano fermamente il liberalismo come inteso in modo classico, lui lanciava avvertimenti sotto varie forme: in un libro del 1919, in un saggio del 1920 che scosse il mondo accademico e in un libro del 1922 che risolse abbastanza bene la questione.

Il trattato del 1922 era Socialismo. È diventato "virale", come si dice oggi. Fu un devastante abbattimento di ogni forma immaginabile di ideologia socialista, compresa quella che in seguito fu conosciuta come nazionalsocialismo. Inizia con una solida teoria della cooperazione sociale e termina con un avvertimento: una volta che i dittatori si rendono conto che i loro piani stanno fallendo, si rivolgeranno a scopi puramente distruttivi sia per salvare la faccia che per esercitare vendetta sull'ordine sociale che ha resistito alla loro genialità.

Fu questo libro a scuotere F. A. Hayek dalle sue illusioni secondo cui gli intellettuali sostenuti dal potere dello stato potessero guidare il mondo in una sorta di stato utopico di perfetta uguaglianza, efficienza, omogeneità culturale, ecc. Dimostrò che l'ideologia socialista era un'illusione totalitaria che cercava di ristrutturare il mondo in forme che non potevano esistere, date le realtà ed i vincoli del mondo come lo conosciamo.

Verso la fine del libro, Mises scrisse un paragrafo travolgente per il suo potere retorico. Se leggete il brano in tempi di pace e prosperità, suona certamente esagerato, iperbolico, forse progettato per suscitare panico inutile. Tuttavia, rileggendolo alla luce dei lockdown e dell'intero anno 2020, assume una luce diversa. Infatti sembra proprio preveggente e convincente.

Ognuno porta una parte della società sulle spalle; nessuno è sollevato dalla sua parte di responsabilità rispetto agli altri. E nessuno può trovare una via sicura per sé stesso se la società si sta dirigendo verso la distruzione. Quindi ognuno, nel proprio interesse, deve impegnarsi con vigore nella battaglia intellettuale. Nessuno può farsi da parte con indifferenza: gli interessi di tutti dipendono dal risultato. Che lo voglia o no, ogni uomo è coinvolto nella grande lotta storica, la battaglia decisiva in cui ci ha scaraventato la nostra epoca. ~ Ludwig von Mises

È ancora meglio e più scioccante se lo leggete ad alta voce e lo leggete alla luce dei tempi in cui viviamo. Consideriamo questa affermazione frase per frase.

"Ognuno porta una parte della società sulle spalle", scrive Mises. Una tale affermazione potrebbe a prima vista essere in contrasto con l'individualismo, rifiutando quello che si potrebbe definire "individualismo atomistico". La convinzione di Mises che tutti noi condividiamo il fardello della civiltà è in parte empirica e in parte morale. L'intuizione principale nel suo libro, come nel libro di Adam Smith 150 anni prima, riguarda quella che gli economisti definiscono la "divisione del lavoro", che Mises preferì ridefinire come legge di associazione: la produttività materiale nella società aumenta in proporzione alle persone di tutti i tipi che cooperano attraverso il commercio e lo scambio.

È una definizione tecnica, ma l'estetica è più potente: significa dipendenza reciproca di tutti da tutti gli altri, e quindi potenziale inclusione di ogni persona umana, all'interno della struttura della società di mercato. Progrediamo solo concentrandoci e specializzandoci e questo è possibile solo dipendendo dalle capacità e dai talenti degli altri. Da soli non possiamo fare altro che languire nella povertà, strisciare nella sporcizia per nutrirci. Insieme possiamo costruire interi mondi che emancipano la popolazione dallo stato di natura.

A chi deve essere grata la società? Non ad una classe dirigente. Nemmeno a grandi inventori o a singole aziende. Il puro intervento di mercato non porta ad un crescente controllo oligarchico (la concorrenza, le scoperte e gli incessanti cambiamenti nella domanda e nell'offerta lo impediscono), ma piuttosto distribuisce sempre più ampiamente l'onere e il credito per la produttività in tutti i settori della società. Tutti hanno un debito di gratitudine nei confronti di tutti gli altri, perché il nostro benessere personale si basa sul contributo di tutti gli altri nel grande progetto, forse non apertamente ma inconsciamente, implicitamente e sistematicamente.

A causa di questa rete di collaborazione, voi ed io dipendiamo da Tim Cook tanto quanto dipendiamo dai produttori di sapone, dai pescivendoli, dai tecnici che riparano automobili e ponti, dalle persone che costruiscono e riparano le macchine, dai camionisti, dai commercianti, dai contabili, dai trader di borsa e dalle persone specializzate nel fare musica, pittura e danza. L'economia di mercato e la conseguente prosperità amplia sempre più la rete degli obblighi reciproci.

Diventare consapevoli di ciò è un obbligo intellettuale e implica un fardello di gratitudine. Questo senso di gratitudine è basato sulla nostra consapevolezza che nessun uomo è un'isola.

Mises conclude la frase di apertura con un "dovere": "Nessuno è sollevato dalla sua parte di responsabilità nei confronti degli altri". Non ci può essere esternalizzazione della nostra responsabilità morale, non nei confronti dello stato, non nei confronti di una classe operaia, una classe dirigente o una classe sacerdotale. Difendere il sistema di cui tutti beneficiamo è l'obbligo di ogni persona vivente: ogni persona che diventa consapevole della verità che la società funziona bene solo quando tutti sono inclusi nella matrice di proprietà, scelta, scambio e uguaglianza.

Segue la frase successiva di Mises: "E nessuno può trovare una via sicura per sé stesso se la società si sta muovendo verso la distruzione". Nessuno spazio sicuro in caso di crisi. Distruggete il mercato e distruggete il normale funzionamento dell'ordine sociale e minaccerete tutto ciò che conta per il nostro benessere materiale. Distruggete la vita ed il benessere e distruggerete la capacità delle persone di provvedere a sé stesse, il senso di autostima di tutti, l'accesso al cibo, all'alloggio e all'assistenza sanitaria e la nozione stessa di progresso materiale. Riducete la vita alla sussistenza e alla servitù ed il mondo diventa hobbesiano: solitario, povero, cattivo, brutale.

L'enfasi qui è sulla parola "nessuno". Nessuno può liberarsi degli altri nel lungo periodo. Non c'è essenziale e non essenziale, nessuna persona con più privilegi di chiunque altro. Non a lungo termine, in ogni caso. La classe Zoom potrebbe immaginare di essersi nascosta e quindi di salvarsi dai rottami, ma come il principe Prospeo nel classico di Edgar Allan Poe, l'agente patogeno alla fine li trova.

"Pertanto," continua Mises, "ognuno, nel proprio interesse, deve impegnarsi con vigore nella battaglia intellettuale". Niente nascondigli, niente isolamento, niente silenzio, niente "state a casa e state al sicuro". Dobbiamo tutti entrare nella battaglia delle idee. Forse questa sembra essere una forzatura, perché non tutti si qualificano come intellettuali. Lo sappiamo. Eppure le buone idee e il buon istinto su come dovrebbe funzionare la vita sono più distribuiti tra la popolazione di quanto si immagina normalmente.

Bill Buckley una volta disse che avrebbe preferito essere governato dalle prime 2.000 persone nell'elenco telefonico di Boston piuttosto che dalla facoltà di Harvard. Interessante. È anche interessante che i molti stati che hanno bloccato di più (Massachusetts, California, Oregon, Connecticut, New York) hanno popolazioni e leader altamente istruiti e con credenziali, rispetto a molti stati che non hanno chiuso o hanno aperto prima con grande beneficio per la popolazione. Eppure i "migliori e più brillanti" hanno perseguito le politiche più assurde e distruttive immaginabili. Oppure pensate al Regno Unito: secoli di grande scolarizzazione e attenta educazione e osservate cosa è successo.

Ciò suggerisce che da tempo abbiamo frainteso chi esattamente può far parte della battaglia intellettuale. Tutti, senza eccezioni, possono qualificarsi come intellettuali a condizione che siano disposti a prendere sul serio le idee. Chiunque ha il diritto di farne parte. Coloro che sentono più intensamente il peso e la passione delle idee, secondo Mises, hanno un obbligo maggiore di lanciarsi nella battaglia, anche quando farlo può portare disprezzo e isolamento da parte dei propri simili (ecco perché tante persone hanno taciuto).

"Nessuno può restare da parte con indifferenza", dice Mises, continuando il tema dell'obbligo sociale. "Gli interessi di tutti dipendono dal risultato". Ancora una volta Mises rafforza la sua ampia visione sociale che potrebbe sembrare in contrasto con un punto di vista pop "libertario" e individualista. Potremmo pretendere di essere indifferenti, fingere di non preoccuparci, addurre la scusa che le nostre voci non contano o invocare slogan che giustificano la nostra indifferenza e pigrizia. Infatti, in tempi di crisi, un rozzo egoismo non è nel nostro interesse personale. Non sono in gioco solo i nostri interessi, ma anche quelli di tutti gli altri.

La frase finale di suddetta citazione presenta alcune note hegeliane, ma in realtà parla della visione sottostante di Mises riguardo l'autentico desideratum della narrazione storica. Scrive: "Che lo scelga o no, ogni uomo è coinvolto nella grande lotta storica, la battaglia decisiva in cui ci ha scaraventati la nostra epoca".

Ciò equivale a riconoscere che ci sono tempi migliori e tempi peggiori. La storia è una forza che non è scritta da qualche entità esterna, che si tratti di venti di cambiamento esogeni o dello stato stesso. Le persone sono gli autori del proprio destino.

Ecco perché c'è una lotta. Niente è scritto, tutto è determinato da ciò che le persone credono, che a sua volta determina ciò che fanno. Siamo tutti arruolati nella battaglia in virtù della nostra appartenenza all'ordine sociale. Possiamo essere fortunati e vivere in tempi di pace ed abbondanza, o trovarci in condizioni di tirannia e distruzione. Indipendentemente da ciò, dobbiamo lottare per ciò che è giusto e vero, perché l'ordine sociale non è automaticamente benevolo. L'idea di progresso è qualcosa che si guadagna una generazione alla volta.

La nostra epoca oggi, come quella di Mises nel 1922, ci ha scaraventati in una battaglia decisiva. È iniziata da metà marzo 2020. Alcuni l'hanno vista arrivare. I segnali erano tutt'intorno a noi. Abbiamo osservato il disprezzo per i diritti individuali, la nuova moda della pianificazione sociale ed economica guidata dai computer, l'eccessivo affidamento sui mezzi statalisti, la denigrazione dei postulati fondamentali della civiltà che una volta davamo per scontati. Forse li abbiamo visti come sfortunate mode intellettuali o accademiche. Per anni, decenni e anche più, queste idee hanno guadagnato terreno. Forse non avremmo mai immaginato che avrebbero prevalso.

Poi, in pochi fatidici giorni, ci siamo trovati rinchiusi nelle nostre case, esclusi dai nostri luoghi di culto, impossibilitati a viaggiare, bloccati dai servizi medici, le scuole chiuse, i nostri uffici e attività commerciali chiusi per motivi di "salute". Non sorprende che se si conosce la natura della pianificazione centralizzata, si sono realizzati i risultati sociali opposti: il più grande declino della salute pubblica in una generazione.

Questa era la nostra crisi. Le idee, e quelle pessime, hanno preceduto il suo esordio, ma una volta accaduto non si poteva negarlo. Ci siamo resi conto che le cattive idee hanno conseguenze negative. E, come disse Mises, nessuno era al sicuro.

Non siamo ancora al sicuro. Sì, i lockdown stanno andando via e le cose sembrano tornare alla normalità, soprattutto a causa della crescente pressione dell'opinione pubblica sulle nostre élite affinché smettano di rovinarci la vita. Questo è vero negli Stati Uniti in generale, ma non in molte parti del mondo dove la mitigazione delle malattie rimane la scusa principale per la soppressione dei diritti e delle libertà. Mises aveva ragione: nessuno di noi è veramente al sicuro dalla violenza imposta dallo stato in nome del controllo delle malattie.

La vera domanda che dobbiamo porci ora è: in che misura siamo davvero protetti da una ripetizione di questa storia e in che misura abbiamo davvero imparato la lezione?

Siamo disposti a buttarci nella battaglia intellettuale per aggiustare le cose, ripristinare e garantire libertà e diritti essenziali, erigere barriere che rendano impossibile alla classe dominante tentare di nuovo un simile esperimento? O saremo grati di poter almeno esercitare alcune libertà limitate, anche se temporaneamente, e acconsentiremo all'idea che non c'è niente di sbagliato in un regime medico/industriale che agisce arbitrariamente ed a propria discrezione?

La nozione di obbligo sociale è stata per troppo tempo posseduta dai collettivisti e dai socialisti di ogni tipo. È sempre stato sbagliata, perché ha frainteso l'interconnessione sociale della libertà e dei diritti individuali. Il grande contributo di Mises è stato quello di capovolgere la sceneggiatura. Non siamo atomisti, non viviamo in isolamento. Viviamo invece come una rete decentralizzata di persone libere, che cooperano insieme per scelta e per il nostro reciproco miglioramento. Lo dobbiamo a noi stessi, dobbiamo lottare per il diritto di continuare a farlo e respingere ogni tentativo di portarcelo via.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


Nessun commento:

Posta un commento