mercoledì 22 giugno 2022

La stagflazione è causata da una gigantesca stampa di denaro e una spesa pubblica senza freni

 

 

di Antony P. Mueller

L'eccessiva spesa pubblica e la politica monetaria accomodante portano a un aumento dei prezzi insieme a tassi di crescita economica in calo. Tutte le strade keynesiane portano alla stagflazione. È il risultato di una cattiva gestione economica, senza contare che più e più volte è stata smentita la convinzione secondo cui i banchieri centrali potessero garantire la cosiddetta stabilità dei prezzi e che la politica fiscale potesse prevenire le recessioni economiche. L'attuale crisi è un'ulteriore prova del fatto che le politiche monetarie e fiscali interventiste sono devastanti: invece di un boom permanente, il risultato è la stagflazione.


Stagflazione: una maledizione keynesiana

La “stagflazione” caratterizza un'economia afflitta dall'inflazione e dalla stagnazione. In tale situazione, gli strumenti macroeconomici convenzionali della politica monetaria e fiscale non servono a nulla.

L'aumento dell'inflazione dei prezzi e un'economia in calo sono i risultati delle politiche economiche degli ultimi decenni. È diventato comune ritenere che politiche monetarie e fiscali espansive non avrebbero scatenato un'inflazione dei prezzi, infatti nel 2020 la politica economica ha seguito il falso consenso secondo cui combattere le ricadute dei lockdown con una creazione aggiuntiva di denaro e una maggiore spesa pubblica avrebbe portato a una ripresa economica senza un'inflazione dei prezzi più elevata. Si presumeva che ciò che avrebbe funzionato nel 2008 avrebbe funzionato anche nel 2020. Tuttavia i policymaker hanno ignorato la differenza tra i due episodi.

All'indomani della crisi finanziaria del 2008, le politiche di stimolo non si sono trasformate subito in inflazione dei prezzi perché il denaro di nuova creazione è rimasto in gran parte nel settore finanziario e non si è riversato in modo rilevante sull'economia reale. A quel tempo, l'effetto principale della ZIRP era quello di sostenere il mercato azionario e di fornire una manna agli investitori finanziari. Mentre Wall Street ha prosperato, Main Street è stato lasciato indietro: i profitti sui mercati finanziari sono aumentati, i salari sono rimasti stagnanti.

Rispetto alla crisi finanziaria del 2008, la differenza è che questa volta il lato produttivo dell'economia è stato gravemente danneggiato. La crisi del 2008 ha lasciato intatta la struttura del capitale nell'economia reale; a causa dei lockdown, però, le cose sono cambiate in suddetta struttura. Di conseguenza si sono verificate gravi interruzioni nelle supply chain globali. In un tale ambiente, nuove misure di stimolo hanno l'effetto d'indebolire ulteriormente l'economia. La situazione attuale è più simile allo shock dei prezzi petroliferi nel 1973: anche allora uno shock esterno colpì un'economia strabordante liquidità e stimolare l'economia mediante l'espansione fiscale e monetaria produsse una stagflazione di lunga durata. Allora, insieme alla "stagflazione", venne coniato il termine "slumpflation" per caratterizzare un'economia che si era impantanata in una profonda crisi e veniva devastata dall'inflazione dei prezzi.

Quando la stagnazione e la recessione si manifestano insieme all'inflazione dei prezzi, la politica macroeconomica convenzionale diventa impotente. Applicare la ricetta keynesiana a un'economia la cui struttura del capitale è stata devastata significa esporsi al disastro.

Intenzionalmente o per ignoranza, i politici hanno trascurato gli effetti a lungo termine delle loro azioni. Percorrere questa strada sbagliata ha portato ad aberrazioni che si ritenevano incredibili in passato, tanto che i politici e i loro lacché nel mondo accademico hanno persino iniziato a credere che ci fosse un qualche fondo di verità nell'alchimia della cosiddetta teoria monetaria moderna e del monetarismo.

Le conseguenze di questi gravi errori sono ora emersi, soprattutto perché sono stati commessi da tutte le principali banche centrali e dai governi di tutti i principali Paesi industrializzati. Tutti seguono il concetto di "targeting dell'inflazione". A parte la tempistica, non c'è stata molta differenza tra le politiche delle principali economie occidentali. Il Giappone è un caso speciale solo nella misura in cui i suoi politici hanno applicato la ricetta keynesiana ormai da oltre tre decenni.

Diamo un'occhiata prima al Giappone e poi agli Stati Uniti.


Giappone

Il Giappone ha iniziato con l'applicazione del keynesismo già nel 1990. Di fronte a una leggera flessione dell'economia dopo il boom degli anni '80, la leadership giapponese non voleva che l'economia si raffreddasse ma proseguisse con lo spettacolo.

Il governo iniziò ad accelerare la spesa pubblica e aumentò gli stimoli fiscali, ma la sua politica di spesa non generò il risultato atteso di una ripresa economica. Anche quando la politica monetaria sostenne pienamente la politica fiscale espansiva del governo, la prevista ripresa non si materializzò.

Il breve periodo è diventato il lungo periodo. Il mix tra politica fiscale e monetaria è andato avanti negli ultimi tre decenni. La Banca del Giappone ha attuato una politica di tassi d'interesse estremamente bassi e alla fine ha fatto ricorso ad una politica di tassi d'interesse negativi (NIRP). Nel frattempo il debito pubblico in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) è salito al 266% (si veda il Grafico 1).

Grafico 1: tasso d'interesse ufficiale e debito pubblico in percentuale del PIL

Fonte: Trading Economics

Nonostante l'entità degli stimoli, questo mix di politiche non ha risollevato l'economia giapponese dal suo pantano. In netto contrasto con il boom giapponese degli anni '80, la crescita economica è rimasta anemica nell'ultimo quarto di secolo (Grafico 2).

Grafico 2: crescita annuale del PIL reale

Fonte: Trading Economics

In quanto "anticipatore" nell'applicare il keynesismo come obiettivo della politica macroeconomica, anche l'economia giapponese ha presto risentito della stagnazione dei suoi tassi di produttività. Diversamente da Paesi come Stati Uniti, Francia, Germania e molti altri Paesi industrializzati, che hanno continuato ad aumentare la produttività negli ultimi decenni, il Giappone si è spostato lateralmente dopo aver iniziato con il suo keynesismo estremo negli anni '90 (Grafico 3).

Grafico 3: Produttività per ora lavorata: Germania, Stati Uniti, Francia, Giappone

Fonte: Our World in Data

È importante notare che uno degli effetti più devastanti del mix di politiche keynesiane è quello sulla produttività. La crescita economica di lungo periodo di un Paese è principalmente il risultato di miglioramenti nella produttività e la produttività del lavoro è la principale determinante dei salari. Un rallentamento della produttività precede il declino economico. Quando la produzione per unità di input tende a diminuire, anche tassi d'interesse più bassi non stimoleranno gli investimenti delle imprese. Quando lo stato interviene per compensare questa "mancanza di domanda aggregata", le cose peggiorano perché le imprese pubbliche sono fondamentalmente meno produttive di quelle nel settore privato.


Gli Stati Uniti

Di fronte alla crisi finanziaria del 2008, il governo statunitense ha deciso di approvare una serie di pacchetti di stimolo. La banca centrale americana ha fornito pieno sostegno a questa linea di politica e ha iniziato a ridurre drasticamente il suo tasso d'interesse di riferimento.

Come risultato di queste politiche, il rapporto tra debito pubblico e PIL è passato dal 62,6% nel 2007 a oltre il 91,2% nel 2010, raggiungendo il 100,0% nel 2012. I due successivi aumenti sono arrivati ​​sulla scia delle politiche per contrastare gli effetti dei lockdown, quando il rapporto debito pubblico/PIL è salito al 128,1% nel 2020 e a 137,2% nel 2021 (si veda il Grafico 4).

Grafico 4: tasso d'interesse ufficiale e debito federale in percentuale del PIL

Fonte: Trading Economics

Di fronte allo scoppio della crisi dei mercati finanziari nel 2008, la banca centrale americana ha rapidamente abbassato il suo tasso d'interesse di riferimento da oltre il 5% nel 2007 a meno dell'1% nel 2008. Dopo un breve periodo in cui ha cercato di al rialzarlo, la conseguente reazione del mercato al calo dei prezzi di obbligazioni e azioni ha indotto la FED a riprendere la sua politica di “quantitative easing” la quale combinava bassi tassi d'interesse con la massiccia espansione della base monetaria. Cercando di alleviare gli effetti economici dei lockdown all'inizio del 2020, la FED ha deciso di proseguire una politica monetaria ulteriormente espansiva. Il bilancio della banca centrale americana è salito a $7.170 miliardi nel giugno 2020 e ha raggiunto $8.960 miliardi nell'aprile 2022.

Grafico 5: Bilancio della Federal Reserve statunitense

Fonte: Trading Economics

Come mostra il Grafico 4, la FED aveva cercato di ridurre il proprio bilancio dal 2015 al 2019 quando aveva ridotto la somma dei suoi attivi a $3.800 miliardi nell'agosto 2019. Ma già a settembre 2019, molti mesi prima dell'attuazione del lockdown, il bilancio della banca centrale americana ha ricominciato ad espandersi e ha raggiunto oltre $4.000 miliardi prima che si verificasse il grande balzo dovuto alle ricadute dei lockdown.

Dall'epoca precedente la crisi finanziaria del 2008, il patrimonio del Federal Reserve System è passato da $870 miliardi nell'agosto 2007 a $4.500 miliardi all'inizio del 2015 e poi a circa $9.000 miliardi all'inizio del 2022.

Anche quando i tassi d'inflazione hanno iniziato a salire verso la fine del 2020, la banca centrale statunitense ha evitato un tapering graduale. Le autorità monetarie avevano rinunciato all'obiettivo di frenare l'offerta di denaro e ogni volta che tentavano di ridurla, i mercati finanziari iniziavano a scricchiolare dando sentore di crolli dietro l'angolo. Infatti non appena la banca centrale iniziava a lasciar salire il tasso d'interesse ufficiale, il mercato obbligazionario scendeva e si portava dietro i titoli azionari. Nel 2022 non è diverso. Nei primi mesi del 2022 la stagflazione è diventata pienamente visibile: mentre l'inflazione dei prezzi è salita, il tasso di crescita economica reale ha cominciato a calare. Nel primo trimestre del 2022 il tasso d'inflazione è salito all'8,5%, mentre il tasso di crescita annuo reale è sceso dell'1,4% (Grafico 6).

Grafico 6: tasso d'interesse ufficiale e tasso ufficiale dell'inflazione dei prezzi al consumo

Fonte: Trading Economics

Con le catene di approvvigionamento globali ormai allo sbando e il protezionismo nazionale in ascesa, l'assistenza che è arrivata dall'espansione del commercio internazionale dopo la crisi del 2008 non è più con noi. Il blocco dell'economia ha gravemente danneggiato il sistema globale delle catene di approvvigionamento. Ora un'enorme eccedenza monetaria incontra una produzione in calo; la guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, non è responsabile delle distorsioni, anche se le renderà più gravi.


Conclusione

L'argine si è rotto. L'inflazione dei prezzi è in ascesa e questo è il risultato dell'accumulo di liquidità che va avanti da decenni. C'è il rischio che le cose peggiorino, perché l'economia mondiale è stata gravemente ferita dai lockdown. Più che solo una lieve stagflazione, si profila all'orizzonte una "slumpflation" mentre l'economia mondiale viene risucchiata da una profonda crisi unita a un'inflazione dei prezzi in forte aumento.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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