mercoledì 17 novembre 2021

Ungheria e Polonia saranno le prossime vittime dei “cambiamenti di regime” targati USA/UE?

 

 

di José Niño

Nessun Paese è al sicuro dall'Occhio di Sauron, rappresentato nel mondo di oggi dallo stato di sicurezza nazionale americano. Anche alcuni dei presunti alleati degli Stati Uniti non possono sfuggire al suo occhio onniveggente: Ungheria e Polonia, entrambi membri dell'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), negli ultimi anni hanno affrontato critiche significative da parte dei chiacchieroni di Washington DC e Bruxelles. Durante la campagna elettorale il presidente Joe Biden ha paragonato Paesi come l'Ungheria e la Polonia a "regimi totalitari". Inoltre non molto tempo fa l'ex-presidente Barack Obama ha dichiarato che entrambi i Paesi sono "essenzialmente autoritari" nonostante siano "democrazie funzionanti".

Allo stesso modo Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, è arrivato al punto di chiedere l'espulsione dell'Ungheria dall'UE per la recente approvazione di una legge che criminalizzerebbe la promozione sui social media della riassegnazione del sesso o dell'omosessualità ad ungheresi sotto i diciotto anni.

Per quanto riguarda la Polonia, molti dei suoi comuni e regioni hanno approvato risoluzioni, in gran parte simboliche, "libere da LGBT" in opposizione a molti degli eccessi della sinistra culturale. Come l'Ungheria, le mosse tradizionaliste della Polonia hanno arruffato le piume dell'Occidente. Hanno persino ricevuto un duro rimprovero da parte dell'ambasciatore americano in Polonia, Georgette Mosbacher, nominata da Trump, la quale ha affermato che la Polonia è "dalla parte sbagliata della storia".

Al di là delle questioni culturali, la Polonia ha un litigio di lunga data con la Commissione europea per i suoi affari giudiziari. Il Partito Legge e Giustizia (PiS) al governo in Polonia insiste che la nazione ha l'autorità esclusiva sulle questioni giudiziarie, mentre Bruxelles sostiene che le leggi dell'UE prevalgono sulle leggi dei Paesi membri. La Commissione europea ha rincarato la dose chiedendo alla corte principale dell'UE di multare la Polonia per aver osato non seguire il copione di Bruxelles.

È divertente come politici, giornalisti e portavoce delle ONG della prima superpotenza mondiale e dell'unione politica sovranazionale del continente lancino una campagna di odio contro i Paesi all'interno delle loro strutture di alleanza. Dopotutto dovremmo trovarci nella "fine della storia", quando la democrazia ha ormai trionfato contro l'illiberalismo; tuttavia gli ingegneri sociali in Occidente non apprezzano la diversità quando si tratta del modo in cui i Paesi gestiscono i propri affari. Alcuni di essi non si piegheranno ai capricci degli estranei.

Come membri del gruppo di Visegrad (un blocco contrarian di Paesi all'interno dell'UE composto da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia), Ungheria e Polonia si sono differenziate dai loro coetanei atlantisti per il modo in cui non hanno accettato alcune delle ossessioni moderne come il multiculturalismo, la migrazione di massa e le abitudini di vita alternative (mode che invece la maggior parte delle democrazie occidentali promuove vigorosamente sia nel settore statale che in quello privato). Allo stesso modo, i costanti richiami dei leader ungheresi e polacchi ai loro elettori che appartengono a una più ampia civiltà cristiana occidentale fanno infuriare ulteriormente i tecnocrati a Bruxelles, i quali adorano l'altare della pianificazione centrale.

A dire il vero, la legislazione che i due membri del Gruppo di Visegrad hanno approvato è forse controversa per gli interventisti che vogliono trasformare ogni giurisdizione politica in un facsimile di Bruxelles e Washington, ma per quanto controverse possano essere le mosse dei due Paesi del Gruppo di Visegrad, è iperbolico suggerire che stiano scivolando verso una qualche forma di totalitarismo del ventesimo secolo. Entrambi i Paesi contano su sistemi parlamentari per eleggere i leader e approvare la legislazione, mentre invece l'UE è un colosso politico pieno di burocrati non eletti che impongono costantemente regolamenti ed editti arbitrari a nazioni altrimenti sovrane.

Semmai la cosiddetta Europa liberale dovrebbe dare una spiegazione per le sue leggi sull'incitamento all'odio e altri regolamenti che impediscono la libertà di espressione delle persone; per non parlare poi delle politiche verdi che impediscono ai Paesi membri dell'UE di avere accesso ad energia economica e da fonti affidabili.

In termini di economia politica, Ungheria e Polonia sono casi interessanti. Sebbene non siano luminari del libero mercato, sono classificati al cinquantacinquesimo posto (Ungheria) e al quarantunesimo posto (Polonia) secondo l'Indice per la libertà economica della Heritage Foundation, il che significa che non sono completamente usciti dal percorso di mercato e ancora proteggono i diritti di proprietà. Questi Paesi brillano per molte ragioni: ad esempio, il primo ministro ungherese Viktor Orbán si è ripetutamente opposto agli sforzi europei di un'armonizzazione fiscale, un eufemismo per aumenti delle tasse. La pressione fiscale sulle società in Ungheria si aggira intorno al 9%, un carico fiscale tra i più bassi nel continente europeo. Sul fronte energetico, Ungheria e Polonia non si bevono le sciocchezze sull'energia green. Sia la leadership politica ungherese che quella polacca hanno avuto da ridire sulle politiche energetiche dell'UE, mostrando ulteriormente le loro venature di dissenso.

Nonostante tutte le prove che dimostrano che l'Ungheria e la Polonia non sono Paesi totalitari, c'è motivo di credere che gli internazionalisti in Occidente continueranno a molestarli. L'Ungheria è un obiettivo particolarmente facile per una serie di ragioni che vanno al di là della sua politica interna. L'uso intelligente da parte dell'Ungheria del bilanciamento geopolitico e del corteggiamento di Paesi come la Russia e la Cina sicuramente non gli farà avere amici a Bruxelles e Washington, DC. L'Ungheria è stata disposta a lavorare economicamente con entrambi i Paesi, i quali hanno visto deteriorarsi sempre più le relazioni con l'Occidente. Per quanto riguarda la Cina, l'Ungheria ha bloccato una dichiarazione dell'UE quando la Cina ha deciso di reprimere Hong Kong, con grande costernazione dell'UE e del complesso industriale delle ONG internazionali.

Le persone ragionevoli, anche gli estranei, possono avere disaccordi con le azioni degli stati esteri, ma chiedere un cambio di regime, sia attraverso la sovversione o l'interventismo diretto, è semplicemente delirante. La destabilizzazione che ne deriverà creerà solo ulteriori problemi e altre conseguenze impreviste che gli esperti di politica estera non potrebbero mai prevedere. Ma ecco il punto: quando si parla di politica estera, si tratta di persone che da tempo hanno perso la ragione.

Sarebbe ingenuo considerare gli Stati Uniti come una potenza mondiale che usa esclusivamente la forza bruta. Proprio come opera a livello nazionale, lo stato americano può ricorrere ad una combinazione di vigorosa forza bruta e subdola sovversione per sottomettere gli attori ribelli. Le famigerate "rivoluzioni colorate", movimenti che agenzie di intelligence, ONG e vari attori nazionali usano per interferire nelle elezioni straniere con lo scopo di generare una crisi elettorale, sono uno dei tanti strumenti che il cosiddetto Deep State degli Stati Uniti e dei suoi alleati nell'UE potrebbero utilizzare per molestare stati "ribelli" e costringerli a sottomettersi alla loro volontà.

Un colpo di stato silenzioso in Ungheria e Polonia sarebbe la strategia migliore per un impero che di recente ha affrontato capovolgimenti all'estero in Paesi come l'Afghanistan e l'Iraq. L'ironia è che gli Stati Uniti sovvertirebbero due Paesi che fanno parte della sua rete di alleanze. Finché gli zeloti internazionalisti strisciano per le aule del Congresso, ci si può solo aspettare che continuino gli sforzi per continuare a fomentare sordidi colpi di stato. Tutti gli angoli del globo sono a rischio a questo punto.

Un cambiamento epocale nel modo in cui i responsabili della politica estera vedono il mondo è un prerequisito affinché qualsiasi correzione avvenga nel modo in cui l'America conduce gli affari esteri. Se lo status quo persiste, la cabala interventista a Washington troverà sempre il modo di molestare e destabilizzare le nazioni all'estero.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://www.francescosimoncelli.com/


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